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La mafia che garantiva l’unità nazionale

 

La mafia che garantiva l'unità nazionale

Che per garantire la sicurezza nel meridione le elite politiche piemontesi avessero richiesto l’aiuto della criminalità organizzata non è un mistero.

A tal proposito, ho trovato in rete, e lo riporto, un articolo tratto da l’Opinione di Ottobre 2012, a firma di Ruggiero Capone:

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.

Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio – scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel – prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo… Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni.

Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

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