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L’omicidio Matteotti e il petrolio lucano

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Un filo rosso, secondo lo scrittore Pino Aprile, unirebbe il petrolio lucano all’omicidio di Giacomo Matteotti.

In un interessante post pubblicato oggi sulla propria pagina, “Terroni di Pino Aprile”, riprende quanto già uscito sulle pagine del proprio libro del 2013 ” Il Sud Puzza”.

In particolare, lo scrittore pugliese scrive:

Matteotti sapeva dell’esistenza di due scritture private “in un certo ufficio” della Sinclair Oil. «Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel “register” degli azionisti, senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (“covered”) i giacimenti del Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico (…) in modo da consentire alla Sinclair anche la vendita del proprio petrolio all’Italia.»

Al punto, che, con lodevole tempismo, i pozzi lucani di Tramutola si rinsecchiscono e le ricerche di un petrolio che tutti sanno dov’è sono cedute, per niente, a una multinazionale straniera.

Secondo questa ricostruzione, fu il re, d’accordo con Emilio De Bono, capo della polizia (che con lui e altri dirigenti fascisti sarebbero stati a libro-paga della Sinclair Oil), a decidere che la lezione da dare a Matteotti si trasformasse in esecuzione.
(…)
E perché, nonostante la fame di energia, l’Italia non ha mai sfruttato il petrolio lucano, al punto che, ogni tanto, lo si doveva “riscoprire”, pur sapendo benissimo e da sem­pre dov’è (ci sono luoghi in cui addirittura affiora in superficie)? Solo nel 1939, nell’imminenza della guerra e co­stretta dall’embargo internazionale a cui è stata sottoposta l’Italia, l’Agip scava 47 pozzi in Lucania.

È esagerato pensare che mentre gli interlocutori italiani di quegli antichi patti cambiano, la sostanza dei patti resti, suggellata da altri? (Quell’accordo garantiva l’esclusiva per mezzo secolo; quindi fino agli anni Settanta inoltrati.) Ed è troppo mali­zioso chiedersi come mai i furbi italiani abbiano il record del peggiore affare petrolifero del mondo, con le royalties (le percentuali) più basse del pianeta (4 per cento in Sicilia, 7 in Lucania: da un ventesimo a meno di un decimo di quello che si riconosce a Paesi del Terzo Mondo)?

Il carbonaio ubriaco che si risveglia marchese del Grillo non ci andrebbe delicato e, come per il vino, che apprende essere frutto delle sue vigne, chiederebbe al suo massaro petrolifero: «Dici che er petrolio è mio? Bono… E dimme: oltre che a casa tua, ’ste royalties, ’ndo stanno?». Ma un conto è il vino, uno il petrolio, di cui i carbonai non capiscono niente, se non che gli ha distrutto il business, da quando la gente, invece della carbonella per il braciere, per scaldarsi compra gasolio e metano per l’impianto centralizzato o autonomo.

Ma, nel dopoguerra, qualcosa cambia: Enrico Mattei decide che l’Italia deve avere la sua società petrolifera, stabilire i suoi bisogni ed essere in grado di soddisfarli (se il rubinetto della tua fonte di energia è nelle mani di un altro, è quell’altro a regolare le tue possibilità di sviluppo, di futuro). È una sfida che non richiede solo genio, ma anche tanto coraggio.

Mattei, cui non difettano né l’uno né l’altro, salta le sette sorelle, con particolare irritazione degli inglesi (che ritengono l’Italia una sorta di proprio protettorato energetico), tratta direttamente con i Paesi produttori e offre percentuali maggiorate, rispetto a quelle delle altre compagnie (75, invece che 50). A rendere ancora più intollerabile la cosa ai petrolieri di sua maestà, è il fatto che questo avviene soprattutto nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente, in cui la presenza britannica è dominante.

Non solo: «Mattei era al corrente dell’entità dei giacimenti lucani e, nonostante quei vecchi patti non lo consentissero, era intenzionato a sfruttarli a beneficio del Paese» dice Nicola Piccenna. Per gli inglesi, Mattei era diventato «un’escrescenza», ormai, riferisce Fasanella «secondo una definizione ricorrente nei documenti». In quelli «del ministero dell’Energia viene definito una “verruca” da estirpare in ogni modo». E quando tutti i tentativi di farlo ragionare falliscono, il governo britannico «decide di passare la pratica all’intelligence». Sei mesi dopo, Mattei muore, «in un incidente aereo provocato da un sabotaggio». È il 1962.

Per la Gran Bretagna, però, il vantaggio è quasi zero, perché Aldo Moro diviene «il continuatore della politica mediterranea, terzomondista e petrolifera di Enrico Mattei»; al punto che l’Eni sbarca persino in Iraq e in Libia, a fine anni Sessanta. Proprio mentre si riscopre (ma quante volte?…) il petrolio lucano. La stima del giacimento è paz­zesca: 15 miliardi di barili! Moro è leader di una corrente di minoranza nella Dc, il partito che governa l’Italia, ma per la sua autorevolezza, può imporre la propria visione politica.

Sino all’idea del compromesso storico con il Pci di Enrico Berlinguer (per il Vaticano «la crescita dell’influenza dell’Eni e quindi dell’Italia nel Terzo mondo», apriva «possibilità per la Chiesa cattolica di diffondersi in quell’area»). È allora che nasce il progetto del “Golpe inglese”, di cui Fasanella e Cereghino hanno ritrovato documenti inediti: per la Gran Bretagna, l’avessero vinta il compromesso storico e Aldo Moro, sarebbero a rischio non solo i suoi interessi petroliferi, ma addirittura gli equilibri mondiali stabiliti fra Est e Ovest a Yalta, a fine della Seconda guerra mondiale. «Quindi,» riporto la sintesi che lo stesso Fasanella fa del suo libro «per mesi e mesi, gli inglesi prepararono un colpo di stato militare da attuare in Italia, nel 1976.»

Un anno prima è stato ammazzato Pier Paolo Pasolini. Alla versione ufficiale su ragioni e modi del delitto, piena di contraddizioni, si crede sempre meno, ormai; mentre guadagna terreno l’ipotesi di omicidio legato al nuovo romanzo della voce più critica e libera d’Italia di quegli anni, Petrolio, i cui protagonisti, pur con altri nomi, son facilmente riconoscibili: Mattei e Cefis (suo successore, sul cui ruolo restano molti interrogativi).

A uccidere Pasolini sarebbe stato un gruppo di fascisti; mentre la bomba sull’aereo di Mattei l’avrebbero messa uomini di Cosa nostra. Sulla morte del poeta e scrittore grava ancora il mistero del capitolo mancante del suo libro. Che sarebbe adesso, a quanto dice lui stesso, nelle mani di Marcello Dell’Utri condannato per mafia (sentenza non definitiva), braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia.

Dell’Utri, scrive in Porto franco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha interessi nel campo degli idrocarburi e, con il superlatitante Aldo Miccichè, poi arrestato dall’antimafia di Reggio Calabria, acquistava gas e petrolio “per conto di società legate alla Gazprom” russa.

Il progetto del golpe in Italia è preparato da «un comitato ristretto del ministero degli Esteri e di quello della Difesa britannici» (vengono reclutati l’ex comandante fascista Valerio Borghese e l’ex partigiano Edgardo Sogno). Ed è poi «sottoposto al giudizio degli Stati Uniti, della Francia e della Germania». «La Francia si dimostra entusiasta», gli inglesi, però, «davanti alle resistenze americane e tedesche e soprattutto facendo un calcolo realistico dei rischi, abbandonano il progetto, ma optano per una subordinata.»

Ovvero: l’«Appoggio a una diversa azione sovversiva», rivela il titolo di un memorandum «secretato a francesi, tedeschi e americani» e che «non esiste più nella sua versione originale negli archivi britannici di Kew Gardens, ma è custodito in quelli supersegreti della Marina». Fasanella conclude: «Sarebbe bello che Londra lo mettesse a disposizio­ne dell’opinione pubblica italiana»; forse sapremmo, infine, per cosa è morto Aldo Moro, nel 1978.

Il dossier de «L’indipendente lucano» (il giornale ha meritato una citazione in prima pagina del «Washington Post») e il libro di Fasanella e Cereghino sul Golpe inglese, fanno intendere la vastità di interessi politici ed economici (ma, a quel livello, economia e politica sono una cosa sola) in cui, per il suo petrolio, si trova coinvolta la piccola Lucania.

Che sia o no in questa regione nascosta la chiave di alcuni dei più oscuri misteri d’Italia, ai primi anni Ottanta (non ancora svanito l’odore d’incenso della messa funebre per Aldo Moro, si direbbe), il mondo apprende della scoperta (di nuovo!), in Lucania, del più grande giacimento petrolifero del continente europeo. E indovinate dove? Ma non s’erano rinsecchiti, quei pozzi?

Saranno state le nuove tec­nologie, messe a punto nel frattempo, a svelare che non erano aridi, anzi. La cosa fa poca impressione, in Lucania, loro lo sanno che fra Tramutola e Grumento Nova, per dire, ci sono posti in cui il petrolio non devi cercarlo, ma scansarlo, sennò ci finisci dentro con le scarpe. E chi sfrut­terà il giacimento, insieme all’Eni? Gli inglesi (ma poi arriverà tutto il mondo).
Nicola Piccenna, però, a proposito della scoperta degli anni Ottanta, cita un rapporto dell’Agip, in cui si parla del petrolio lucano e lo si quantifica in 15 miliardi di barili (ogni barile, 160 litri).

Una quantità enorme: ai prezzi attuali, poco meno di un migliaio di miliardi di euro; l’equivalente, ai livelli di consumo del 2010 (1,5 milioni di barili al giorno, poco più di 500 milioni all’anno) di quasi trent’anni di fabbisogno nazionale! Ma ci sono almeno un altro paio di cose sorprendenti: «Quel rapporto è stato pubblicato nei primi anni Sessanta, dunque precede di due decenni la dichiarata scoperta del giacimento; gli studi per compilarlo, considerati i tempi necessari, dovrebbero risalire, nella peggiore delle ipotesi, agli ultimi anni della gestione di Enrico Mattei, o a molto prima» dice Piccenna. «Quando l’Eni, però, nel 1998, con più moderne tecnologie, torna a stimarne la capacità, i 15 miliardi di barili si riducono a 900 milioni. Strano, perché, di solito, avviene il contrario; anzi, è sempre così, tranne qui in Lucania…»

Per capirci meglio: se fai le radiografie alla ricerca di un tumore e le macchine hanno la capacità di “vedere” di trent’anni fa, il tumore lo scopri soltanto se ha già una certa dimensione; se usi le più sofisticate possibilità di indagine di oggi, riesci a individuare persino la singola cellula cancerosa.

Per questo, quando vai a stimare l’entità di un giacimento petrolifero, con i mezzi più moderni, vedi pure quello che prima sfuggiva. Che fa, a questo punto, uno sospettoso? Pensa: se devo estrarre petrolio e pagare a qualcuno le percentuali che gli spettano, un conto è farlo su 900 milioni di barili e un conto su 15 miliardi. Insomma… convenire, conviene.

Ma, pur ammettendo che un’idea tale possa aver sfiorato la coscienza di enti e persone insospettabili (la coscienza degli enti? E com’è fatta? Di sicuro hanno degl’interessi; a volte un’etica; la coscienza, in effetti, non so…), come diavolo fai a nascondere circa duemila miliardi di litri di petrolio!

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