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05
Nov 15

Quella emigrazione che costruisce ponti e non rinnega le origini 

  “Noi non emigriamo, sono più di 150 anni che colonizziamo” così Luca ‘o Zulù Persico, dei 99 Posse, in una canzone di un paio di anni fa. Ed in effetti , noi di quella che fu la Magna Grecia, non abbiamo perso questa abitudine, colonizzati a nostra volta dai figli di Ulisse ed Enea.

E quale è la prima espressione di “colonizzazione” di un meridionale emigrante? La fondazione di una squadra di calcio. Così come è successo in Australia è accaduto anche in Francia, in una storia poco conosciuta che racconta Danilo Pontillo ed annunciata lo scorso agosto dal Pozzuoli Calcio, una storia che unisce le città di Verdun e Pozzuoli.

La squadra di calcio della città francese, infatti, è stata fondata da emigrati puteolani. La società, via web ha chiesto quindi un gemellaggio sportivo (ignorando tuttavia che a Pozzuoli le società calcistiche sono più di una ).

Scrive Laurent, coach della squadra francese:

Improvvisamente ti arrivano questi messaggi e pensi a tantissime cose….

Pozzuoli è davvero TANTO peccato che solo in pochi lo capiscono….

” Buongiorno,

prima di tutto la prego di scusarmi per il mio italiano.

Mi chiamo Laurent Martin, sono francese e vivo nella regione di Verdun.

Sono l’allenatore di un club di calcio che si chiama ES TAVB.

Vi scrivo perche da tempi cerchiamo col nostro club di costituire una relazione con Pozzuoli senza riuscire.

In effetto, nel nostro paese, tanti giocatori sono figli di immigranti paretane arrivati in francia negli anni 50. Le famiglie Tamburrino, Masiello, Cilindro, Martorelli, Picone, che vivono nel nostro paese sono tutti originari della regione di Pozzuoli.

La nostra squadra è stata propria creata da questi italiani. Ed oggi ancora, si parla il vecchio dialetto nelle vie del nostro paese.

L’idea, sarebbe di creare tra i nostri due club una sorta di legame simbolico a traverso il web ! Delle belle idee possono essere trovate. Una amicizia che si svilupperebbe aldilà delle Alpi. Perché noi, figli di immigranti, sarebbe importante.

Non so se lei è in relazione con la sede della Squadra di Pozzuoli, e se lei puo comunicare la mia domanda.

Aspetto la sua risposta con piacere,

Cordialmente,

Laurent Martin.”

Il gemellaggio cercato dagli abitanti di Verdun sono una attestazione di stima e riconoscenza per quei “forestieri” venuti dai Campi Flegrei, che hanno arricchito la piccola comunità d’oltralpe con la propria identità.


15
Mag 15

Un’idea di “restanza” catanese contro l’emigrazione meridionale

Hai voglia a snocciolare dati sull’aumento del pil dello 0 virgola qualcosa per cento , al Sud oltre alla disoccupazione c’è un deserto fatto di emigrazione senza soluzione di continuità. Territori che si svuotano di intelligenze e forze fresche per intraprendere e far rinascere il Sud.

Secondo i dati Svimez più di un milione e mezzo di persone ha lasciato la propria terra per stabilirsi altrove, da Sud a Nord, negli ultimi 13 anni.

Catania. Nasce "Io resto per fare territorio"

 Più del 70% è composto da giovani, e di questi il 40% sono laureati. In questi anni dunque, tantissime le persone che sono emigrate e, anche se alcune di loro sono tornate indietro, il saldo è comunque altissimo. Soprattutto se la maggior parte di questi sono giovani.(fonte: contropiano.org).

Nonostante ciò, da qualche anno si sviluppano fenomeni di “restanza” e resistenza sul territorio, proprio da parte di chi torna o di chi non parte decidendo di investire le proprie risorse nella propria terra.

Così nascono iniziative come quella organizzata dal collettivo Aleph di Catania: “Io resto per fare territorio” che così viene descritta su Contropiano.org:

Se è vero che la politica dal basso deve partire dalle esigenze reali, è pure vero che, per chi vive il Sud, parlare di “emigrazione” è più che mai necessario.
Andare via significa desertificare le proprie città, i propri territori e darla vinta a chi ci vuole sradicati e flessibili, manovrabili come le pedine della dama, pronti a partire senza colpo ferire, mettendo in discussione così la capacità di costruire rapporti, progetti durevoli di vita.

ed ancora:

I dati che abbiamo letto sopra confermano come molte scelte politiche ministeriali abbiano, se non incentivato, nemmeno contrastato apertamente la desertificazione verso cui sta andando il Sud, il depauperamento delle sue risorse, lo svilimento del suo capitale umano. Insieme abbiamo capito che la messa in comune di esigenze e l’organizzazione della rabbia collettiva possono essere delle risposte, possono creare delle opportunità, altrettanto valide a quelle che spingono migliaia a partire.
Questo e molto altro ci tiene legati alla nostra terra, questo e molto altro ci permette di credere che, in fondo, ha un senso rimanere.
#IoResto per #FareTerritorio non è solo uno slogan, una campagna, è soprattutto una convinzione, a cui ci aggrappiamo giornalmente e su cui vorremmo confrontarci.

Un modello di analisi e ricerc che si estende a tutto il Mezzogiorno e che  si pone l’obiettivo di evidenziare non tanto i numeri degli ‘spostamenti’, ma la percezione di tale evento storico e sociale, con l’obiettivo di entrare dentro il Meridione, analizzarlo e proporre soluzioni economico-istituzionali”

Da Catania al Sud, restiamo e resistiamo, qui.


30
Ott 14

Quanto rende l’emigrazione studentesca al territorio “ospitante”?

L’emigrazione ha dei costi umani, sociali, culturali, affettivi ma anche dei costi in termini economici che finiscono per impoverire il territorio da cui ci si allontana e per arricchire quello che si raggiunge.

Sulla scia dei dati Svimez, la pagina Facebook l’Extraterrone ha elaborato, qualche anno fa, una tabella con i dati del reddito sottratto alle regioni di provenienza a seguito dell’emigrazione per motivi di studio:

In tabella sono riportati i valori del “saldo studenti fuori sede” e del “reddito sottratto alle Regioni di provenienza” per gli anni accademici dal 2005 al 2010.
Il primo dato è pari alla differenza degli studenti che si trasferiscono fuori sede con quelli che, invece, decidono di trasferirsi in quella stessa Regione (sono esclusi gli studenti stranieri – dati MIUR). Per 2 anni A.A. si è provveduto ad una stima per mancanza di dati dal Ministero.
Il “reddito sottratto alle regioni di provenienza” è pari al saldo degli studenti moltiplicato il costo medio nazionale di uno studente, così come determinato da Federconsumatori (€10.125 dossier 2007).
E’ ovvio che i valori indicati sono una stima dei dati reali, ma forniscono una chiara indicazione dell’ennesimo flusso di denaro da Sud a Nord.
Vorrei ricordare che nella maggioranza dei casi gli studenti non cambiano residenza, per cui in 6 anni risultano circa 140.000 ragazzi del Sud invisibili per i dati ISTAT.

 

 


12
Ott 14

Venghino siori, venghino a lavorare in Germania

Trovo interessantissimo e ricco di spunti di riflessione, un articolo di Lino Patruno sui nuovi emigranti, soprattutto pugliesi, scelti, ormai, direttamente in loco dai selezionatori tedeschi.

Dunque, arrivano “cacciatori di teste” tedeschi e si vengono a prendere la nostra meglio gioventù. Ingegneri, soprattutto ingegneri. Poi tecnici dall’aeronautico all’ambientale. Ma anche medici, farmacisti, infermieri. Quelli che sarebbero fondamentali anche per il Sud se non fosse lasciato senza lavoro. Quelli sfornati dalle nostre università e dalle nostre scuole pur così vilipese. I bellissimi ragazzi di cui tutti parlano come grande risorsa. Appunto, risorse umane secondo il cieco linguaggio della burocrazia. Emissari hanno fatto le selezioni in Puglia, e le faremo sapere.

Perché possano essere scelti devono però conoscere la lingua tedesca, non è neanche sufficiente l’inglese. Pensate che altro sacrificio. Beh, sapete, se non sono idonei i meridionali italiani, sa quanti ce ne sono pronti da Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo, per non parlare dei Paesi dell’Est. Perché in un’Europa che dovrebbe essere unita, la Germania è l’unica a poter abusare. E consentirsi di prosciugare gli altri delle loro, appunto, risorse umane. Senza capire che, stremando gli altri con l’ossessivo rigore, gli altri cominciano ad acquistare sempre meno da lei, che infatti perde colpi.

 

Così esordisce il giornalista pugliese, poi prosegue riferendosi ai nuovi emigranti, giovani di vent’anni che abbandonano il Sud:

Così se ne vanno. Con trolley, computer e una speranza. Lasciando che il deserto del Sud diventi ancor più deserto. Una trasformazione antropologica, una terra senza più giovani e figli che nascono. Ma oggi sono più abituati a viaggiare. E si calcola che un bambino a dieci anni abbia già conosciuto una decina di città, figuriamoci un giovane. Vanno via anche dal Nord, sia chiaro, perché il Paese non sa dirgli quale sarà il suo domani. E poi il Sud, che vuole?, l’ha sempre fatto. E’ la nuova distribuzione internazionale della produzione, i territori in crescita attirano lavoro ristabilendo l’equilibrio e allentando la pressione nei territori che non lo possono dare.

 

Ed ancora:

E mentre l’ennesimo treno parte, visto che parte chi volete che si accorga e si interessi a come si continua a far diventare Sud il Sud? Esempio, dandogli meno mezzi che al Nord col taglio della spesa pubblica, e succhiandogli di più che al Nord col prelievo fiscale. Puntuali i dati della Svimez (Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno). Il sistema tributario accresce le diseguaglianze del Paese, invece di attenuarle come prevede la Costituzione. Fra il 2012 e il 2013, le entrate tributarie comunali sono calate al Nord del 17 per cento e al Sud dell’11 per cento (cioè più tasse). Nel frattempo i trasferimenti Stato-enti locali (ciò quanto lo Stato passa ai Comuni per poter svolgere le loro funzioni) sono aumentati del 72,8 per cento nelle regioni settentrionali contro il 31 per cento in quelle meridionali. Come se i poveri fossero improvvisamente diventati ricchi e i ricchi fossero improvvisamente diventati poveri. L’Italia a rovescio. Così aumenta il divario invece di diminuire. Anzi il Sud finanzia il Nord facendo salire il divario a suo danno (perché i soldi che distribuisce lo Stato sono soldi anche del Sud).

 

E poco importa se qualcuno non sa il tedesco, magari lo imparerà, per lo meno viaggerà più comodo, in Paesi dove l’alta velocità ed i collegamenti ferroviari non variano in base alla geografia. Dove le linee veloci non hanno confini interni. Su di essi veglierà il silenzio assordante di una classe politica meridionale, acquiescente, superficiale e supina agli interessi legati al solito piatto di lenticchie.


05
Ago 14

Quegli insegnanti meridionali che “rubano” il lavoro

Quello che vedete è il titolo di un quotidiano nazionale. Se lo trovate di cattivo gusto, la stessa polemica, in forma più edulcorata, ma che ha pari volontà di denuncia, potete leggerla anche su La Stampa:

per il prossimo anno scolastico le scuole della provincia attendono un esodo di massa di docenti dalle regioni del Sud. La recentissima pubblicazione delle graduatorie, soprattutto per quel che riguarda le elementari e le medie, l’aggiornamento triennale ha portato ai primi posti quasi tutti docenti del Meridione, Sicilia e Calabria soprattutto ma anche Campania e Puglia, che hanno approfittato della «finestra» di quest’anno per dire basta alle attese senza speranza nelle graduatorie delle proprie città, lunghe e con scarsa disponibilità di cattedre, per tentare la fortuna all’altro capo della Penisola.

 Il fenomeno non riguarda solo Torino ma buona parte delle città del Nord dove una maggiore disponibilità di cattedre e i punteggi dei docenti precari locali che non sono quasi mai molto alti, hanno invogliato migliaia di precari meridionali.

Per dire, per trovare il primo nato a Torino nella graduatoria di Francese bisogna arrivare al 23° posto, al quindicesimo in quella di Italiano, al decimo in quella di Educazione artistica, al settimo in quelle di Tedesco e di Educazione musicale, al quarto per la Matematica. Prima di loro, tanti docenti con luogo di nascita a Catania (moltissimi), Messina (molti), Reggio Calabria, Palermo, Ragusa, Agrigento, e poi Cosenza, Sassari, Catanzaro, Napoli, Lecce, Brindisi.

 

Solo chi è stato emigrante può capire la disperazione che conduce a lasciare affetti per spostarsi laddove viene anche visto con fastidio e sospetto dai colleghi. Altro che “invogliato” come scrive il quotidiano di Torino.

Ecco cosa scriveva una insegnante campana su Orizzonte Scuola:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

Insomma secondo la “propaganda” se per i lavori manuali a togliere il lavoro sono gli extracomunitari, per  quelli dove occorre una laurea, inizia a dare fastidio l’emigrato meridionale dell’età contemporanea. Fin quando era funzionale al boom economico che ha prodotto il benessere ed il Pil di certe aree andava bene. Ora, con la crisi che non guarda più in faccia a nessuno, i “terroni laureati” che emigrano (come se fosse una cosa piacevole) per insegnare, danno fastidio.

“Facessero altro se non c’è possibilità di insegnare al sud” mi ha risposto una agguerrita interlocutrice minacciata nella graduatoria. Provasse a fare lei altro, no? “No, perche’ io sono a casa mia.”. Come se il luogo di nascita fosse un diritto acquisito per volonta’ divina ed escludesse il resto del mondo e non piuttosto la conseguenza di altre emigrazioni avvenute nel corso della storia seguendo il flusso della ricchezza. Come se una persona non dovesse essere giudicata per le proprie capacità ma per il luogo d’origine.

Insomma mettiamo pure definitivamente in discussione, senza tanta ipocrisia, la fragile unità di questo paese?

E tra moderni alfieri del “non si affitta ai meridionali” e i “non vogliamo insegnanti meridionali” perche’ rubano il lavoro e non insegnano la “nostra cultura” ai nostro figli (che poi saranno per la maggior parte tutti figli dinessuno propone la cosa più logica e ragionevole: costruire nuove scuole al sud. Per una popolazione scolastica che comunque cresce.

Anche Pino Aprile ha preso posizione sulla questione:

i soldi per gli asili nido vanno solo al nord, che già li ha; ed è escluso il sud, che non ne ha. e chi dovrebbe insorgere con il sangue agli occhi, sta zitto: sindaci, parlamentari, leader di partito: incapaci, o servi, o complici o tutte e tre le cose.
credo che sia opera di civiltà chiedere alle maestre d’asilo dei figli o dei nipoti dei bip! che hanno fatto questa porcata (porcata?… mi ricorda qualcosa), di spiegare ai piccoli: cari bambini, sapete che se siete qui, avete un asilo ancora migliore, le maestre, i giochi belli, è perché i vostri genitori e i vostri nonni li hanno rubati a bambini più poveri di voi? e credo che le mamme, i papà dei bambini meridionali che non hanno l’asilo dovrebbero spiegare ai loro piccoli, ogni mattina: lo sai che se tu non hai l’asilo è perché un “porcataro” e suoi simili te lo hanno rubato per darne un altro a chi già lo aveva? e che se questo è stato possibile, è perché chi doveva difenderti: i tuoi stessi genitori, il tuo sindaco, il tuo presidente della regione, le pine picerno, i raffaele fitto, i nichi vendola e aggiungeteci voi gli altri, non l’hanno fatto? così, almeno, la prossima generazione, forse, riesce a incontrarsi su un’idea di maggiore equità.

 

 

 

 


01
Ago 14

Io, insegnante del Sud, scusate il fastidio…

Un pò di tempo fa vi avevo raccontato un paio di storie di insegnanti del Sud. Ve lo ricordate?

Vi riporto uno stralcio di quel post che potete leggere per interno qui

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si  “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso,  in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.

Qualcuno mi chiese se era una storia vera o romanzata. Quest’oggi su Orizzonte Scuola, c’è il racconto in prima persona di una insegnante come la Concetta di cui vi avevo raccontato. Potete verificare voi stessi se scrivevo una storia inventata oppure no. La lettera non è firmata ed esordisce con un perentorio:

Per favore, smettetela di demonizzare il sud e le insegnanti che si trasferiscono al nord. Credete che per noi sia una scelta facile quella di mollare tutto e andare via? Non lo è. Personalmente il punteggio l’ho fatto tra “pendolaggi” Caserta-Roma e scuole paritarie.

Racconta il dramma di un Sud che si svuota, dove, nonostante cresca la popolazione scolastica, non vengono costruite nuove scuole. Dove gli insegnanti sono ancora emigranti. Prosegue la lattera:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Poi il racconto del lavoro nelle scuole paritarie, con l’umiliazione di somme mai percepite:

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

 

Poi dritta al Nord, dove l’insegnante emigrante provoca fastidio e mal di pancia. Donne che si assumono la responsabilità di una famiglia, alla faccia dell’idiozia dei tormentoni d’altre latitudini “non vogliono lavorare”.

 

Ho fatto l’aggiornamento a Mantova. Non ce l’ho fatta a restare a Roma senza neanche la prospettiva di un incarico. Nell’attesa di essere chiamata per qualche giorno mentre sono sul treno e nella consapevolezza che se entro un certo orario non mi avessero chiamata, avrei dovuto prendere il treno del ritorno. E pagare comunque l’abbonamento perché il treno avrei dovuto prenderlo comunque tutte le mattine al più tardi alle 5. E se mi chiameranno, ruolo o incarico che sia, partirò e porterò con me marito e figli.

Perché non ce la faccio più a stare sempre in bilico. E sono stanca di lavorare per una gloria che non avrò mai e per uno stipendio che nessuno è disposto a darmi.

Quindi, per favore, capisco il vostro fastidio. Ma voi capite la nostra disperazione. Grazie.

 

Proprio come vi avevo raccontato un pò di tempo fa. Perchè basta scendere per strada per conoscere le storie del Sud. Non dalle comode poltroncine in pelle delle redazioni dei giornali…


12
Lug 14

“E ce ne costa lacrime, st’America”:l’emigrazione mai finita al Sud

Vi ripropongo un passo dell’ultimo rapporto Svimez sull’emigrazione al Sud. Una emorragia costante che non s’è mai arrestata e che sta continuando a svuotare le nostre regioni di risorse.

È significativo quello che scrive Giannola, presidente Svimez:

“Il Sud  continua quindi a sostenere i costi del suo capitale umano qualificato ma a impoverirsi esportandolo in senso univoco, cioè senza ritorno. E le rimesse di un tempo che i lavoratori meridionali al Nord mandavano a Sud oggi non ci sono più, anzi: pare che viaggino nella direzione opposta. Visto che la crescita prevista per il 2014 non presenta segnali incoraggianti, attendiamo dal nuovo Governo misure decisamente robuste per tamponare questa deriva”.

“Di fronte agli ultimi dati Istat di un’ulteriore perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in Italia dall’anno scorso, ha continuato il presidente, la crisi sembra alimentare le diseguaglianze territoriali. Dividendo 100 famiglie meridionali in cinque classi da 20 l’una dalle più ricche alle più povere, emerge che il 62% delle famiglie meridionali, cioè due su tre, appartengono alle classi più povere”.

E dire che illustri docenti e professori un paio di settimane fa sostennero con autorevvolezza (sic!) il contenuto di “una ricerca” (Pino Aprile replicò con un pezzo esilarante) in cui si asseriva che gli stipendi più alti d’Italia erano proprio al Sud. Certo come no, l’emigrazione dei “terroni” è solo un aspetto folcloristico, mica una necessità, per carità..

E alla mente mi ritornano delle strofe di una canzone dei 99 Posse:

Città dimenticata sfruttata abbandonata
da tutti disprezzata ma a Agnelli c’è piaciuto
‘o lavoro ‘e l’emigrato pacche scassate
famiglie disgregate e a Torino Milano
napulitano terrone e ignorante
magnate ‘o sapone lavate cu l’idrante
e tuornatenne a casa felice e cuntento
ce he fatto fà’ ‘e miliardi e nun he avuto niente
però sinceramente dico sinceramente
nun te può lamentà’ tiene ‘a machina e ‘a patente


24
Mag 14

Quando i “tanos” identificano l’Italia

Non sempre, soprattutto oltre i confini italiani, il termine “napoletano” (o napolitano) è ed è stato una etichetta, piuttosto discriminatoria, tendente ad identificare un soggetto dalle discutibili abitudini (come sovente avviene oggi nel nostro paese).

In gran parte di Argentina ed Uruguay, infatti, col termine “tanos” ancora oggi vengono definiti tutti gli italiani emigrati. Il motivo? La presenza massiccia dei meridionali , chiamati convenzionalmente “Tanos” (diminutivo di Napolitano), con cui si etichettavano tutti coloro che provenivano dal porto di Napoli e, in seguito, quanti provenivano dall’intera penisola italiana.

Con tutto il bagaglio di tradizioni che poi è finito per diventare parte integrante della storia culturale, degli usi e dei costumi delle nazioni moderne dove gli emigrati si sono trasferiti.

 


20
Mar 14

Quando il Veneto era da emigrazione

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E sempre interessante ricordare il proprio passato e la propria storia per comprendere il presente. Soprattutto nell’era di nuove migrazioni da est. I veneti ad esempio sono stati un popolo “emigrante”, proprio come i meridionali.

A tal propositoì, Antonio Trentin, riprendendo il saggio di Francesco Jori “Il Sude del Nord”, sul Giornale di Vicenza  scriveva:

Si fatica a raccontare a chi adesso ha trent’anni (e col Miracolo del Nordest fa i conti usando per la prima volta il segno “meno” in economia) che cos’era – tre o quattro generazioni fa – il Veneto etichettato come Terronia dell’Alta Italia, zona depressa rispetto all’Ovest padano del nascente Triangolo industriale. Raccontarlo, poi, a chi è più giovane ancora, è come raccontargli un’incomprensibile archeologia. Ma anche chi di anni ne ha sessanta o settanta tiene sepolte negli strati sotterranei della memoria – difficili da scavare sotto i ricordi delle prime abbondanze moderne godute da bambino – le storie che ascoltava da genitori e nonni: la ruralità arretrata che semitotalizzava il vivere dei veneti, le polentate e la pellagra, le penurie e la povertà, i filò invernali contro il freddo, l’emigrazione che toccava ogni famiglia, la mobilità sociale ridotta al minimo. Però conoscere questo antico humus dove si è radicato il successivo sviluppo, fino al lungo boom della seconda metà del ‘900, sarebbe una buona operazione culturale da imporre a tutti i giovani del presente fattosi precario: lezioni da imparare ce ne sarebbero tante.

 

Ed ancora:

Il Sud del Nord ha come confini cronologici da una parte l’ingresso di Veneto e Friuli nel Regno d’Italia, con le relative prime rilevazioni statistiche e demografiche che misurano l’arretratezza delle terre di nuova annessione; e dall’altra l’avvento del regime mussoliniano, all’inizio solo un’apparente farsa tragica, con la Marcia su Roma dei fascisti nostrani che si ferma pochi chilometri lontano da casa o viene deviata su Milano. In mezzo ci sono sei decenni di lenta emersione dal peggio della miseria e di presa di coscienza delle classi subalterne – ma anche di prove di capacità della classe imprenditoriale in formazione – che Jori scandisce con flash tratti da una cospicua biblioteca di letture trattate come vere e proprie fonti giornalistiche.

 

L’articolo completo è qui

 


14
Mar 14

New Orleans 1890: il linciaggio degli emigranti siciliani

Uno di quegli episodi poco conisciuti di intolleranza d’oltreoceano perpetrato ai danni di emigranti siciliani. Lo racconta anche Wikipedia

Nell’ottobre del 1890 a New Orleans (città prima al mondo per convivenza di più “razze” e con forte presenza siciliana) venne ucciso in un agguato il sovrintendente della polizia locale David C. Hennessy. Figura ambigua, sospettato di legami con una delle famiglie mafiose del luogo (i Provenzano) e da tempo sotto l’occhio attento del leggendario Joe Petrosino. Ucciso perché artefice dell’arresto di due affiliati della famiglia mafiosa dei Matranga, in lotta proprio con i Provenzano. Poco prima di morire, Hennessy sussurrò ad un collega poliziotto accorso ad aiutarlo, le parole “Dagos did it” (dagos era un modo dispregiativo per definire gli italiani del sud).  Questa vaga e ambigua accusa fu la miccia che scatenò una violenza inaudita.

Un odio razziale propugnato dalle stesse istituzioni americane, come dimostra il discorso pronunciato dal sindaco di New Orleans,  Joseph Shakespeare, che “saggiamente” esclamò:  “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani, gli  individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi. Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre”.

Subito dopo l’omicidio furono arrestati senza giusta motivazione nove siciliani (tra cui Pietro Monasterio, colpevole d’avere la bottega da calzolaio di fronte al luogo dell’agguato), tutti poi prosciolti nel marzo del 1891.

Tale notizia non piacque allo sceriffo Gabriel Villère che, ebbro del suo razzismo, emise un bando pubblico delirante: “Tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all´assemblea convocata sabato 14 marzo alle 10 alla Clay Statue, per prendere provvedimenti rispetto al fallimento della giustizia nel caso Hennessy. Arrivare pronti all’ azione”

 
Tremila cittadini si presentarono armati di asce, fucili e bastoni. Abbattuti i portoni laterali d’ingresso della prigione, giustiziarono senza pietà i nove prigionieri. Antonio Abbagnato, fu impiccato ad un albero. Emanuele Polizzi, venne appeso ad un lampione e finito a colpi di pistola. Una delle figure maggiormente conosciute in città, l’avvocato Parkeson, pare abbia ringraziato i suoi concittadini dicendo “Vi ho chiamato per compiere tutti insieme un dovere, e questo dovere è stato compiuto. Ora tornate a casa e Dio vi benedica!”

A seguito di quella barbarie, il governo statunitense vietò il linciaggio di massa…ma il danno ormai era fatto…….

La crisi diplomatica che scoppiò successivamente tra l’Italia e l’America, venne risolta anni dopo con un pugno di dollari. 

A distanza di 123 anni dal linciaggio, Noi di Sicilia Stato vogliamo ricordare un massacro che ancora oggi, risulta sconosciuto a molti.

I nomi delle vittime:
  • Antonio Abbagnato,
  • James Caruso
  • Rocco Geraci
  • Antonio Marchesi
  • Pietro Monasterio
  • Emanuele Polizzi
  • Frank Romero
  • Antonio Scafidi
  • Charles Traina
Una vicenda che nell’epilogo tragico,ricorda molto quella di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.  Per non dimenticare che siamo stati migranti anche noi. E lo siamo ancora.