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Condannato per aver denunciato l’inquinamento della propria terra. Condannateci tutti.

Giuseppe di Bello da anni difende e denuncia l’inquinamento in Basilicata. Qualche settimana fa ho pubblicato un video, di una intervista rilasciata a Pino Aprile, in cui denunciava le nuove frontiere della via delle monnezze in Lucania.

Proprio per la sua attività di denuncia, Di Bello è stato condannato in appello a tre mesi.

Insomma, dove non interviene il parlamento a secretare, ci pensano le condanne.

Ecco la sua vicenda:

Fu il primo a lanciare l’allarme sull’inquinamento del lago del Pertusillo. Ma per quella coraggiosa denuncia invece di ricevere un premio ha ottenuto una condanna: tre mesi di reclusione e tre mesi di interdizione dai pubblici uffici (pena sospesa). Più di quanto avevano stabilito i giudici di primo grado (due mesi e 20 giorni e nessuna pena accessoria, a seguito di rito abbreviato). Il tenente della polizia provinciale Giuseppe Di Bello è stato condannato anche in appello. La richiesta del sostituto procuratore generale Modestino Roca era ancora più pesante: tre mesi di reclusione e un anno di interdizione. L’accusa: rivelazione del segreto d’ufficio per aver divulgato i dati sull’inquinamento delle dighe.

Per quell’azione il tenente Di Bello è stato anche sospeso dal servizio per due mesi. Maurizio Bolognetti, leader dei radicali lucani, invece, si sta difendendo nel processo di primo grado. Fu lui a diffondere i dati che gli aveva fornito Di Bello. Ma all’udienza preliminare preferì il rito ordinario ed è stato rinviato a giudizio. Da anni Bolognetti è impegnato a denunciare la Basilicata dei «veleni industriali e politici».

Dopo aver denunciato cosa è accaduto? «Un paradosso», lo ha definito l’esponente dei radicali. E siccome quella battaglia la stava conducendo con il tenente Di Bello è stato indagato anche lui. Avevano sollevato dubbi sulla qualità delle acque di alcune dighe che forniscono acqua potabile alla Puglia. E per le analisi, non fidandosi dei laboratori pubblici, le avevano affidate a un privato. I dati emersi, sostengono i due, erano preoccupanti. Per questo motivo hanno deciso di renderli pubblici, onorando la convenzione di Aarhus che, all’articolo cinque, comma “C” recita: «In caso di minaccia imminente per la salute umana o per l’ambiente, imputabile ad attività umane o dovuta a cause naturali, siano diffuse immediatamente e senza indugio tutte le informazioni in possesso delle autorità pubbliche che consentano a chiunque possa esserne colpito di adottare le misure atte a prevenire o limitare i danni derivanti da tale minaccia».

Bolognetti e il tenente Di Bello lo hanno fatto immediatamente. Ma si sono «beccati» un procedimento penale Bolognetti e una condanna Di Bello. Ieri mattina Di Bello era in aula, nel palazzo di giustizia di Potenza. Ha ascoltato la requisitoria del procuratore generale. Ed è rimasto sorpreso quando gli ha sentito dire che la sentenza di primo grado era da riformare in peggio. Il difensore del tenente, l’avvocato Ivan Russo, ha replicato in modo duro. «Il tenente ha svolto quelle attività d’indagine nel suo giorno di riposo. Era un semplice cittadino. In quel momento non era un pubblico ufficiale». E ha depositato una quindicina di pagine di sentenze della Cassazione.
«Gli agenti di polizia giudiziaria – ha spiegato Russo – che svolgono attività d’indagine fuori dalle ore di lavoro non sono assimilabili agli ufficiali di polizia giudiziaria. Ci sono molte sentenze di condanna per agenti di polizia giudiziaria che indagando al di fuori dell’orario d’ufficio hanno commesso il reato di usurpazione di titolo».

Quali segreti avrebbe svelato Di Bello, che in quel momento non era un agente di polizia giudiziaria? «In un Paese serio – ha concluso Russo – gli avrebbero dato una medaglia». I giudici della Corte d’appello – Francesco Verdoliva, Alberto Iannuzzi e Angela D’Amelio – sono rimasti in camera di consiglio un paio d’ore. Poi hanno emesso la sentenza di condanna. Al tenente non resta che presentare ricorso per Cassazione.

Come lo volta e lo si gira, il noto cetriolo, insomma va sempre a finire nel medesimo posto.

Se non si denuncia, si è omertosi ed un popolo di merda. Se lo si fa si viene condannati. Allora, sapete che c’è? Iniziate a condannarci tutti perchè continueremo a denunciare.

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