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La grande bellezza spazza via il trash

Mi ha molto colpito l’ondata di indignazione che su questo blog (oltre 1100 condivisioni) ha travolto l’esperienza televisiva del boss delle cerimonie (nonostante qualcuno abbia definito la mia analisi, radical chic o borghesuccia, ignorando, ad esempio, completamente, il fatto che questo blog, sin dalla nascita, reca con sè il nome più visceralmente popolare del ventre di Napoli, quello dei làzzari)

Tutto ciò, in piccolo, vuol dire solo una cosa: tanta gente, qui al Sud, ha una concezione diversa del folclore imposto dai modelli culturali televisivi. E, la cosa più importante, le persone hanno ancora voglia del “bello”.

Ha ancora voglia del suono dei bottari, accompagnati dal sax di Enzo Avitabile, dei vocalizzi da muezzin di Peppe Barra, delle processioni dal gusto iberico, dell’animismo del cimitero delle fontanelle, del caffè sospeso,  delle corna esibite al primo carro funebre che passa privo di feretro. Perchè questo è folclore ed ispirazione. Questa è suggestione. Non un’alce al neon che richiama l’attenzione su un tavolo. E neppure certe manifestazioni di riverenza ed ossequio da romanzo di Mario Puzo. Questo è “altro”. Quell’altro che ha spinto in tanti al fujtevenne.

Sabato mattina, a San Tammaro, un luogo in piena terra dei fuochi, fino a qualche anno sconosciuto a tutti, un luogo che qualcuno ha definito “troppo vicino a Casal di Principe” per poter essere valorizzato, si riempiva di bello. Di cittadini, giocolieri. Di gioia. Di amore per l’arte. Di riconoscimento ad un uomo, Tommaso, l’angelo di Carditello, che s’era talmente incaponito con l’amore per il bello e l’arte, che se n’era fottuto di tutto e tutti, pure delle minacce di morte, pure di decine di aste andate (chissà perchè) a vuoto, e s’era messo a prendere cura di un casino di caccia d’epoca borbonica. Una piccola Versailles in Terra di Lavoro.

Ora ditemi, quanti di voi conoscevano Carditello prima che tante associazioni in difesa del territorio, tanti cittadini comuni, svegliassero dal torpore uno Stato che, da Vittorio Emanuele in poi, aveva deciso di delegare la gestione della Reggia di Carditello a ras locali. Quelli che non hanno alcuna passione per il bello. Gli alfieri del kitsch. Quelli con la villa modello Scarface ed i matrimoni rappresentati dal format televisivo che descrivevo sabato mattina. Lo stesso difeso da tanti, elevandolo, come i produttori della trasmissione stessa, ad archetipo del folclore partenopeo.

Così pure un ministro s’è mosso, il leccese Bray, forse l’unico ministro meridionale non autolesionista, nei fatti quello che si sta dimostrando il vero ministro per la coesione territoriale. Bray è sceso fino a San Tammaro ed ha fatto in modo che la Reggia tornasse nelle mani dei cittadini. Perchè, come lo stesso ministro ha riferito a Uno Mattina, senza il patetico timore d’esser definito dall’idiota di turno, neoborbonico (per la cronaca,incidentalmente, val la pena di ricordare che il movimento neoborbonico per anni ha sostenuto il recupero di Carditello), ha riferito di quanto, prima di 153 anni fa, dei sovrani avessero peferttamente compreso che per fare grande un popolo bisognasse educarlo all’arte (e di conseguenza al gusto estetico ed al bello).

Non è ozioso quello che potrebbe apparire come un inutile pistolotto sull’estetica e l’arte (in tutte le sue forme compresa quella espressa dalla stazione della metropolitana più bella d’Europa, quella della fermata Toledo della metropolitana di Napoli). Lo scrivo perchè, abbiatene coscienza: cantanti impegnati, scrittori, giornalisti, artisti sono i nemici giurati di tutte le mafie, della criminalità organizzata. Il “bello” , con tutte le sue manifestazioni tangibili offerte dall’arte e dalla cultura, apre la mente a nuove esperienze, rende liberi di ragionare.

In “a biutiful cauntri”, Raffaele del Giudice dice più o meno così: hanno reso questo posto un posto di merda, senza un museo, un cinema, un centro d’aggregazione, un centro culturale, una università, coscientemente. Perchè altrimenti non avrebbero potuto interrarci monnezza tossica proveniente da ovunque e trasformarlo nella pattumiera d’Italia.

Ed ha tremendamente ragione. Se la gente non conosce il “bello” s’accontenta della grettezza mentale ed ambientale che la circonda. Se è educata al trash e al cattivo gusto, non aspirerà che a quello (chi ci specula lo ammanterà di folclore che non è).

Se nessuno avesse iniziato a parlare con insistenza della reggia borbonica di Carditello, oggi sarebbe ancora invenduta alla mercè degli stessi ras cui fu affidata 153 anni fa. Isolata dall’ambiente che la circonda. Monnezza tra la monnezza della Terra dei Fuochi.

Allora toglietevi dalla testa che è oggettivamente cultura partenopea, il corteo di pietanze aperto dal pescatore con la maglietta di Cavani. Liberiamoci da certi stereotipi che ci vengono imposti soltanto per evitare che la gente aspiri al bello ed abbia dunque dei metri di paragone per misurare la realtà, quanto le è dovuto e tutto quello che le è negato.

Il conservare bonariamente l’etichetta del “terrone” non è altro che il momento immediatamente precedente al chinare della schiena al gretto potente di turno. Conservare bonariamente l’etichetta del “terrone” è non contraddire mai le idiozie e la disinformazione artatamente diffuse per danneggiare economicamente un territorio. Conservare bonariamente l’etichetta del terrone è, inevitabilmente, rimanere analfabeti e lasciarsi scrivere passato e futuro da altri. E’ accontentarsi della renna, made in China, con la luce intermittente blu all’interno, sul proprio tavolo, per sentirsi, per un giorno, più importanti degli altri. E’ ammettereche a se stessi non competa altro standard che quello della mediocrità.

Riappropriamoci criticamente del bello e del buon gusto che da quando nascemmo figli della Magna Grecia, ci appartengono, ed emozioniamoci. Reagiamo.

“I giovani hanno bisogno di questi esempi, i giovani hanno bisogno di queste emozioni e se noi non riusciamo ad emozionare i giovani, a coinvolgerli, è chiaro che loro entrano in una fase, quella terribile, quella pericolosa che è la fase della rassegnazione” (Peppino Impastato)

 

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