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15
Nov 17

Ma quali fake news, solo bufale campane!

Dal 2006 al 2016 l’export della mozzarella di bufala campana Dop è cresciuto di oltre il 100%, passando dal 15,6% al 32,1%. Nello stesso periodo la produzione di bufala campana è aumentata del 31%. E il 2017 si prefigura come l’anno del record assoluto, visto che nei primi otto mesi si è già registrato un ulteriore incremento del 7,5% di produzione rispetto al 2016. Sono proprio le esportazioni a trainare il comparto.

I nuovi dati sulla bufala campana, elaborati dal Consorzio di Tutela, arrivano all’indomani dell’analisi sull’export di Coldiretti, che assegna proprio alla mozzarella Dop una delle migliori performance, in particolare in Francia.

Secondo Coldiretti, mai così tanto formaggio italiano è stato consumato all’estero come in questo 2017, che ha fatto segnare un aumento del 7% in quantità rispetto allo scorso anno, cifra che ha portato all’84% l’incremento delle spedizioni nel corso dell’ultimo decennio, vincendo la sfida con i formaggi francesi.

La mozzarella di bufala campana Dop fa ancora meglio, raddoppiando il suo export tra il 2006 e il 2016. In valore assoluto il dato è ancora più significativo: si è passati infatti dalle 5.280 tonnellate esportate nel 2006 alle 14.190 del 2016, il che vuol dire +168,7%. La Francia resta il primo Paese di destinazione (il 27,63% delle mozzarelle all’estero finisce Oltralpe), seguita a ruota da Germania (23,6%) e Regno Unito (13%). Il Giappone (3,17%) e l’Europa dell’Est fanno segnare il trend migliore, con in testa Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (1,39% nei tre Paesi).

Si registra tuttavia una forte richiesta da parte di Paesi lontani che non riesce appieno a essere soddisfatta. I mercati oltreoceano riconoscono un valore aggiunto di natura economica alla bufala campana, che non si è ancora tradotto in ricchezza del comparto, a causa dei costi elevatissimi della logistica.

“I numeri testimoniano che nel mondo c’è tanta voglia di mozzarella di bufala campana Dop e noi ne siamo orgogliosi”, commenta il presidente del Consorzio di Tutela, Domenico Raimondo, e aggiunge: “Sono cifre che indicano un potenziale altissimo e ci spingono a impegnarci ancora di più per competere sui mercati globali. Dobbiamo vincere la sfida della logistica, che oggi assorbe valori economici che potrebbero invece essere a vantaggio dell’intera filiera. Lo possiamo con le nuove tecnologie, grazie alle quali puntiamo a cambiare le modalità di trasporto e di conservazione del prodotto, per dare valore aggiunto alla filiera”.

Intanto il prossimo 20 novembre il Consorzio di Tutela mozzarella di bufala campana volerà in Sudafrica e sarà a Cape Town per partecipare al workshop su “Protezione e promozione dei prodotti a Indicazione geografica”, promosso dall’Ambasciata d’Italia a Pretoria, in sinergia con i ministeri dell’Economia e del Turismo sudafricani e l’Unione Europea. Si discuterà con esperti internazionali delle strategie di sviluppo e promozione di Dop e Igp: L’obiettivo dell’iniziativa è far comprendere l’importanza di acquistare prodotti europei a marchio Dop e Igp rispetto a quelli generici. Legame con il territorio di origine, tradizione, sicurezza e tracciabilità rappresentano la marcia in più sul mercato internazionale. Così si punta ad aumentare in Sudafrica il consumo di bufala campana, che già è presente in alcune grandi realtà del Paese.


29
Ott 17

Dopo 71 anni Mameli non è più precario

Dopo 71 anni, l’Inno di Mameli diventerà, definitivamente, l’inno ufficiale della Repubblica Italiana. Vi chiederete: ma perché fino a mo’? Era provvisorio. Nel Paese di San Precario, pure l’inno aveva un contratto a progetto. Poi alla fine hanno deciso di regolarizzarlo. Manca solo l’ultimo passaggio al Senato.

Dopo il referendum lombardo veneto, i rigurgiti di autonomia ed indipendenza che muovono l’Europa, ingessata, delle Nazioni (e qualche strilletto autonomista pure a Mezzogiorno) evidentemente in Parlamento hanno pensato bene di puntellare le fondamenta unitarie repubblicane con una mano di stucco a presa rapida.

De gustibus, a me l’inno non è mai piaciuto. Mi ha sempre dato l’idea di una stituazione grottesca. Sarà stato perché da piccolo ad una parata militare ho sentito quegli uomini in divisa, con stelle, medaglie e medagliette appuntate con ordine e disciplina, accompagnare le note (che avrebbero dovuto essere solenni “…Iddio la creeeò”) con un popopò popopò popopo’ po’ po’ po’ po’.

E lì ho scosso la testa, al pensiero di quegli altri inni che veramente te la fanno fare sotto mentre li ascolti (Deutschland, Deutschland über alles über alles in der Welt,wenn es stets zum Schutz und Trutze brüderlich zusammenhält.
Von der Maas bis an die Memel, von der Etsch bis an den Bel
, o ancora quel Slàv’sja, otéčestvo, nàše svobòdnoe,Drùžby naròdov nadëžnyj oplòt!Pàrtija Lénina – Sila naròdnajaNas k toržestvù Kommunizma vedët! , giusto per farvi due esempi). Quegli inni che, dopo averli sentiti, un po’ come succede con Wagner, ti viene da resistere a Stalingrado o da invadere la Polonia.

Quando sento la marcetta, invece, a me viene in mente il casatiello alla gita del lunedì di Pasquetta, da sussurrare con la gomma da masticare in bocca o da avvinazzati. Oppure i caroselli per la vittoria ai mondiali, subito dopo “ollelè ollalà faccela vedè faccela toccà” dedicata alla mora della decappottabile accanto con le labbra rifatte e il tricolore disegnato sulle guance.

Mi scusi Presidente

Non sento un gran bisogno

Dell’inno nazionale

Di cui un po’ mi vergogno.

Lo diceva pure Giorgio Gaber, che un po’ di musica ne capiva, così come ne capiva l’orchestra che, nel 1920, durante la premiazione del marciatore milanese Ugo Frigerio alle Olimpiadi di Anversa, alla presenza di re Alberto del Belgio, suonò ‘O Sole mio (anziché la sabauda “Marcia Reale”), da tutti conosciuta a memoria, e immediatamente l’esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello stadio.

Non è mai piaciuto a nessuno, diciamo la verità, né a destra né a sinistra, per questo è stato precario per 71 anni. Il primo precario della storia italiana a cui, alla fine, è stato riconosciuto il “posto fisso” nell’alveo costituzionale. Popopoò, popopò, popopo’ po’ po’ po’ po’.

Per me il senso sta tutto qui ( fosse stato “doicland doicland iuber alles” col cavolo che ti saresti scordata le parole) :


27
Ott 17

In principio era un pezzo di terra che nessuno voleva più coltivare

Vi siete mai chiesti come ha avuto inizio quella che chiamano “Terra dei Fuochi”?

Ho ascendenze familiari in quella che una volta, prima di 154 anni fa, prendeva il nome di “Terra di Lavoro”, per l’altissimo grado di fertilità, riconosciuto sin dai tempi antichi. Era, quell’area, la Campania Felix.

Intendiamoci in partenza, non ho la benché minima pretesa di elevare l’esperienza personale ad esperienza generale, né di cadere nel tranello intellettuale del “è tutto inquinato” (quelle aree, ad oggi, sono tra le più monitorate d’Europa). Quello che sto per scrivervi l’ho ascoltato nei racconti di parenti, intorno al tavolo della domenica, quando ci si spostava per non lasciar morire le esperienze di famiglia patriarcale che, soprattutto in campagna, riuniva generazioni diverse e lontane, nel comune cognome o nell’identità del “patriarca”. E badate che quanto è avvenuto in Campania, con le medesime modalità, ha avuto luogo anche in altre aree del Paese.

Tutto è cominciato quando la libera circolazione delle merci tra i paesi europei è iniziata a diventare una realtà sempre più consistente e, grazie anche a scelte politiche scellerate, l’arrivo di prodotti agricoli a basso costo ha lentamente preso il posto dei prodotti autoctoni tra gli scaffali dei supermercati e dei mercati. La moda del chilometro zero era ancora lontanissima da venire

In parole più semplici: la produzione ortofrutticola è iniziata a diventare sempre meno profittevole. I più saggi e lungimiranti decisero di unirsi in cooperative e consorzi (in qualche caso la Coldiretti giocò un ruolo fondamentale), i coltivatori diretti più anziani invece, quelli con i figli che “avevano studiato” e che quindi esercitavano una libera professione o avevano un “posto fisso” o erano emigrati, si trovavano sempre di più in difficoltà. Continuare o arrendersi?

Ora considerate che nei piccoli centri, dove tutti si conoscono, le voci girano veloci quanto le raffiche di vento. È in questi momenti che ti suona alla porta “l’amico di famiglia” accompagnato da qualche personaggio che ha una certa influenza in paese e, oggi, ti proporrebbe di utilizzare il campo per distese di pannelli solari (avete visto che spuntano come funghi?) o per impiantare qualche ripetitore di telefonia mobile.

Ma 20 o 30 anni fa o ti concedevano un prestito che non riuscivi mai ad onorare fino in fondo per ovvie ragioni (fino alla cessione del fondo), oppure ti proponevano semplicemente di vendere o dare in affitto l’appezzamento di terra che per i vecchi contadini, morsi come dicevo, dalla fatica, da un futuro in cui nessuno avrebbe più proseguito l’attività, dai mercati che cambiavano, erano diventati un problema e non più una risorsa.

Secondo voi quando a costoro che, se fortunati si erano fermati alla quinta elementare, gli presentavano la “proposta”, gli dicevano, forse, che il terreno (eventualmente) ceduto sarebbe servito per lo smaltimento illegale di rifiuti? No. Se proprio erano loquaci, dicevano che avrebbero costruito qualche piccolo complesso edilizio. E a tanti importava poco, perché le spalle non riuscivano più a sopportate il peso di un mondo che cambiava. Coi soldi della compravendita, prendevano casa altrove, magari vicino ai figli che avevano lasciato il natìo borgo selvaggio e la storia finiva lì.

Anche così, non solo ben inteso, è iniziata la Terra dei Fuochi, con la crisi dell’agricoltura e lo smantellamento delle prime sentinelle del territorio, i contadini e gli allevatori. In tanti hanno resistito, arrendendosi, col tempo, solo dinanzi all’evidenza di un territorio (e dei frutti) che si ammalava con le scorie dell’industria pesante e della politica che, nel frattempo, gli aveva piazzato qualche centinaia di metri più in là,  qualche deposito di ecoballe, che di eco non aveva nulla e che col percolato inquinava falde e terreni.

Chi mi ha raccontato la storia, non ha ceduto alle pressioni e alle proposte che “non si possono rifiutare”. Perché nessuno lo ha fatto intorno a lui, permettendo all’area in cui si trovano di restare immacolata. Un’area che, oggi è tra le più controllate d’Europa. Si sono uniti in una cooperativa e continuano a vendere frutta. E non è vero che non si trovano operai giovani del posto che vogliano lavorare la terra. Ce ne sono, non tanti, ma ce ne sono. Insieme a slavi ed indiani che poi mettono su famiglia. In mezzo ai campi? Si parla napoletano ovviamente.


21
Ott 17

MoVeng: l’app per non restare bloccato da chi parcheggia in doppia fila

Non è un fake e, si sono d’accordo con voi, può essere pure una trovata discutibile, anzi sicuramente perché incoraggia comportamenti poco virtuosi. Però è a tratti geniale nella sua follia e nella provocazione che lancia perché ti mette davanti al paradosso. Un’ app made in Naples:

Se sei stufo di dover suonare il clackson in attesa di far spostare un auto, o se hai urgente bisogno di lasciare l’auto con le quattro frecce per poter fare delle commissioni  e non vuoi correre il rischio di poter tangere la tranquillità altrui? Scarica subito l’app MoVeng, per poter ricevere ed inviare notifiche ai proprietari delle auto, conoscendo esclusivamente il numero di targa:

MoVeng un’app user-friendly e utile alle esigenze comuni degli automobilisti.

Clicca qui per scaricare


20
Ott 17

Idioti pregiudizi francesi (e non hanno neanche il bidè)

Screenshot da Meridionews

Al posto di valigie e pacchi ingombranti, per misurare l’ampiezza del portabagagli c’è un uomo incaprettato. A prima vista potrebbe sembrare uno scherzo di dubbio gusto, invece, si tratta della prova della nuova Skoda Karoq della rivista francese Auto Moto Magazine, pubblicata su YouTube.

Il tutto condito dai consueti luoghi comuni su criminalità e Sicilia, tirando in ballo le consuete citazioni cinematografiche. E da tanta idiozia : “si fa così in Sicilia, quando qualcuno ti infastidisce”

Fatto sta che, successivamente, resisi conto della figura de merd e delle proteste della associazione Libera, il video sia stato, per fortuna rimosso.

Sarebbe opportuno che l’Unione Europea, tra le decine di direttive sulla giusta lunghezza del pinzimonio, intervenisse anche censurando le aziende che in questo modo, procurandosi comunque profitto, esaltano modelli e consuetudini che cerchiamo di combattere quotidianamente e che vorremmo scomparissero. Modelli che impediscono lo sviluppo dei nostri territori e lo condannano ad una costante subalternità. Modelli che non hanno proprio nulla di folcloristico.

Un motivo in più per non acquistare skoda.


08
Ott 17

Bònasera grazie e banvenuti a un’altra puntate del processo più amato dagli italiani

“Bònasera grazie e banvenuti a un’altra puntate del processo più amato dagli italiani”, così esordiva, con accento marcatamente terrone, l’unico forse che mandando a fanculo la dialettica, ed in qualche caso la grammatica e la sintassi, rappresentava uno squarcio di sud sfacciato sulle ingessate reti Rai.

Aldo Biscardi, il moviolone, la buonanima di Maurizio Mosca e tutta l’allegro circo Barnum che lo circondavano erano l’ultimo retaggio degli anni 80, con propaggini fino ai 90, che ci hanno definitivamente manco a farlo a posta proprio all’ indomani dell’introduzione del Var, ovvero di quella moviola in campo che il buon Aldo invocava, ogni dannatissimo lunedì sera, come panacea di tutti i mali del pallone.

Dante Alighieri scriveva che il Padreterno aveva mandato suo figlio a farsi giudicare dalle leggi romane perché avevano rappresentato il punto storico più alto del diritto fino a quel momento. E il figlio di Dio non avrebbe potuto e dovuto che farsi condannare che dalla migliore giurisdizione possibile, a quel tempo.

E non sarà stato certamente un caso che il Padreterno abbia voluto proprio Biscardi a “giudicare”, al suo Processo, i primi due (ed unici) scudetti napoletani e, soprattutto, a essere Cassazione per le giocate di D10S in terra. Ne parlava con malcelata soddisfazione tanto che più d’uno aveva avanzato l’ipotesi che lui, nato a Larino, in provincia di Campobasso, fosse in fondo tifoso del Napoli, pronto a conservarsi a fine trasmissione, con Maurizio Mosca, durante i primi anni ’90, tutti gli “sgup” e le “bombe di mercato” che riguardavano il Napoli di Ferlaino.

Insieme a Sandro Ciotti ed Enrico Ameri, popolava il pantheon del mio giornalismo sportivo, ponendosi accanto ai primi due senza alcun timore reverenziale, sebbene fossi costretto a cambiare canale ogni volta che mia madre, il lunedi sera, passava davanti alla seconda televisione che avevamo in casa. Diceva che “parlava in dialetto” e non sarebbe stato un buon esempio per le mie aspirazioni.

Chiamatela reazione e scontro generazionale, ma ho continuato a seguire Aldo Biscardi fino alle sue ultime trasmissioni condotte sulle reti private, quando il peso dell’età ne precludeva i consueti slanci e le invettive da Savonarola contro i complottisti che impedivano la moviola in campo. Godendo della stima dei potenti (indimenticabile la prima telefonata di Berlusconi, in diretta al processo) che riconoscevano al Processo (quello originale, come amava dire Biscardi) la capacità di fare opinione, in maniera non sobria, ma volutamente urlata. Primi vagiti di un giornalismo rumoroso che sarebbe poi diventato consuetudine e normalità.

Fu proprio grazie a quel giornalista con la testa color carota che, appena adolescente, riuscii, io che dalla provincia mi spostavo a Napoli al liceo, a rompere quel muro di indifferenza e diffidenza dei miei compagni di classe. Proprio quando, al cambio di professore, tra l’ora di italiano e quella di greco, dalla quarta alla quinta ora, invaso da non so quale demone della drammaturgia, mi avvicinai al proscenio su cui giaceva la cattedra. Due colpi sulla superficie di legno per richiamare l’attenzione del pubblico e poi “Buonasera, grazie e banvanuti al Moviolone di Biscardi”, con la mano destra che introduceva l’ingresso esterrefatto della prof.

La mia prima nota sul registro e l’applauso del pubblico pagante.

Buonanotte, Aldo, anzi, buonasera, riporta a Maurizio Mosca il suo pendolino.

Contributo realizzato per Identità Insorgenti


05
Ott 17

Libero, luoghi comuni, sempre più la Pravda della Padania

Libero, quotidiano lombrosiano, la Pravda della PaTania, il media partner dell’autonomia del lombardo veneto scissionista, l’idea platonica e lapalissiana del luogo comune: i meridionali rubbeno, i immigrati rubbeno, i mussulmani rubbeno.

Oggi per spingere sull’acceleratore dell’autonomia, per fare un po’ i catalani de noantri, aglio olio e peperoncino scrive:

I segugi del quotidiano chiagneffotti patano, in uno slancio apodittico sentenzia: ad oggi i soldi dei lombardi (verso il Sud) sono destinati a criminali e mezzi criminali. Un quotidiano ormai “ortopedizzato” (come direbbe il professor Diego Fusaro) e sclerotizzato sui consueti cliché. Come se l’evasione fiscale fosse poi una piaga solo meridionale, così, per inciso.

Val la pena di ricordare che nel 2012 uno studio del Professor Gioacchino Amato, docente di Diritto dei Mercati Finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Firenze, dichiarava che il Sud Italia finanzierebbe massicciamente, attraverso il risparmio privato, le regioni settentrionali.

Così spiegava il professor Amato nell’intervista al Quotidiano di Sicilia:

“Basti pensare al risparmio privato che affluisce quotidianamente sui mercati finanziari. Da siciliano, ho esaminato il caso della Regione Sicilia la quale, pur essendo una regione molto vasta (la sua popolazione equivale a più dell’8% della popolazione nazionale), non ha nessuna società locale quotata presso la Borsa di Milano. Ciò comporta, oltre a un deficit di capitalizzazione delle imprese siciliane, che il risparmio privato che le famiglie siciliane decidono di destinare all’investimento finanziario, affluisce nel capitale delle aziende centro-settentrionali, rafforzandone la struttura patrimoniale e consentendone la crescita sui mercati. In breve, sarebbe il Sud a finanziare il Nord, attraverso il risparmio delle famiglie meridionali, e non viceversa”.Un Regione come la Sicilia, dovrebbe impegnarsi a realizzare una politica industriale volta ad incoraggiare la quotazione in borsa di alcune aziende siciliane pubbliche ma anche private. In tal modo, il risparmio delle famiglie siciliane, che oggi affluisce in maniera consistente nel capitale sociale di aziende del centro nord, sarebbe dirottato nel finanziamento delle imprese siciliane, notoriamente sottocapitalizzate. In tal modo il risparmio dei siciliani rimarrebbe in Sicilia e finanzierebbe le imprese locali anziché quelle settentrionali. A ciò si aggiunga che, la quotazione in Borsa di alcune aziende locali consentirebbe di attrarre anche capitali non locali che altrimenti verrebbero destinati a finanziare la crescita di altre società.La Sicilia dovrebbe ripetere esperienze positive, come quello rappresentato dal Porto Turistico di Licata, in provincia di Agrigento, dove è stata realizzata un’importante infrastruttura di notevole rilevanza pubblicistica senza l’utilizzo di uno solo euro proveniente dalle casse pubbliche. La parte imprenditoriale privata ha messo a disposizione le risorse finanziarie, le idee, la creatività e l’efficienza tipica del settore privato e la parte pubblica ha messo a disposizione l’area demaniale, così consentendo la trasformazione di quella che in passato era una spiaggia derelitta e abbandonata, nella più grande sorpresa turistica di quest’estate 2012 in Sicilia.

Sempre a proposito del quotidiano Libero, val la pena ricordare che ha intascato variati quattrini anche dai contribuenti meridionali, quei mezzi criminali dei contribuenti meridionali

Su Wikipedia si legge:

Nel 2003 «Libero» ha chiesto ai proprietari del bollettino «Opinioni nuove» di prendere in affitto la testata. Il quotidiano è diventato ufficialmente il supplemento dell’organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano. In questo modo ha potuto beneficiare di 5.371.000 euro come finanziamento pubblico agli organi di partito[18], secondo quanto previsto dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62[19].

Il d.P.R. 7 novembre 2001, n. 460 ha favorito la trasformazione in cooperative per tutte le imprese che intendono chiedere finanziamenti pubblici. Nel 2004 «Libero» ha acquistato la testata «Opinioni nuove» e si è poi trasformato in cooperativa di giornalisti. Nei sette anni che intercorrono dal 2003 al 2009, «Libero» ha beneficiato di contributi pubblici per 40 milioni di euro[20]. Nel 2006 il quotidiano ha chiuso il bilancio con profitti per 187 000 euro[17].

Nel febbraio 2011, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) con la delibera 63/11/CONS[21], ha sanzionato il senatore Antonio Angelucci per omessa comunicazione di controllo per i giornali «Opinioni Nuove Libero Quotidiano» («Libero») e «Il Nuovo Riformista». La Commissione Consultiva sull’editoria presso la Presidenza del Consiglio, preso atto della sanzione comminata dall’Agcom, ha stabilito che i due quotidiani dovranno restituire i circa 43 milioni di euro di contributi percepiti negli anni 2006-2010[22].


02
Ott 17

“Papà ma che vuol dire referendum alla napoletana”?

La domenica sera è una “mazzata in fronte” perché tra le altre cose, chi ha figli, sa che si torna studenti e bisogna costringere i bambini a “finire i compiti.”

Io, ieri sera, siccome non riuscivo a staccare mio figlio dall’ennesima riproposizione del film di quel gattone di Doraemon che deve salvare il regno di un cane parlante, ho deciso di cambiare canale e spostarmi sulla maratona Mentana, devastante per le velleità di qualsiasi ragazzino iperattivo (che poi, cane parlante per cane parlante, invece del gatto spaziale ma non è meglio Brian Griffin? Vabbè, questa è un’altra storia).

Insomma è stato l’unico modo per schiodare mio figlio dal divano e fargli riempire la paginetta di “the pen is on the table”.

Al ventesimo, più o meno, nel mentre mi appropinquavo all’abbiocco, mio figlio, che non è napoletano, ha alzato la testa e mi ha chiesto “Babbo che cos’è un referendum un po’ napoletano? Tu sei napoletano dovresti saperlo”.

“Che??!?! ”

“E che ne so così ha detto quel signore nella televisione che ha gli occhiali come Nobita, l’amico di Doraemon”.

“Un referendum un po’ napoletano?

Un referendum un po’ napoletano è una battaglia dove la gente preferisce farsi riempire di mazzate dalla polizia pur di poter dire quello che pensa liberamente. Pur di affermare un ideale in cui crede.

Quel signore lo sa bene, ha studiato, è un grande giornalista e si ricorda di quando Napoli, non molto tempo fa, si è ribellata a un’ invasione straniera, senza l’aiuto di nessuno.

I napoletani, pure con scope e bastoni, sono scesi in strada e hanno cacciato a calci nel sedere dei soldati che la occupavano e imponevano agli abitanti cosa fare e non fare. I napoletani si sono presi le mazzate, pure qualche proiettile, a qualcuno se lo sono portati via in treno e non è più tornato,  ma alla fine sono ritornati liberi. Forse, ma pure questa è un’altra storia.”

Mi ha sorriso, ha abbassato la testa e ha continuato a scrivere che “la penna sta sul tavolo”, mentre ricordavo di quando ero bambino io e sul canale 7 ( mio padre ci aveva sintonizzato Telecapri) la domenica,  c’era il film di “Mazinga contro Devilman”, Mentana aveva i boccoli nerissimi e si limitava a condurre il Tg1, e non eravamo costretti a dover chiedere spiegazioni a nessuno sulle ipocrisie ed i pregiudizi del mondo. Compresi quelli dei giornalisti radical chic.


26
Set 17

Al Nord? La mafia non esiste

Da “La Repubblica.it” di oggi 25 settembre:

Nell’ambito della maxi inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Brianza e in Lombardia è stato arrestato anche il sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, di Forza Italia.  E’ accusato di corruzione: avrebbe favorito gli affari con un imprenditore legato alle cosche, il quale si sarebbe a sua volta adoperato per procurargli voti. A legare a “doppio filo” politica e ‘ndrangheta, secondo l’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano, sarebbe stato un imprenditore edile di Seregno il quale avrebbe intrattenuto rapporti con politici del territorio, e coltivato frequentazioni e rapporti fatti di reciproci scambi di favori con esponenti della criminalità organizzata. Il suo ruolo sarebbe stato “determinante” per l’elezione del sindaco arrestato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti. Il suo interesse era quello di ottenere dai politici una convenzione per realizzare un supermercato nel monzese.

Lo scrivo da tre anni: al Nord la mafia ormai ha attecchito perché si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man. Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino. Si chiama “Briangheta”, la ndrangheta lombarda, frutto di  un’imprenditoria fragile e omertosa, una politica corrotta e impaurita, un giornalismo spesso connivente ed estorsivo.
Ma da anni si ostinano a chinare il capo, miopi, a non vedere quello che accade, per connivenza, mala fede, per non andare oltre il pregiudizio che la mafia sia solo un fenomeno da terroni. Giornalisti, politici, servi sciocchi.

Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si affrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o inconsapevolmente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.

Ricordo qualche tempo fa le parole del sindaco di Brescello a proposito di un boss ndranghetista: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

Se tali parole fossero state pronunciate in Campania, Sicilia o Calabria si sarebbe levato un coro indignato. Sociologi, editorialisti, maestrine dalla penna rossa ci avrebbero spiegato che il Sud ormai è fuori controllo, che nessuno manifesta contro le mafie, che i boss vengono protetti; il solito coro, impregnato dall’eco lontana della Legge Pica, che avrebbero snocciolato il consueto rosario di luoghi comuni, dal sapore tipicamente manicheo.

 Quanto indotto fa muovere la mafia al Nord? Quanto contante per una società cui, alla fine, interessa solo che nessuno spari sotto casa e non ci sia la macabra visione dei morti ammazzati e della mano militare che tiene sotto scacco e soggezione il Sud.

Lo ripeto, come faccio spesso, nessun fenomeno criminale attecchisce e si radica se non ha in loco un’accondiscendenza ed una tolleranza che è, talvolta, entusiasta accettazione. Addurre come esimente l’aspettativa del mafioso con lupara e coppola è solo un alibi che serve a tacitare le coscienze dei finti ingenui, cui, il volto pulito della Mafia spa, fa comodo.

Se “giù al Sud” alle mafie fu delegato il controllo del territorio, che ancora dura, con logiSpesso si rimprovera alla società civile meridionche militari e violente, al Nord questo non accade, perché non ve n’è bisogno. Ma più elementi (a cominciare dal traffico di rifiuti verso la Campania, col patto tra aziende settentrionali e monnezza criminale meridionale) danno la certezza di un ruolo centrale di camorra, mafia, ndrangheta nel muovere, in certi territori, un’ economia messa in ginocchio dalla crisi e, soprattutto, di essere un player fondamentale, sovente, nelle scelte che riguardano la politica locale. Fino ad influenzarla pesantemente.

I think tanker del pensiero borghese italiano dimentica che la quasi totalità degli anticorpi alle mafie sono tutti meridionali. Continuare a tuonare che al Nord non occorra il vaccino, in base a (non fondate) ragioni di carattere geografico e culturale, consente solo alla malattia di infettare l’intero organismo.

Il 15 aprile del 2016 il commissario antiracket nazionale dichiarava:

I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Spesso si rimprovera alla società civile meridionOrmai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”

Con buona pace dei Feltri e dei Cruciani e di tanti come loro che invocano l’intervento della società civile solo quando vanno a fuoco le piccole botteghe artigiane tra i vicoli di Napoli, Bari o Palermo.


20
Set 17

Razzismo in tribunale: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo

foto Adn Kronos

La notizia è davvero raccapricciante: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”.

A pronunciare questa frase choc, come racconta all’Adnkronos l‘avvocato Stefano Giordano, che si dice “preoccupato per l’accaduto”, è stato il Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona, nel corso di una udienza che si è celebrata ieri proprio a Trento. “E’ un fatto gravissimo oltre che una frase razzista – dice Giordano, figlio del Presidente del Maxiprocesso di Palermo Alfonso Giordano – Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso”.

Il presidente del Tribunale del Riesame, il dottor Carlo Ancona – spiega Stefano Giordano, all’ADN Kronos ,nel frattempo tornato a Palermo – nel condurre l’udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, profferendo la seguente frase: ‘Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo’. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto”.

 “Purtroppo – aggiunge Stefano Giordano – nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del Tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale”. “Manifesto la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano – dice ancora Stefano Giordano – Ho già concordato con il presidente del’Ordine di Palermo, l’avvocato Francesdco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti”. (fonte: Adn Kronos)
Al di là del episodio razzista denunciato dall’avvocato, si pone un vecchio problema di questo Paese e riguarda, incidentalmente, anche lo stato della giustizia. Ci riporta alla mente gli effetti e le conseguenze della lontana legge Pica, quando i meridionali erano, senza distinzione, presunti camorristi.
Il mio auspicio ed il mio augurio è che l’avvocato abbia capito male…