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“Attenti al cane”, una petizione contro l’Eni in Basilicata

Un appello alle istituzioni dal titolo “Attenti al cane” (l’animale simbolo della multinazionale Eni), ricorda che nel sottosuolo della regione Basilicata ci sono grandi quantità di idrocarburi che fanno parlare del «giacimento più importante dell’Europa continentale». Sono 15 anni che almeno tre quarti del territorio regionale è stato violato in nome di questi interessi.

Di recente è stata anche autorizzata la nascita di un pozzo petrolifero nel centro abitato di Villa d’Agri, a 400 metri dall’ospedale di zona, e altri due nuovi pozzi saranno realizzati nel centro storico di Viggiano (PZ). Intanto, nell’area delle estrazioni sono già aumentate le malattie respiratorie e cardiovascolari. L’area, peraltro, è ricca di sorgenti idriche, ma Acquedotto Lucano ed Eni hanno firmato un accordo nel quale il primo venderebbe alla seconda l’acqua potabile della sorgente Laggia che la compagnia petrolifera userebbe per scopi industriali.

Per questi motivi, tramite la petizione i cittadini chiedono, tra le altre cose, la nascita immediata di un Osservatorio Ambientale (previsto dalla legge) all’interno del quale possano essere rilevati e studiati i danni alla salute delle persone, degli animali e dell’ambiente, l’immediato annullamento delle autorizzazioni di trivellazione dei pozzi da realizzare a Villa d’Agri e Viggiano, ma anche l’immediato annullamento dell’accordo tra Acquedotto Lucano ed Eni.

I cittadini chiedono anche l’annullamento delle autorizzazioni estrattive e di ricerca rilasciate recentemente in Abruzzo, nell’area nord della Basilicata dove si produce l’Aglianico del Vulture, nel Metapontino e nel Canale di Sicilia.

Come si spiega nell’appello le royalties per gli idrocarburi estratti, fissate al 7% del loro valore, sono così basse che, oltre a spingere le compagnie petrolifere a chiedere sempre nuove autorizzazioni per esplorazioni e trivellazioni, non sono in grado di creare sviluppo economico in una regione dove è in costante aumento l’emigrazione.

Inoltre, si accusa che non esiste un sistema trasparente di conteggio delle quantità di idrocarburi estratte e visto che in questo campo ogni decisione sui permessi di ricerca è presa dal Ministero dello Sviluppo Economico, senza il parere delle autorità regionali in violazione del titolo V della Costituzione.

I cittadini firmatari chiedono la “ricontrattazione delle royalties” sulla base media riconosciuta ai principali paesi produttori, e in ogni caso non inferiore al 50% del valore dell’estratto, con il controllo delle quantità estratte affidato agli enti territoriali. In questo modo il popolo lucano da “affittuario passivo” diventerà “responsabile dello sfruttamento delle proprie risorse”.

Come si leggeva nel libro “Trivelle d’Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per i petrolieri” di Pietro Dommarco, le percentuali di compensazione ambientale in Italia sono tra le più basse al mondo, tanto che sono centinaia le concessioni e più di 1.010 i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare (dato a metà 2012). Le royalties, quella quota di denaro che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni coinvolti nelle attività petrolifere in Russia sono dell’80%, in Alaska del 60%, in Canada del 45%, negli USA del 30%. In Italia, oltre alla tasse governative, le società cedono solo il 4% dei loro ricavi per le estrazioni in mare e il 10% per l’estrazione su terraferma. E peraltro non ci sono restrizioni al rimpatrio dei profitti.

Ma in ogni caso la soluzione – diciamo noi – sarebbe quella di sottrarsi da questa attività e passare ad uno sviluppo economico locale più attento ai bisogni delle popolazioni e dell’ambiente, orientato alla green economy e al turismo culturale ed enogastronomico. (da quienergia.it)

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