Crea sito

“Questa è invasione, non unione, non annessione” l’intervento del duca di Maddaloni al parlamento italiano

E’ un pò lungo, ma vale la pena leggerlo. Non furono parole di un nostalgico dei Borbone, ma di chi credette nell’Unità fino a venirne poi smentito. Negli ideali. Nell’orgoglio. Nell’appartenenza. Nella dignità.

Marzio Francesco Proto Carafa Pallavicino – duca di Maddaloni – nacque a Napoli nel 1815. Venne eletto per la Camera Napoletana nel 1848 come deputato di Casoria. Visse in esilio dal 1849 al 1857. Venne eletto al Parlamento Italiano nel 1861 come deputato di Casoria. Il 20 novembre 1861 presentò una interpellanza che fu respinta. Proto si dimise dal parlamento italiano, riaccostandosi a Francesco II in esilio a Roma. Dopo qualche anno rientrò in Napoli, dove morì nel 1892.

A Torino le voci del dissenso vengono ammutolite, ufficialmente e davanti al mondo la repressione barbara viene minimizzata e fatta passare per anarchismo o come abbiamo visto tramite circolari prefettizie, per comunismo. Nella tornata del 20 novembre del 1861, quando la repressione era praticamente agli inizi e volendo portare il suo contributo alla Camera dei deputati si vide respingere la richiesta di parlare.

Il deputato di Casoria Francesco Proto,duca di Maddaloni, allora depose il suo intervento sul banco della Presidenza:”…cittadino della mia patria, avea fatto disegno di levar finalmente la voce contro le enormità di codesto governo in queste province meridionali- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni- …troppi e troppo gravi sono i fatti dei quali io deggio far parola…l’ignominia piove a dirotto sul nostro capo, però io credo debito della mia coscienza e dell’onor mio ( ma Proto non sapeva che i savoiardi erano privi d’onore ) lo affrettarmi a presentare questa mozione d’inchiesta avvalorata dalle ragioni che a ciò mi spingono, perché Voi non possiate dire di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, ed io , quando che sia, non possa essere accusato di essermi taciuto, o peritato innanzi al potere esecutivo; perché io non sia posto fra coloro che, tempo non tarderà, saranno additati come assassinatori, come patricidi del loro paese; perché i miei figliuoli non abbiano un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia…i popoli del napoletano non volevano i piemontesi – continua il coraggioso deputato meridionale – …gli uomini di Stato piemontesi hanno corrotto quanto vi rimaneva di morale: hanno infranto e sperperate le forze e le ricchezze da tanti secoli ammassate; hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e anche dal loro Dio vorrebbero dividerlo…hanno insanguinato ogni angolo del Regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione…il Governo del Piemonte toglie dal Banco il danaro dei privati e del denaro pubblico fa getto dei suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle province mette uomini di parte, spesso sanguinosissimi ladroni; caccia nelle prigioni, nella miseria, nell’esilio oltre ai reggitori del passato regime anche i loro parenti; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare così bellissima parte d’Italia;

pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico e le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini…il Governo piemontese trucida questa metropoli, che è la terza d’Europa per frequenza di popolo, e la prima d’Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata sin dagli stessi dominatori del mondo; questa stata sedia di tanti Re potentissimi, che regnavano o proteggevano quasi tutti gli altri Stati d’Italia dopo averla oltraggiosamente aggiogata alla sua Torino, alla più povera ed alla meno nobile delle istorie della Penisola occupa non più lunghe pagine che quelle dei feudi di Andria, o di Catanzaro, o di Atri, o di Crotone, ora la viene a togliere anche il misero decoro di Luogotenenza e strapparle anche quel frusto di pane che un contino o un generaletto di Piemonte potrebbero gittare dall’alto dei sontuosi palazzi dei suoi Re…il Governo di Piemonte non cuciva, ma tagliava, e più che tagliare strappava all’impazzata…il Governo del Piemonte le toglie pure l’ombra della sua autonomia; il Governo del Piemonte la diserta d’ogni reliquie di reggimento, le toglie i ministeri, gli archivii, il banco del denaro dei privati, i licei militari…ma abbiamo l’Unità – continua sarcasticamente Francesco Proto – Diranno le Onoranze Vostre. E sia pure. Ma io ricordo che l’Italia era una anche sotto Tiberio e gli imitatori di lui. Aveva le forme liberali, un senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà municipale quant’hai voglia…voi non vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto le cui orde barbariche anche era Una l’Italia. Bella unificazione è quella di una contrada, di cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie. E pure questo misfatto perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà che fan vedere come un reggimento costituzionale possa di leggieri diventar sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente possa violarsi il domicilio, il segreto delle lettere, e la libertà personale manomettere, e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tenersi prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, e mandare a morte senza neppure procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto, o delazione di uno scellerato[…]

Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi e per l’annullamento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme…e frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta dei Dicasteri e per la pubblica amministrazione.

Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla.

A mercanti di Piemonte si danno le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose; burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffici, gente spesso più corrotta degli antichi burocrati napoletani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla elevata gente del mezzodì. Anche a fabbricar ferrovie si mandano operai piemontesi, i quali oltraggiosamente si pagano il doppio dei napoletani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell’ospizio dei trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo non più fosse bello e salutevole.
…questa è invasione non unione
Questa è invasione, non unione, non annessione!

Questo è un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il Governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortes o il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i Fiorentini nell’agro pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nel Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade; perciocchè non è soggiogare un paese il prepararsene l’ausilio per cospirazioni, od il corromperne e lo squassare la fede dell’esercito, e il comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pure che il diciamo, il Governo piemontese fa a Napoli come quel parassita che invitato a desco fraterno ne porta via gli argenti..

Orrori su orrori, fucilazioni, assassinii
…La mente mi si turba e tremami la destra pensando alle immanità che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura e che io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole dei documenti opportuni, sittosto le ire saranno calme. Gli imbelli che perirono in questa guerra passarono di gran lunga gli armati, ed infine le famiglie che scorrono prive di pane e di tetto per la campagna, e ricoverano come belve negli antri e nei sotterranei, e gli orfani che cercano intorno dei loro genitori morti nelle fiamme del borgo natìo, o passati per le armi dai piemontesi, o periti in luride prigioni dove migliaia stivansi i sospetti decimati dalle febbri e dalle infermità che ingenera un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra Patria vien passata per le armi senza neppur forma di giudizio, sulla semplice delazione di un nemico, per il semplice sospetto di aver nutrito o dato asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri, negando loro i supremi conforti della Fede; ed ai pochi feriti venne ricusata l’opera del cerusico, cosicchè furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testè a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosiddetti briganti, e da due giorni si tenevano in carcere digiuni, gridavano essi: pane! pane! e nessuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere e quanto dei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati.
Si fece amnistia. Era un contadino di Livardi per nome Francesco Russo, il quale ferito nell’anca viveva da più giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto alla fede dell’indulto. Gli amici di lui dicevangli si celasse, non si credesse alle proclamazioni del Pinelli, ma egli non voleva sentir parola, rispondeva non esser possibile che un militare d’onore rompesse fede; e mentre che questi detti ei forniva, soldati piemontesi entrarono in sua casa, e preserlo, e condottolo a Nola, il fucilarono. Si bandì risparmiarsi la vita a chi presentavasi; e un contadino dell’agro Nolano per nome Luigi Settembre, soprannominato il Carletto, presentatosi a preghiera dei quali era unica prole a sostegno, tosto venne immanemente fucilato, non altrimenti che fatto prigioniero nella pugna. I due genitori superstiti, uccisa dal rimorso la ragione, vagano ora dementi per la campagna. Uno scellerato di Somma ( Oggi Somma Vesuviana, nda) faceva il capitano Conte del Bosco vi accorresse e prendesse sei pacifici cittadini tra i quali un giovane ventenne, uffiziale della Guardia Nazionale, che giaceva presso della consorte, da cui pochi dì erasi congiunto, e presi, senza forma di giudizio e senza conforto di Religione, colà sulla pubblica piazza furono passati per le armi…Presso Lecce si facevano prigionieri tredici soldati sbandati borbonici i quali non avevano che sette fucili. Si credeva che alcuni di essi sarebbero risparmiati, ma no; furono fucilati tutti e tredici. Testè a Montefalcione erano sostenuti ottanta insorti e ne venivano passati per le armi quarantasette. Domata l’insurrezione di Montefalcione, cinquanta dei ribellati pensarono di scampare alla strage rifugiandosi nel tempio. Ma i soldati piemontesi, rotte le porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa Casa furono scannati. Nel Gargano infiniti carbonanieri furono presi per briganti, e morti issofatto tra le loro consorti e figliuoli, accanto alle loro stesse fornaci. Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo e fu chiaro quelli essere miseri e pacifici villani. Si incendiano nella campagna tutti gli abituri dei contadini. E le ville e le taverne in che possano ricoverare gli insorti. Si tira addosso a tutti che portano addosso un farsetto di velluto, abito che credesi da brigante e ad ogni data ora ogni contadino deve abbandonare il suo campo pena la morte! …nei vortici delle fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo alcune voci di donne cantanti litanìe e miserere. Certi ufficiali si avanzano verso l’abitato, onde veniva quel suono, ed apersero l’uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno ad un tavolo su cui era una croce e molti ceri accesi. Volevano salvarle; ma quelle gridando: indietro…maledetti! indietro! …non ci toccate, lasciateci morire incontaminate!…si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto sprofondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. Il giorno posteriore a tanto eccidio, all’incendio dei due paesi di Pontelandolfo e Casalduni, leggevasi nel Giornale Officiale di Napoli il telegramma: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni…

…e bruciano Auletta, San Marco in Lamis, Vieste, Cotronei, Spinelli, Montefalcone, Rignano, Vico, Palma, Barile, Campochiaro, Guardiaregia…
…ma io non starò a infastidirvi più a lungo con il racconto delle mille ferite di tal sorta di che sono pieni gli stessi giornali ufficiosi ed ufficiali del Governo, e le quali facevano e fanno tutt’ora terribile l’insurrezione delle procince napoletane, né d’altronde capirebbe negli stretti limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di una guerra civile che dai monti di Calabria si stende nel Basilicato, e di colà in Capitanata e nel Contado del Molise, e nel Beneventano, e nei monti d’Avellino, e nella Campania e negli Abruzzi, o dei saccheggi e degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gli incendi paurosi di Auletta. Di San Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinelli, di Montefalcone, di Rignano, di Vico, di Palma, di Barile, di Campochiaro, di Guardaregia, e delle già menzionate Pontelandolfo e Casalduni, però non è mestieri conoscere tanto per chiarire la Signoria piemontese immanissima.
La maledizione di Caino si abbatterà sul Piemonte
…Ed il governo piemontese fece crudele la guerra civile coi disperati e crudeli i mezzi per combatterla, ed esso così facendo fa l’Unità uccisa, uccisa l’unione, però che un popolo così manomesso non si dimenticherà mai le scelleratezze perpetrate ed opporrà a tutta una provincia italiana i delitti di una setta, e così imperversando non sarà possibile neppure la Confederazione degli antichi Stati della penisola. In ogni angolo delle nostre province sorgerà un monumento di questi giorni nefasti. Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali; ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo; ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida; ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nipoti delle nostre vittime e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali o immaturi.
…Badino i piemontesi perché il giorno della vendetta Divina non potrà tardare, né tarderà. Il destino delle nazioni non è nelle mani dei ministri ma in quelle di Dio. Il Governo di Piemonte è superbo, non vi è mai stato un superbo che non cadesse misero e vile. Esso ha sparso sangue fraterno, e su di lui pesa la maledizione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida vendetta contro di essi, troppi miseri dal fondo delle prigioni, dall’esilio…

Il duca di Maddaloni, dopo aver illustrato tutti i mali che avevano insanguinato ed impoverito il Sud così conclude la sua mozione:” Rinsaviamo dunque. Il male è più radicale che non si pensi. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed Indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta perché in deserto feretro di regina”.

(Dalle cose di Napoli- Discorso del Duca di Maddaloni deputato al primo Parlamento italiano, Unione Tipografica Editrice, Torino, 1862)

 

Tags: , ,

Comments are closed.