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07
Giu 17

E adesso corri Ibraim, riprenditi la tua vita

Ibraim ha quasi otto anni e fino allo scorso anno era uno dei tanti bambini di un campo #rom, alla periferia di #Roma, che viveva di espedienti.
Una delle tante piccole eroine del quotidiano, lo scorso settembre, lo ha tolto dalla strada, insieme al fratello, lo ha portato in una casa famiglia e soprattutto a scuola.
E’ diventato uno dei migliori compagni di classe di mio figlio e, per qualche mese, il suo compagno di banco, tanto che, spesso, ci regalava dei disegni della “nostra” famiglia, quasi fosse per lui uno specchio di quanto non ha mai potuto avere.
Oggi Ibraim, alla recita di fine anno, è stato uno dei migliori.
In un Pinocchio, riadattato ad uso e consumo dei più piccoli, era il grillo parlante o, meglio, la coscienza.
In nove mesi è diventato la copia lontana di quel bambino che, ad inizio anno, faceva dispetti e si rifugiava sotto ai banchi. O che, prima ancora, si “arrangiava” per sopravvivere tra copertoni e lamiere.
Il peccato originale con cui tutti nasciamo è il pregiudizio e, nessuno di noi, ha una sentenza già scritta che pende sulla testa.
Le opportunità ci trasformano in uomini e donne migliori. Siamo figli dell’ambiente con cui interagiamo, che ci plasma e ci forma. Vivere o lasciar vivere nel degrado e nella bruttezza, crea esso stesso degrado e bruttezze. E la scuola, al di là di ogni esercizio retorico, rende uomini liberi, perché insegna la bellezza.
Perciò, diffidate sempre di chi individua in elementi lombrosiani, razziali, genetici o geografici le ragioni di ogni male. E, soprattutto, non disertate le recite dei vostri figli, o rischiate di perdervi una parte di mondo bellissimo, sicuramente migliore di quello che vi raccontano.


01
Nov 16

Sfatato il tabù del prof. terrone tutto chiesa e assenze ingiustificate

2945

La rivista telematica Orizzonte Scuola, riprendendo dei dati Invalsi, oggi sfata un altro stereotipo duro a morire: quello del professore terrone più incline al certificato medico ed all’assenza priva di reale giustificazione.

Scrive la rivista:

Dopo il mito dei troppi docenti al Sud, cade un altro tabù: quello dell’alto numero di assenze di docenti Meridionali. Perché “al Sud gli insegnanti fanno meno ore di assenza”.

A rilevare il dato è l’Invalsi, l’Istituto nazionale di valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, che ha appena pubblicato il Rapporto nazionale “I processi e il funzionamento delle scuole”, incentrato sui dati relativi al Questionario Scuola e alle sperimentazioni Vales e Vm. Dai risultati emersi, che per l’Istituto di valutazione potrebbero permettere l’avvio di “politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuola”, risulta anche che non solo al Sud ci si assenta poco, ma si ricorre anche “meno all’utilizzo di altri docenti per coprire le ore scoperte”.

A fronte di una media nazionale pari al 5%, tutt’altro che elevata rispetto ad altri comparti di lavoro, sono proprio gli insegnanti da Roma in giù a registrare maggiori presenze: ne consegue, scrive l’Invalsi, che nelle regioni Meridionali e nelle Isole i dirigenti non debbono sostituire i colleghi con la frequenza dei colleghi del Centro Italia, dove ci si assenta in misura maggiore, e anche rispetto al Nord. Abbattendo i luoghi comuni che da tempo vengono propinati all’opinione pubblica, a discapito del Sud, l’istituto di valutazione nazionale auspica anche la messa in atto di una serie di “interventi differenziati in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuola e promozione di azioni di discriminazione positiva”.


12
Ago 16

C’è posto per gli insegnanti al sud?


Vi faccio una confessione: da emigrante di lunga data, figlio di insegnante a sua volta pendolare, non mi sono simpatiche le manifestazioni pubbliche di disapprovazione o sofferenza che riguardano spostamenti per causa di lavoro. Tanto più se si tratta di un impiego a tempo indeterminato, con tanto di ferie riconosciute e retribuite, tredicesima e quattordicesima.

Il problema esiste , riguarda tutti i sud del mondo, compreso il nostro è non lo si risolve continuando a votare deputati e senatori figli di quelle politiche che all’emigrazione ci hanno costretti. Enon si si risolvono neanche continuando a soggiacere a certe logiche o firmare deleghe in bianco a sindacati che di quelle logiche sono manifestazione.

Sono anni che su queste pagine pubblico le denunce di Marco Esposito e del professor Viesti che sostengono la progressiva  e cosciente volontà di impoverire l’istruzione al sud, ma a nessuno è mai fregato, perché non gli riguardava. Poi la campana inizia a suonare per tutti e scatta l’indignazione collettiva.

Insomma ci sono posti per questi insegnanti che devono spostarsi, non così lontano da casa? Probabilmente si, lo scrive bene Alex Corlazzoli sul Fatto Quotidiano:

E qui mi permetto di dissentire con l’amico Gavosto: l’esodo o l’esilio dei docenti potrà essere fermato quando avremo a che fare con un governo che ritorna a mettere in primo piano la questione istruzione al Sud. Finora il ministero ha fatto il gioco delle tre carte con la riforma della 107 al posto di fare un serio investimento. Proviamo a guardare qualche dato. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)
Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.

Il rapporto di Save the Children dello scorso febbraio aveva messo in guardia il governo (ne avevo già dato conto sul blog):

bambini che nascono e vivono in famiglie in povertà assoluta sono ormai 1.434.000, pari al 13,8% del totale di minori; circa 400 neonati, ogni anno, non sono riconosciuti dalle madri e vengono lasciati in ospedale; per quanto riguarda i servizi territoriali per la salute materno-infantile i consultori si sono ridotti di numero negli anni e attualmente sono 1.911, circa 1 ogni 29 mila abitanti; la copertura degli asili nido pubblici riguarda solo il 13% dei bambini 0-2 anni e scende ulteriormente in alcune regioni,toccando quota 2% circa in Calabria e Campania: d’altra parte è appena del 4,8% la percentuale di risorse destinate alle famiglie, sul totale della spesa sociale».

A tutto ciò c’è da aggiungere la sempiterna super cazzola  di tenere le scuole aperte a tempo pieno anche d’estate in tutti i quartieri a forte disagio sociale, al Sud. 

Se la matematica non è dunque una opinione lo spazio per questi insegnanti meridionali (non per tutti,ovviamente) non tanto lontano da casa loro, teoricamente ci sarebbero pure, basterebbe credere e attuare gli investimenti invece di rinunciare completamente alla crescita ed allo sviluppo di una parte del paese.


02
Mag 16

La De Amicis di Pozzuoli alla finale dei campionati internazionali di matematica


Ecco una buona risposta a chi invia a Napoli l’esercito, anziché costruire scuole.

 L’IC “De Amicis-Diaz” di Pozzuoli è in finale ai Campionati Internazionali di Matematica. Sono 5 gli alunni del plesso Diaz dell’I.C. De Amicis-Diaz che hanno superato la semifinale dei Campionati internazionali dei Giochi Matematici, indetti dall’Università Bocconi, tenutasi a Napoli il 12 marzo scorso presso l’Istituto Villari e che ha visto la partecipazione di molte scuole della provincia.

Cosa sono i campionati internazionali di matematica? Ecco la presentazione: 

“Logica, intuizione e fantasia” è il nostro slogan. Vuole comunicare con immediatezza che i “Campionati internazionali di Giochi matematici” sono delle gare matematiche ma che, per affrontarle, non è necessaria la conoscenza di nessuna formula e nessun teorema particolarmente impegnativo. Occorre invece una voglia matta di giocare, un pizzico di fantasia e quell’intuizione che fa capire che un problema apparentemente molto complicato è in realtà più semplice di quello che si poteva prevedere. Un gioco matematico è un problema con un enunciato divertente e intrigante, che suscita curiosità e la voglia di fermarsi un po’ a pensare. Meglio ancora se la stessa soluzione, poi, sorprenderà per la sua semplicità ed eleganza.

Concretamente, i “Campionati internazionali di Giochi matematici” sono una gara articolata in tre fasi: le semifinali (che si terranno nelle diverse sedi il 12 marzo 2016), la finale nazionale (che si svolgerà a Milano, in “Bocconi”, il 14 maggio 2016) e la finalissima internazionale, prevista a Parigi a fine agosto 2016.

In ognuna di queste competizioni (semifinale, finale e finalissima internazionale), i concorrenti saranno di fronte a un certo numero di quesiti (di solito, tra 8 e 10) che devono risolvere in 90 minuti (per la categoria C1) o in 120 minuti per le altre categorie.

La storia dei “Campionati” comincia a essere … lunga. Quella del 2015-16 è la trentesima edizione del mondo e la ventitreesima edizione organizzata in Italia (sempre dal Centro PRISTEM dell’Università “Bocconi”). Nel mondo sono più di 200.000 che si sfidano, negli stessi giorni e con gli stessi “giochi”. Provengono da 4 continenti, da Francia, Italia, Tunisia, Marocco, Niger, Russia, Ucraina, Svizzera, Belgio, Polonia, Lussemburgo, Canada, ecc. In Italia, alla prima edizione, parteciparono poco più di 400 “giochisti”; gli iscritti all’edizione 2014-2015 sono stati quasi 50.000!


16
Ott 15

Cambiare il contenuto dei testi scolastici?

sudde

Pino Aprile risponde a questa domanda con un interessante post:

Libri di scuola contestati, perché riportano sul Sud, pre e post unitario, informazioni scorrette, magari frutto di una storiografia e una pubblicistica consolidata, ma dimostrate del tutto o in parte infondate, da una serie nutrita di ricerche fatte da università, centri studi, autori accademici e no.

Nel caso di uno di questi volumi, pubblicato da La Scuola, la dirigenza della casa editrice ha accettato il dialogo, ha verificato l’esattezza delle obiezioni e ha ritirato il libro, mettendone in cantiere uno che tenesse conto degli aggiornamenti resi possibili dai più recenti studi. Tanto di cappello.

Altri editori, come la Mondadori-scuola, per il volume Spazio-storia, di Vittoria Calvani, hanno ritenuto di regolarsi diversamente. Continueremo a ricordare (lo abbiamo fatto per tutto lo scorso anno scolastico) che la descrizione lì riportata del Sud di miseria assoluta, senza manco un cencio per coprire un neonato (la paglia l’avevano prestata a Cristo bambino o se l’erano mangiata il bue e l’asinello), opposta alla condizione “dura ma non miserabile” del Nord, si commenta da sé. E si commenta malissimo.

Analoghe critiche vengono rivolte a “Chiedi alla storia”, di Franco Almerighi e Roberto Roveda. La prima scuola in cui gli studenti si rifiutarono di studiare su libri che continuano a raccontare il Sud e la sua storia in termini che ormai sfiorano la caricatura (il bimbo ignudo, il papà morente o già morto… di miseria terronica grave e atavica e soprattutto irrecuperabile, si capisce!), fu il liceo linguistico “de Bottis” di Torre del Greco, nel 2013; poi fecero lo stesso gli studenti della media “Alfonso Gatto” di Battipaglia; altrettanto è ora accaduto in una scuola in Abruzzo.

Cinque anni fa (lo raccontai in Giù al Sud), il primo esame di Stato in cui uno studente si presentò alla Commissione con la pila dei libri su cui aveva dovuto studiare, in quegli anni, e cominciò a demolire, con documenti, slide proiettate, testi di altri autori italiani e stranieri, molte verità storiche mummificate, palesemente non più sostenibili. La madre era disperata: ora me lo bocciano.

Specie quando il presidente della Commissione obiettò che lui non condivideva quello che il ragazzo stava dicendo. «Se ha documenti che smentiscono i miei, sono pronto a discuterne», replicò, parola più, parola meno, il giovanotto. Fu promosso con il massimo dei voti. E ormai non le conto più le tesine della maturità, le tesi universitarie in cui la storia viene ridisegnata più correttamente.

Parliamoci chiaro: nessuno potrà mai scrivere “la verità”, ma più ne cercheremo (senza dare per vera quella che più ci fa comodo), più ne troveremo; il che significa essere pronti a rivedere quel che sappiamo, se non regge dinanzi a nuovi documenti. E non basta: la storia non si può cambiare, solo tentare di capirne un po’ di più; il che significa che non ha senso (ed è pure infame) lardellare strade e piazze con i nomi di conquistatori e massacratori fatti passare per fratelli idealisti (ma chi? Cialdini e gli altri boia come lui?); ma non ha nemmeno senso pensare che “avremo vinto” quando al posto di quelli ci saranno i nomi di Carmine Crocco, Ninco Nanco e Francesco II.

Quello che è stato non puoi cancellarlo, solo imparare a riconoscerlo, accettarlo e condividerlo, che ti piaccia o no. Uso dire che avremo fatto pace con la nostra storia e noi stessi, quando potremo darci appuntamento in via Garibaldi, angolo via Sergente Romano; a piazza Cavour, imbocco corso Beneventano del Bosco; al bivio fra viale Regina Margherita e viale Regina Sofia.

Siamo lontani? Anche dalle contestazioni dei libri di storia da parte degli studenti ci pensavamo distantissimi; e le stiamo vedendo. Tanto che circa un anno fa, il professor Ernesto Galli della Loggia scrisse, sul Corriere del Mezzogiorno, che la percezione che la storia di com’è stata unita l’Italia sia altra da quella insegnata finora, è ormai maggioritaria nelle nostre scuole.

Non stiamo giocando una partita, non c’è niente da vincere, se non la decenza di ridiscutere come sono andate davvero le cose e smetterla di insozzare la scuola con testi che rappresentano una parte del Paese e dei suoi abitanti come trogloditi condotti alla civiltà da una eletta razza di armati che scese ad abbracciarla per condurla alla civiltà.

Incivili erano quelli che saccheggiarono, stuprarono, fucilarono in massa, distrussero fabbriche, rubarono l’oro delle banche, fecero guerra senza manco dichiararla.

Tutto passato, vero; ma che pesa sull’oggi, solo se si cerca di nasconderlo. Sono nati così anche altri Paesi; la differenza è che nelle loro scuole, si dice come.


15
Gen 15

Sud: in 5 anni, meno 15% di insegnanti di ruolo

In cinque anni, “giù al Sud”, sono letteralmente scomparsi il 15% degli insegnanti di ruolo. Il record è della Calabria, in cui svettano le province di Reggio Calabria, seguita da quella di Catanzaro.

A Matera, Avellino, Messina Potenza, Nuoro e Isernia e Frosinone si sono avute punte, nei tagli, fino al 18%. Il risultato? Un flusso migratorio costante inviso a docenti settentrionali e a governatori di regione che rivendicano l’assegnazione dei posti disponibili agli autoctoni “padani”.

Al Nord infatti, i dati hanno cifre in positivo. Si va dal + 0,7% di Ferrara fino al +6,7% di Prato.

La vulgata tenderebbe ad addurre le ragioni dei tagli al calo demografico. Ma stanno realmente così le cose?

Orizzonte Scuola e FLCGIL Sicilia hanno provato a dare una risposta diversa.

Dal 2008 al 2011 ci sono stati infatti 25.217 alunni in meno, una diminuzione a cui avrebbe dovuto corrispondere una sforbiciata di 1.500 docenti. Invece l’allora Ministro Gelmini ha tagliato ben 10.113 cattedre e 5.017 ATA. Si trattava di un Governo a forte “trazione padana”.[…] Basti pensare che lo stesso studio della FLCGIL ha messo in evidenza come in 10 anni sono venuti meno alla scuola siciliana il 66% delle risorse destinate all’offerta formativa. Nel 2007 erano 129 milioni, nel 2011 appena 49.

 

In Sicilia, ad esempio, nel corso del 2014, si è assistito ad un ulteriore taglio (fino a 500 cattedre e addirittura un -10% degli insestagni di sostegno) cui è simmetricamente corrisposto un incremento di 400 unità in Lombardia.

Scrive Orizzonte Scuola:

Sì, il rapporto tra alunni e docenti in alcune regioni d’Italia è superiore alla media, ma è anche vero che non potendo contare sul supporto degli enti locali, come avviene in altre regioni (soprattutto del centro-nord), si rischia di abbandonare gli alunni disabili al loro destino. Ma questo ai “ragionieri” nono interessa. Non a caso i maggiori contenziosi per l’insufficienza di ore di sostegno riguarda il Sud ed in particolare la Sicilia.

In un contesto del genere ci si sorprende come non si riesca a comprendere il fenomeno che questa estate ha riguardato le graduatorie ad esaurimento, relativamente allo spostamento di docenti da Sud verso Nord. Il flusso migratorio ha seguito lo spostamento di cattedre organizzato a tavolino. Graduatorie esaurimento. Si spostano in 40mila, metà rispetto al 2011: 23% tra 40 e 44 anni

La tragedia più grande per quest’area del paese (affetta da una moria imprenditoriale abbandonata a se stessa che ha visto la chiusura di 326 aziende al giorno e il resto è indebitato fino al collo) è che alla fuga verso il Nord non fa seguito un ritorno in patria, a dimostrarlo i nostri dati sulla mobilità, a smentita di chi sostiene il “mordi e fuggi” per ottenere il ruolo. Mobilità. Non c’è alcun esodo da Nord a Sud che danneggia la continuità didattica. Si resta al Nord

 


14
Gen 15

Il Sud ancora patria del familismo amorale. E il Corriere del Mezzogiorno si indigna.

Sono anni che denunciamo sui social network e tra queste pagine una tendenza all’induzione alla minorità o ad una rappresentazione distorta dela realtà, superata dalle moderne teorie sociologiche ed antropologiche, nei confronti del Sud. Ma tant’è, se accade sui libri di scuole nessuno se ne frega e si continuano a formare alunni dalle tendenze fortemente lombrosiane.

Oggi perfino il Corriere del Mezzogiorno (proprio quello che fino all’anno scorso definiva “suddista” e “bobbonico” chiunque denunciava queste “tendenze”) si indigna.

Il fatto: due giorni fa sullapagina Facebook di Briganti, una studentessa denunciava quanto un manuale pubblicato dalle Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori dedica alla questione meridionale:

«… sul tronco di una differenza di sviluppo economico hanno preso forma una organizzazione sociale ed una identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centro – settentrionali. Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o del clan si antepongono e, inevitabilmente, si contrappongono a quelli dello stato e della collettività nazionale. Su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche».

Quanto tanti di noi pensano o scrivono in merito a queste idiozie, le cui conseguenze denunciamo quotidianamente per il riverbero che generano nell’opinione pubblica ed i media lo sapete, riporto dunque le dichiarazioni raccolte dal giornalista del Corriere del Mezzogiorno, Fabrizio Geremicca.

Gabriella Gribaudi, storica dichiara:

«È pazzesco e mi stupisce che studiosi di quella levatura si prestino a riproporre considerazioni ispirate ad una sorta di antropologia razzista che era in voga all’inizio del Novecento». La storica aggiunge: «La tesi del familismo amorale, poi, che fu introdotta dal sociologo Banfield nel 1958, è stata oggi ampiamente rivista. Se si vuole proprio insistere su questo tema, allora almeno si dia retta a Paul Ginsborg, che estese la categoria del familismo agli italiani tout court, non ai soli meridionali»

Lo storico Galasso, da sempre schierato contro la “retorica terronista” oggi aggiunge:

«Mi sembra ci si trovi al cospetto della stanca ripetizione di quel modello del familismo amorale che alcuni superficiali sociologi ed antropologi hanno attribuito al sud e su questa via è inevitabile che si cada in semplificazioni banali, per quanto orecchiabili, che certamente non aiutano a capire i fenomeni storici complessi».

Speriamo che costoro, Corriere del Mezzogiorno compreso, comprendano, come noi, che se da anni certi testi,mai corretti e su cui nessuno ha mai sollevato polemiche, hanno formato studenti, la lunga eco è giunta fino ad oggi generando tutto quel razzismo e quella discriminazione territoriale, latente e patente che incide in molteplici aspetti delle nostre vite quotidiane.Diventando storia minima.

Il caso del libro di testo citato non è l’unico in realtà (avevo segnalato già “Facciamo Geografia” edito sempre da Mondadori), tanto che una scuola di Battipaglia, intervistata dal periodico Il Brigante, contestò con un video il proprio testo scolastico “Chiedi alla Storia”, scritto da Franco Amerini e Roberto Roveda, edito, anche in questo caso, da Bruno Mondadori.

 E oggi pure un figlio della meneghina RCS se ne accorge, la storia siamo noi, adesso.


29
Set 14

Volevo solo fare il sostituto (di terza scelta) del bidello titolare

Ieri sera ascoltavo in tv i proclami del premier Renzi. “E basta essere disfattisti, e bisogna avere fiducia, e l’Italia è un grande paese, e qui ci vogliono investimenti, e io sto semplificando tutto”..e bla e bla e bla.

Destino ha voluto che questa mattina, una conoscente mi abbia coinvolto nella redazione di una domanda per…fare il sostituto “bidello”. Anche se, oggi, si usa un termine più elegante e forbito “Personale amministrativo, tecnico e ausiliario” o collaboratore scolastico.  Se volete cimentarvi anche voi, mettete in conto che per aspirare a fare il bidello in Italia, occorre compilare moduli e stare dietro a procedure che, sebbene fatte online, vi potrebbero portare via fino a 5 ore del vostro tempo. Alla faccia della semplificazione e del paese senza burocrazia.

Quando la conoscente mi ha detto che si poteva “fare tutto online” , ho deciso di partecipare anche io al gioco. Contando di risolvere tutto in un’oretta al massimo. Alla fine mi sono trovato in un labirinto di scartoffie.

Puntiamo al sito del Miur dove, individuiamo, tra vari risultati della ricerca, quello che ci occorre. Un file Zip con svariati allegati e 20, dico ben VENTI PAGINE di bando.

Qualche forum online ci suggerisce, giustamente, di seguire un sito non istituzionale che fornisce dritte e istruzioni, sulle procedure di presentazione e compilazione, altrimenti NON facilmente deducibili dal sito istituzionale. A meno che non abbiate un paio di lauree in burocratese e spiccate doti investigative. E allora è un altro discorso

Seguiamo le istruzioni del sito “pane e salame” e ci registriamo su un portale istituzionale per presentare “l’istanza online”. Ritorniamo, quindi, al portale del Miur.

A questo punto vi registrate, inserite tutti i vostri dati.

Finito? No.

Andate nella vostra posta elettronica. Scaricate ora due documenti che vi hanno inviato (uno serve se volete delegare qualcuno a consegnare la domanda, al posto vostro). Compilateli. Poi scansite i vostri documenti e il codice fiscale e stampateli (vi serviranno in caso di delega e comunque quando consegnerete la domanda).

Finito? No.

Vi hanno inviato, via posta elettronica: 1) nome utente 2) password 3) un codice temporaneo più un link per accedere ad una pagina personale, del sito di cui sopra. Cliccate sul link, inserite i vostri dati personali. Se tutto è a posto, un avviso vi avverte che non è finita lì. Il bello viene ora. La prima mezz’ora se n’è andata soltanto per verificare “il primo accesso” ad “istanze online”.

Il passo successivo è andare su un’altra pagina. E scaricare il fatidico modello di “domanda”. Svariate guide (e qui già qualcosa non quadra, in termini di usabilità e intuitività) vi aiuteranno nella redazione. DODICI PAGINE per poter compilare una domanda per aspiranti bidelli (riserve) e per simulare il punteggio nella graduatoria. Madonna.

Avevo deciso di lasciar perdere, soprattutto perchè tra le istruzioni mi si chiedeva di fotocopiare uno ad uno tutti i titoli necessari per “fare punteggio.”E va bene”, mi son detto, “cerchiamo i titoli”. Fatto. Scansione, fatto. Avete anche la laurea? Bene, non serve a nulla. Conta il diploma di maturità, la laurea vi regalerà qualche scampolo di punteggio come “assistente amministrativo”, cioè un inquadramento che ha un grado superiore al bidello nella gerarchia della scuola.

Sono allergico alle istruzioni. La mia amica ha però insistito a leggerle prima di compilare una risma di carta, ovvero la domanda vera e propria. Ci rechiamo sul sito non istituzionale per ottenere dritte e consigli nella compilazione.

E a quel punto lo scoramento è aumentato. Vi lascio degli screenshot delle istruzioni.

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Cinque schermate di istruzioni base su come precedere alla compilazione della domanda per aspirare a bidello di terza scelta. Sic!

Vi risparmio le sottosezioni, che pure vi sono, e che servono a calcolare i punteggi, quali e quanti titoli sono presentabili, ed una serie di altre informazioni.

Finito qui? Ma manco per niente.

Ora dovete comporre un corposo plico da inviare, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, ad una delle scuole della provincia eletta a palcoscenico del vostro aspirantato. Oppure, recarvi personalmente ad una scuola della provincia con tutto quanto ne concerne in termini di altro tempo impiegato, per la consegna del suddetto plico.

La presentazione serve anche a “riconoscervi” come utenti online per la procedura di cui al punto uno di questo post (oddio parlo come loro), ovvero quella della iscrizione al portale di “istanza online”.

Mi sono fermato qui, delegando la conoscente a fare il resto. Tutto ciò al netto di eventuali problemi che potrebbero essere sollevati dagli impiegati al momento della presentazione.

Fatto? Assolutamente no. Una seconda parte della domanda, dovrà essere compilata, e per fortuna inviata soltanto online, dopo la pubblicazione di una nota ministeriale con la vostra posizione, nelle graduatorie di una delle scuole scelte per il vostro ruolo di bidello “panchinaro”.

Solo allora, potrete mettervi comodi e per un triennio sperare che vi chiamino. Ovviamente, tutto ciò soltanto per fare i sostituti di TERZA scelta dei bidelli titolari.

Ed io che volevo fare solo il bidello…Nel frattempo mi sono chiesto, chissà quanta carta e quante procedure incomprensibili dovrà affrontare uno di quegli investitori che dovrebbe portare moneta ed occupazione nel nostro paese. Roba da salutare tutti e andarsene via al terzo rigo di “istruzioni”.

Oh, un’ultima cosa, nei tempi vanno calcolati anche intoppi provocati da “carta esaurita”, “toner terminato”, “file illegibile”, “sito non raggiungibile”, “pagina inesistente”, “stampante non rilevata”, “scanner non pronto” e “arò aggia mis il diploma di maturità del 1996”.


05
Ago 14

Quegli insegnanti meridionali che “rubano” il lavoro

Quello che vedete è il titolo di un quotidiano nazionale. Se lo trovate di cattivo gusto, la stessa polemica, in forma più edulcorata, ma che ha pari volontà di denuncia, potete leggerla anche su La Stampa:

per il prossimo anno scolastico le scuole della provincia attendono un esodo di massa di docenti dalle regioni del Sud. La recentissima pubblicazione delle graduatorie, soprattutto per quel che riguarda le elementari e le medie, l’aggiornamento triennale ha portato ai primi posti quasi tutti docenti del Meridione, Sicilia e Calabria soprattutto ma anche Campania e Puglia, che hanno approfittato della «finestra» di quest’anno per dire basta alle attese senza speranza nelle graduatorie delle proprie città, lunghe e con scarsa disponibilità di cattedre, per tentare la fortuna all’altro capo della Penisola.

 Il fenomeno non riguarda solo Torino ma buona parte delle città del Nord dove una maggiore disponibilità di cattedre e i punteggi dei docenti precari locali che non sono quasi mai molto alti, hanno invogliato migliaia di precari meridionali.

Per dire, per trovare il primo nato a Torino nella graduatoria di Francese bisogna arrivare al 23° posto, al quindicesimo in quella di Italiano, al decimo in quella di Educazione artistica, al settimo in quelle di Tedesco e di Educazione musicale, al quarto per la Matematica. Prima di loro, tanti docenti con luogo di nascita a Catania (moltissimi), Messina (molti), Reggio Calabria, Palermo, Ragusa, Agrigento, e poi Cosenza, Sassari, Catanzaro, Napoli, Lecce, Brindisi.

 

Solo chi è stato emigrante può capire la disperazione che conduce a lasciare affetti per spostarsi laddove viene anche visto con fastidio e sospetto dai colleghi. Altro che “invogliato” come scrive il quotidiano di Torino.

Ecco cosa scriveva una insegnante campana su Orizzonte Scuola:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

Insomma secondo la “propaganda” se per i lavori manuali a togliere il lavoro sono gli extracomunitari, per  quelli dove occorre una laurea, inizia a dare fastidio l’emigrato meridionale dell’età contemporanea. Fin quando era funzionale al boom economico che ha prodotto il benessere ed il Pil di certe aree andava bene. Ora, con la crisi che non guarda più in faccia a nessuno, i “terroni laureati” che emigrano (come se fosse una cosa piacevole) per insegnare, danno fastidio.

“Facessero altro se non c’è possibilità di insegnare al sud” mi ha risposto una agguerrita interlocutrice minacciata nella graduatoria. Provasse a fare lei altro, no? “No, perche’ io sono a casa mia.”. Come se il luogo di nascita fosse un diritto acquisito per volonta’ divina ed escludesse il resto del mondo e non piuttosto la conseguenza di altre emigrazioni avvenute nel corso della storia seguendo il flusso della ricchezza. Come se una persona non dovesse essere giudicata per le proprie capacità ma per il luogo d’origine.

Insomma mettiamo pure definitivamente in discussione, senza tanta ipocrisia, la fragile unità di questo paese?

E tra moderni alfieri del “non si affitta ai meridionali” e i “non vogliamo insegnanti meridionali” perche’ rubano il lavoro e non insegnano la “nostra cultura” ai nostro figli (che poi saranno per la maggior parte tutti figli dinessuno propone la cosa più logica e ragionevole: costruire nuove scuole al sud. Per una popolazione scolastica che comunque cresce.

Anche Pino Aprile ha preso posizione sulla questione:

i soldi per gli asili nido vanno solo al nord, che già li ha; ed è escluso il sud, che non ne ha. e chi dovrebbe insorgere con il sangue agli occhi, sta zitto: sindaci, parlamentari, leader di partito: incapaci, o servi, o complici o tutte e tre le cose.
credo che sia opera di civiltà chiedere alle maestre d’asilo dei figli o dei nipoti dei bip! che hanno fatto questa porcata (porcata?… mi ricorda qualcosa), di spiegare ai piccoli: cari bambini, sapete che se siete qui, avete un asilo ancora migliore, le maestre, i giochi belli, è perché i vostri genitori e i vostri nonni li hanno rubati a bambini più poveri di voi? e credo che le mamme, i papà dei bambini meridionali che non hanno l’asilo dovrebbero spiegare ai loro piccoli, ogni mattina: lo sai che se tu non hai l’asilo è perché un “porcataro” e suoi simili te lo hanno rubato per darne un altro a chi già lo aveva? e che se questo è stato possibile, è perché chi doveva difenderti: i tuoi stessi genitori, il tuo sindaco, il tuo presidente della regione, le pine picerno, i raffaele fitto, i nichi vendola e aggiungeteci voi gli altri, non l’hanno fatto? così, almeno, la prossima generazione, forse, riesce a incontrarsi su un’idea di maggiore equità.

 

 

 

 


01
Ago 14

Io, insegnante del Sud, scusate il fastidio…

Un pò di tempo fa vi avevo raccontato un paio di storie di insegnanti del Sud. Ve lo ricordate?

Vi riporto uno stralcio di quel post che potete leggere per interno qui

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si  “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso,  in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.

Qualcuno mi chiese se era una storia vera o romanzata. Quest’oggi su Orizzonte Scuola, c’è il racconto in prima persona di una insegnante come la Concetta di cui vi avevo raccontato. Potete verificare voi stessi se scrivevo una storia inventata oppure no. La lettera non è firmata ed esordisce con un perentorio:

Per favore, smettetela di demonizzare il sud e le insegnanti che si trasferiscono al nord. Credete che per noi sia una scelta facile quella di mollare tutto e andare via? Non lo è. Personalmente il punteggio l’ho fatto tra “pendolaggi” Caserta-Roma e scuole paritarie.

Racconta il dramma di un Sud che si svuota, dove, nonostante cresca la popolazione scolastica, non vengono costruite nuove scuole. Dove gli insegnanti sono ancora emigranti. Prosegue la lattera:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Poi il racconto del lavoro nelle scuole paritarie, con l’umiliazione di somme mai percepite:

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

 

Poi dritta al Nord, dove l’insegnante emigrante provoca fastidio e mal di pancia. Donne che si assumono la responsabilità di una famiglia, alla faccia dell’idiozia dei tormentoni d’altre latitudini “non vogliono lavorare”.

 

Ho fatto l’aggiornamento a Mantova. Non ce l’ho fatta a restare a Roma senza neanche la prospettiva di un incarico. Nell’attesa di essere chiamata per qualche giorno mentre sono sul treno e nella consapevolezza che se entro un certo orario non mi avessero chiamata, avrei dovuto prendere il treno del ritorno. E pagare comunque l’abbonamento perché il treno avrei dovuto prenderlo comunque tutte le mattine al più tardi alle 5. E se mi chiameranno, ruolo o incarico che sia, partirò e porterò con me marito e figli.

Perché non ce la faccio più a stare sempre in bilico. E sono stanca di lavorare per una gloria che non avrò mai e per uno stipendio che nessuno è disposto a darmi.

Quindi, per favore, capisco il vostro fastidio. Ma voi capite la nostra disperazione. Grazie.

 

Proprio come vi avevo raccontato un pò di tempo fa. Perchè basta scendere per strada per conoscere le storie del Sud. Non dalle comode poltroncine in pelle delle redazioni dei giornali…