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Brindisi: studio “fuffa”, il parere di due oncologi

A seguito della presentazione dello studio Arpa sul danno sanitario della centrale Enel Federico II, arrivano i pareri di due medici: Maurizio Portaluri, oncologo e primario nel reparto di radioterapia dell’ospedale Perrino di Brindisi e Giuseppe Serravezza, oncologo e presidente provinciale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, ribattono al rapporto dell’Arpa sulla centrale elettrica di Brindisi.
Ecco quanto pubblica il blog No Al Carbone:
MAURIZIO PORTALURI
(intervista rilasciata sul Quotidiano del 26/09/2014)
Quella presentata da ARPA ieri in relazione alla Centrale a Carbone di Cerano è una simulazione di dispersione degli inquinanti emessi dall’intero processo produttivo sulla base di modelli esistenti. E’ un’attività molto interessante con i limiti che gli stessi estensori hanno indicato, uno per tutti, le misure al camino non sono in continuo ma rilevate nel corso di alcune campagne. Da noi il monitoraggio pubblico in continuo non esiste. Quanti più dati attendibili si inseriscono, maggiore è l’affidabilità della simulazione. Questo è facilmente intuibile. Le misure, poi, riguardano un anno in cui l’attività della centrale non era al massimo, non si tiene conto delle emissioni lungo il nastro trasportatore, si valuta il rischio sanitario solo per inalazione quando sappiamo che molti inquinanti entrano nella catena alimentare, il modello non include la radioattività. Come dice la stessa ARPA a questa valutazione del danno sanitario mancano i dati sanitari che verranno prelevati nei prossimi giorni. Finora è come una bicicletta senza una ruota.
Ciò per stare nella logica della VDS che comunque è legge. Questa logica però non mi convince perchè valuta i dati sanitari in questo momento rispetto alla media regionale. E se la salute della popolazione era migliore dieci anni fa ed oggi è in linea con la media regionale, perchè quest’ultima è peggiorata globalmente, come si fa a giustificare la continuazione di un esercizio industriale nelle stesse condizioni? Non mi sembra etico. Inoltre il confronto dovrebbe essere non con la media regionale ma con situazioni geografiche analoghe in assenza di attività industriali. Allora avrebbe senso. In genere le simulazioni si fanno prima e non dopo, per vedere quale potrebbe essere l’impatto sanitario di un’attività.
Vedremo i dati sanitari come saranno presentati. In molti SIN (siti di interesse nazionale) si sono messi a confronto alcuni parametri di salute dentro e fuori l’area SIN, per esempio a Mantova. Valutare alcuni parametri come media su tutta la città di Brindisi non ha senso. Se prendiamo in considerazione la dispersione degli inquinanti dalla centrale mostrata nel convegno ARPA , peraltro separati da quelli provenienti dalle altre fonti industriali, intorno all’impianto vi sono aree di maggiore e minore ricaduta. In quelle aree andrebbero studiati i parametri sanitari (cause di morte, ricoveri, esenzioni ticket, accessi in pronto soccorso, abortività, malformazioni neonatali ecc) rispetto ad aree a minore ricaduta. Così si potrebbe vedere se la simulazione è corretta. Inoltre l’area con ricadute più intense è proprio quella della centrale e del suo intorno. E’ legittimo quindi chiedersi quale sia la condizione di salute di chi vive e ha vissuto nelle immediate vicinanze e di chi lavora dentro la centrale.
L’Arpa dice giustamente che non assolve e non condanna. Sarebbe strano il contrario. In fondo che intorno alle centrali a carbone vi siano degli effetti sanitari avversi lo dice l’Agenzia Europea per l’Ambiente e lo dice anche una copiosa letteratura internazionale. Sempre nel convegno ARPA a Brindisi la prima relazione della dott.ssa Nocioni presentava alcuni risultati di un congresso che biennalmente si svolge negli USA su come ridurre le emissioni delle centrali a carbone. Un motivo ci sarà! Nel North Carolina (USA), dove c’erano nel 2000 19 centrali a carbone, tra chiusure e riconversioni, sono stati migliorati tutti i parametri di salute. Quella della VDS rappresenta una valutazione tecnicamente molto complessa di cui i cittadini comprendono l’interpretazione necessariamente generica che si da dei suoi esiti. E con gli interessi in ballo sono facili le scorciatoie.
Mi sorprende molto che una analisi per quartieri dei dati sanitari correnti prima citati, ampiamente e correntemente disponibili nel Servizio Sanitario Regionale, non sia stata fatta da quando l’Istituto Superiore di Sanità l’ha proposta, cioè dal 2011. Non si tratterebbe di una simulazione ma di dati reali sui quali forse ci si sarebbe accapigliati ugualmente ma con meno margini di libera interpretazione. A me è chiaro che tale analisi non sia stata fatta per mancanza di volontà politica e non di capacità tecnica visto che in molte parti d’Italia i dati correnti vengono costantemente analizzati e pubblicati. Ma non dispero che qualcuno la realizzi.
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GIUSEPPE SERRAVEZZA (articolo pubblicato da LecceSette.it)
“Un morto su 10mila persone è un dato intollerabile, anche se non sorprende per niente”. Sono queste le parole di Giuseppe Serravezza, oncologo e presidente provinciale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori dopo aver ascoltato i risultati delle analisi dell’Arpa Puglia sulla centrale di Cerano.
Proprio ieri, infatti, è stata presentata a Brindisi, alla presenza del direttore regionale Giorgio Assennato, una relazione dell’Arpa sul danno sanitario riferito alle emissioni della centrale Enel Federico II di Cerano.

“La valutazione del rischio cancerogeno inalatorio delle emissioni 2010 dello stabilimento Enel di Brindisi – si legge – evidenzia che, ipotizzando un’esposizione costante a concentrazioni modellate per 70 anni, le probabilità aggiuntive per la popolazione di sviluppare un tumore nell’intera vita risultano inferiori a un caso su diecimila”. Inoltre, la relazione parla di “distribuzione degli inquinanti primari conforme ai valori limite”.

Netta la posizione di Serravezza, che non entra nel merito, ma definisce i dati divulgati dall’Arpa come “preoccupanti”.
“Prendendo per buoni questi dati – commenta il presidente della Lilt -, dobbiamo considerare 80 morti su 800mila abitanti nel Salento. Fosse così, credo sia assurdo. Chi potrebbe tollerare una perdita di tante vite umane? I valori limite, inoltre, sono stati inventati dalla politica per rendere possibile la realizzazione di questi impianti. L’esposizione prolungata porta sempre a delle conseguenze e la nostra regione è per questo motivo, nel Sud Italia, una delle zone con rischio più elevato”.

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