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18
Feb 17

Pino Aprile: vi racconto il mio Squitieri

Dal proprio profilo Facebook, Pino Aprile racconta il “proprio” Pasquale Squitieri, con una serie di aneddoti interessanti a proposito del regista de “Li Chiamarono Briganti”, rivelando che avrebbe voluto realizzare un nuovo film proprio sul proprio Sud.

Un brigante in meno; e nessuno ha raccontato i briganti come lui. Pasquale Squitieri è andato a litigare da qualche altra parte. Resterà nella storia del cinema. Ma io ne parlo per un film che fece, e che tutti abbiamo visto di contrabbando, e per uno che non fece.
Mi chiamò: «Dobbiamo fare un film per “Terroni”, perché non ne parliamo?». Ci vedemmo al bar Rosati a Roma, in piazza del Popolo, che era una specie di suo ufficio. «Ma hai già fatto “E li chiamarono briganti”», obiettai. «Non rischi di fare un doppione?». Mi mise subito a posto: quello che faceva i film era lui, io scrivevo libri. Ci vedemmo altre volte; spesso, all’ultimo momento mi avvisava che non poteva. Stava male, aveva dolori forti.

Alcune volte, mentre parlavamo, si interrompeva per qualche fitta e se la prendeva con se stesso: quasi facendosi colpa del suo male. Non accettava di considerarsi a scartamento ridotto. Subito, però, ricominciavamo a progettare. «Quanto tempo hai?». «Poco, Pasquale. Ma per un film con te, su questi temi, butto tutto a mare per sei mesi». «Ci vogliono due anni per farlo come si deve». Ahi!
E, un giorno, cominciammo a immaginare la trama. Io vedevo la storia legata alla vita di una sola persona, un sopravvissuto di Pontelandolfo, figlio di una delle donne stuprate dai bersaglieri. Lui non ne era convinto. Mi disse: «E quale sarebbe la prima scena?». Qualche giorno dopo gli esposi un’idea. Non la bocciò, ma inziò a chiedere: «E dopo che succede?». Suggerivo qualcosa, e lui: «No, no, che cazzata. E se…?». «Sì, ma…». Alla fine, la storia prese forma.
Ma lui ebbe qualche problema in più e le assenze erano sempre più lunghe; io ero sempre più in giro e quando poteva lui non potevo io. Ci sentivamo per telefono. Ci vedemmo a Catania, per una serata con il suo film e il mio libro, in una piazza piena. Poi io mi dedicai agli altri libri.
Mi raccontava del suo film sui meridionali a Torino; la sua rabbia perché ne avevano voluto le braccia, ma non ne sopportavano la vista, infatti i quartieri per i terroni erano a parte, fuori città; mi disse come aveva filmato nella Fiat, anche se non volevano. Era disgustato, perché gli intellettuali del tempo lo avevano lasciato solo (lui spirito anarchico eletto con la destra), pure quando riuscirono a mandarlo in galera.
Mi disse come aveva fatto “E li chiamarono briganti”, con quattro soldi, incluso i suoi. «Hai visto tutte quelle scene a cavallo? Hai notato che i cavalli, nel film, sono sempre diversi? Sai cosa costa, al giorno, nel cinema, una cavalcatura? Così, io li noleggiavo al macello, a 50mila lire. Ma il giorno dopo, erano già sui banchi del macellaio. Insomma: cambiavano sempre…».
«Ma perché hai venduto i diritti del film alla Rai?», chiesi. Mi spiegò che si era messo nei guai, economicamente, per portare a termine l’opera. Che vide boicottata, perché trasmessa in pochissime sale, per un paio di giorni, se ricordo bene. Quindi, escludendo la possibilità di recupero delle spese. E, a quel punto, non ebbe scelta. La Rai acquistò il film per nasconderlo, di fatto.
Chi si occupa di questi temi sa che ci scambiavamo le copie pirata; lo vedevamo al computer, da soli, o in salette carbonare… È stato fatto un gran torto a tutti noi, agli italiani, a un grande autore dal carattere duro, difficile, controverso, che spiazzava per le scelte a volte estreme, ma sempre passionali, forti. Capace, me lo ricordo, di intervenire in una trasmissione radio, telefonando non atteso e non invitato, e ribaltare il conduttore che su come fu unificata l’Italia non la stava dicendo giusta. Non ricordo se era lo stesso con il quale avevo discusso, su Terroni, con uso di spigoli, diciamo. Neanche il tempo di riattaccare il telefono e mi arrivò la chiamata di approvazione di Pasquale.
Era un combattente. Qualche volta mi pareva esagerasse. Combinai un incontro con lui e Nicola Bove, presidente della proloco di Casalduni: voleva invitarlo per la commemorazione dell’eccidio, con proiezione del film. E gli disse che ci sarebbe stato, fra i tanti relatori, anche un piemontese (no, non Del Boca), ottima persona, onesto intellettuale. Appena sentì “piemontese”, Pasquale cominciò a trattare il buon Nicola e il suo accompagnatore a pezza da piedi. Era (al solito) al bar Rosati.
«Ah, Pi’», mi chiamò mortificatissimo Nicola, «ci ha fatto fare ‘na figura… Una mortificazione!». «Pasquale, ma che ti ha fatto Nicola? È la persona più mite del mondo!». «I piemontesi, Pino. Ti rendi conto? Mi voleva mettere con i miei nemici!». Tentai, stupidamente, di obiettare che non ha senso generalizzare. Alzò subito la voce: «Ooohh! Non ti permettere: sono i miei nemici. I nostri nemici!». Capii che non era il caso di dire: e Lorenzo Del Boca, allora? E Piero Gobetti? E… lasciai perdere, perché non è vigliaccheria, è capire quando la battaglia è inutile.
Pasquale era così. Prendere o lasciare. Un lupo solitario che vinceva e perdeva le sue battaglie contro tutto e tutti, fottendosene delle forme, delle mode, delle convenienze. Ma capace di mettersi nei guai, per raggiungere il risultato, per via diretta o scorciatoia. Uno tosto. Uno vero. Uno difficile con cui aver a che fare. Ma meno male; perché solo uno così poteva fare “E li chiamarono briganti”, l’equivalente, nel cinema, di “Brigante se more”, di Eugenio Bennato, nella musica.
Quando si progetterà il nostro Olimpo, accanto ai Giacinto De Sivo, i Francesco Proto, i Carlo Alianello, gli Antonio Gramsci, i Nicola Zitara, gli Angelo Manna, i Silvio Vitale, i Michele Topa, i Pietro Golia, i Tommaso Pedio e i tanti, tanti altri, Pasquale Squitieri ci sarà. Magari in disparte e di cattivo umore, perché non gli piaceva intrupparsi. Ma ci sarà, mentre Lina Sastri urla e piange il monologo “briganti o emigranti” che chiude il suo film e racconta la nostra storia taciuta da questo secolo e mezzo.


05
Feb 17

Eugenio Bennato ad AvaNposto Numero Zero

Entra nel vivo la stagione dell’AvaNposto Numero Zero, il nuovo spazio culturale nel centro storico di Napoli, fondato e diretto da Egidio Carbone. In scena Versi proibiti, tratto dall’antologia L’inferno della poesia napoletana con Fabio Balsamo (The Jackal), Nevrotika vol. 1-2-3 di e con Fabiana Fazio, Eugenio Bennato e Amleto De Silva. Lunedì 27 febbraio, proiezione del documentario Sulla Via dei Mille con Mio Padre del regista e sociologo visuale Marco Rossano, che inaugura le proiezione della terza edizione del premio cinematografico Fausto Rossano Per il Pieno Diritto alla Salute.

 

È un cartellone caratterizzato da grandi collaborazioni e anteprime quello proposto dall’AvaNposto Numero Zero, che nelle sue prime settimane di programmazione, propone lavori di approfondimento sul tema del rapporto fra individuo e società che vanno a toccare alcuni dei nervi più sensibili e scoperti di questa relazione.

 

Si comincia venerdì 10 febbraio (repliche l’11 e il 12) con Versi proibiti, interpretato da Fabio Balsamo (The Jackal), con Francesco Saverio Esposito, Carlo LiccardoSerena PisaLuigi Castiello e Antonio Zuozo. Una pièce che porta in scena con prosa, poesia e canzoni una collezione di capolavori nascosti, scritti dal ‘500 ad oggi, fra i cui autori spiccano i nomi di Eduardo De Filippo, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, ma che comprende anche brani realizzati da religiosi rimasti anonimi, raccolti da Angelo Manna nell’antologia L’Inferno della poesia napoletana, con intermezzi dialogati di Maurizio Capuano. La regia è di Giovanni Merano. Una rappresentazione che tocca nel vivo l’ipocrisia e il falso perbenismo, attraverso la carnalità più estrema, la sessualità, l’esaltazione del corpo e delle sue necessità. Un modo per sovvertire la scala dei valori e portare all’attezione del pubblico i veri scandali che non sono gli atti naturali, ma i tagli alla Cultura, alla Sanità, i piani di sviluppo meramente economici che ci abituano a desiderare solo cose spendibili. Lo spettacolo procede per quadri, animati da personaggi con la duplice funzione di rappresentare delle condizioni umane, il contadino rozzo, l’aristocratico, la prostituta interpretando, come se le avessero vissute, storie che non appartengono alla loro biografia. Una lotta tra ipocrisia e autentico naturalismo, per riscoprire il senso delle parole lirismo e oscenità esaltando con tante risate, anche amare, l’eros e gli eccessi della gola. Divertimento e riflessione per opere scritte per protesta. Nel tempo le tematiche non sono cambiate; sesso, società, corruzione, religione, i dubbi della vita clericale, perché la vera oscenità, è cancellare una vita fatta di rispetto e ricca di contenuti, o la cittadinanza attenta e scrupolosa, per la quale non sembra valga mai la pena impegnarsi. Come sosteneva il comico statunitense Lenny Bruce: «È la repressione di una parola quella che le dà la violenza, forza, malvagità. Di conseguenza tutto potrebbe essere osceno nella misura in cui lo reprimiamo, più reprimiamo e più è osceno».

 

Si prosegue, sabato 18 febbraio (replica domenica, 19 febbraio) con Nevrotika vol. 1-2-3 scritto, diretto e intepretato da Fabiana Fazio che si esibisce sul palcoscenico con Valeria Frallicciardi e Giulia Musciacco. Aiutante alla regia Angela Carrano. Liberamente ispirato agli scritti dello psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato statunitense Paul Watzlawick (Istruzioni per rendersi infelici), il quale propone una serie di esercizi che rendono impossibile ogni gesto della nostra vita e dello psicologo e antropologo cileno Claudio Naranjo (Carattere e Nevrosi), lo spettacolo riflette sulle conseguenze che una società sempre più malata può avere sugli individui e scava in profondità, focalizzandosi su singole problematiche, come ipocondria, paura, insicurezza, amore in maniera dissacratoria, divertente e autoironica per dimostrare l’assuto che, siamo noi stessi a costruirci le nostre prigioni. Un progetto nato dalla voglia di lavorare insieme che, partendo da uno studio personale e da letture di approfondimento, ha dato vita a dei testi, in particolare i monologhi, pensati per le attrici in scena. Pur procedendo all’analisi di singoli casi, l’opera sviluppa il rapporto fra soggetto e società. La nevrosi è, infatti, un sintomo dell’inconciliabilità dell’individuo con il mondo esterno. La pressione e i messaggi esterni, possono renderci ancora più insicuri, alimentando il processo di allontanamento dai nostri reali bisogni. Lo spettacolo lancia una provocazione che fino ad ora ha suscitato nel pubblico una forte senso di identificazione: andare fino in fondo e renderci totalmente infelici, per dimostrare quanto siamo noi stessi a costruire i mostri della nostra mente.

 

Venerdì 24 febbraio, sotto le volte a botte del locale, Eugenio Bennato si esibirà in concerto con i musicisti del suo gruppo, in una coinvolgete interpretazione del proprio repertorio in versione totalmente acustica. Un ulteriore tassello delle sua ricerca musicale che ha dato vita al movimento Taranta Power, che ripropone la riscoperta, la rivisitazione e il rinnovamento, proiettandoloa verso il futuro,  della tradizione per resistere all’appiattimento della globalizzazione e della comunicazione massificata.

 

L’AvaNposto Numero Zero ospiterà quest’anno la terza edizione del Premio Cinematografico Fausto Rossano per il Pieno Diritto alla Salute, dedicato alla memoria dell’ultimo Direttore dell’Ospedale Leonardo Bianchi di Napoli, prematuramente scomparso nel 2012. Lunedì 27 febbraio, proiezione di Sulla via dei Mille con mio padre del documentarista e sociologo visuale Marco Rossano, nei giorni a seguire, presentazione in anteprima delle opere in concorso. Il Premio è promosso e organizzato da Associazione Premio Fausto Rossano, Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), Associazione Italiana Residenze per la Salute Mentale (AIRSaM), GESCO, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e l’Assessorato alla Scuola e all’Istruzione del Comune di Napoli. Partner del concorso sono il Festival S/paesati di Trieste, la Rete del Caffè Sospeso, il Festival Lo Spiraglio di Roma, il Premio Solé Tura di Barcellona, la Fondazione Pascual Maragall di Barcellona, l’Associazione Centro Studi Antonio D’Errico, l’Università di Barcellona, la rassegna su cinema e migrazione S-cambiamo il Mondo.

 

Venerdì 3 marzo sarà di scena Amleto da Silva con il suo Amlo legge i dieci peggio, spettacolo promosso dall’Associazione GUAPANAPOLI.

 

Infine, ogni martedì a partire dal 14 marzo, fino a giugno, si inauguerà il laboratorio di formazione teatrale, a cura di Egidio Carbone, fautore e promotore della teoria dell’Attore Costitutivo.

 

PROGRAMMA FEBBRAIO-MARZO – AvaNposto Numero Zero

VERSI PROIBITI. UNA LOTTA. TRA IPOCRISIA E AUTENTICO NATURALISMO. Adattamento teatrale de L’inferno della poesia napoletana e intermezzi dialogati di Maurizio Capuano. Con Fabio Balsamo, Francesco Saverio Esposito, Carlo Liccardo e Serena Pisa. Musiche, Luigi Castiello, Antonio Zuozo. Regia Giovanni Merano.

Venerdì 10 e sabato 11 febbraio 2017, ore 21.00

Domenica 12 febbraio 2017, ore 18.00

 

NEVROTIKA. Scritto e diretto da Fabiana Fazio, con Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi, Giulia Musciacco. Aiuto regia, Angela Carrano

Sabato 18 febbraio 2017, ore 21.00

Domenica 19 febbraio 2017, ore 18.00

 

EUGENIO BENNATO in concerto acustico con il suo gruppo

Venerdì 24 febbraio 2017, ore 21.00

 

PREMIO FAUSTO ROSSANO PER IL PIENO DIRITTO ALLA SALUTE. Premio dedicato alla memoria dell’ultimo Direttore dell’Ospedale Leonardo Bianchi di Napoli.

Lunedì 27 febbraio 2017, ore 20.00 proiezione del documentario ‘Sulla via dei Milla con mio padre’ di Marco Rossano. Ingresso libero.

Nei giorni a seguire, proiezione delle opere in concorso. Ingresso libero

 

AMLO legge I DIECI PEGGIO. Uno spettacolo di e con Amleto De Silva. Evento promosso dall’Associazione GUAPANAPOLI.

Venerdì 3 marzo 2017, ore 21.00. Contributo associativo 10€. Contributo soci GUAPANAPOLI 5€

 

LABORATORIO DI FORMAZIONE TEATRALE A CURA DI EGIDIO CARBONE

Periodo marzo-giugno, per un totale di 48 ore di attività

Ogni martedì, ore 19.00-22.00. Quota di iscrizione 50€

 

Contributo associativo AvaNposto Numero Zero 10€. Ingresso riservato ai soci. Il botteghino è aperto tutti i giorni dalle 18.00 alle 20.00, prima dello spettacolo o, previo contatto, in altri giorni e orari.

 

Botteghino: cell. 3661149276; e-mail. avanpostonumerozero@outlook.it, web. www.facebook.com/APNumeroZero;

VIA SEDILE DI PORTO, 55 – 80134 NAPOLI (Via Mezzocannone)


02
Feb 17

I libri non si vietano per pregiudizio, si leggono. Così ricordo “Controcorrente”…

Io ancora me la ricordo la prima volta che ho letto quel nome. Si, ancora me lo ricordo, quel pomeriggio d’autunno assolato di oltre venti anni fa. Faceva capolino da una vetrina, semioscura, in una via nascosta, più nascosta di quella principale, di quella grande che porta a Piazza del Plebiscito.

Io me la ricordo ancora, come se fosse ieri, quella copertina, non patinata, coi disegni fatti a mano di uomini barbuti e donne col cappello. Così diverse dalle copertine della Mondadori o di Feltrinelli. Graficamente discutibili, ma tanto colorate, che l’adolescente come me, che veniva dalla provincia, sentiva più vicine perché “meno importanti”.

Me lo ricordo ancora, quel luogo e tutti i quei libri con la scritta sopra : “Controcorrente”, che per l’adolescente “di campagna” che inizia a scoprire la città è un supporto alla naturale contestazione, all’uscita dalla famiglia, alla oleografica (e se volete) abusata e retorica fuga dagli idòla domestici, dal focolare sacro con le leggi imposte, con i numi tutelari già scelti, messi lì, da rispettare.

Così, a 14 anni, il sabato pomeriggio, quando potevo rientrare più tardi a casa, nei Campi Flegrei, quando i compiti potevo farli alla domenica, su, da Montesanto, con la scusa di voler raggiungere il belvedere del Plebiscito (ancora non liberato dalle auto, ancora mezzo parcheggio dal sapore tardo sovietico), poi giù, lungo via Toledo, ed ancora più giù verso un luogo che per me aveva il senso del proibito (molto più del cinema Roxy che trasmetteva film per adulti), verso un posto che era l’antitesi del luogo comune, verso quelle copertine e quegli slogan senza una via di mezzo, senza alcuna diplomazia, scorretti, controcorrente.

La prima volta che avevo sentito parlare di Sud e boicottaggio era stato durante gli anni di Maradona, quando il Milan vinse lo scudetto all’ultima giornata o quando al Napoli (che pure vinceva tanto) le squadre del Nord (“con l’aiuto del Palazzo”) glielo mettevano a quel posto. E allora mio nonno mi diceva “dobbiamo boicottare la Fiàt”(con l’accento sulla “a”) oppure “non dobbiamo guardare più Canale 5”. Però a pranzo era sempre lì tra Mike Bongiorno e Corrado.

E allora non riuscivo ancora a comprendere quella che più tardi sarebbe stata la metafora zitariana del Galbanino che ruota sulla scarpata al di sotto della Salerno-Reggio Calabria.

Il Sud, per me, era solo l’inferno di Bocca, era solo l’assistenzialismo della Cassa del Mezzogiorno, la disoccupazione, gli scioperi, la camorra pervasiva. Fino a quando non ho aperto la porta di quel luogo silenzioso. Senza salutare.

Io il titolo non me lo ricordo, c’erano uomini barbuti e donne con cappelli stravaganti. Fu il punto di non ritorno. Se a uno che tra pellirossa e cowboy ha scelto sempre i primi, se a un adolescente che inizia a mettere in discussione “il padre, la famiglia, gli amici, la buona educazione”, gli andate a dire che poco meno di un secolo prima, giù al Sud, un esercito di poveri Cristi fronteggiava truppe regolari, per difendere l’aspirazione alla propria libertà, iniziate a seminare i primi germogli di contestazione, pronti a mettere in discussione, (si se volete anche in maniera poco saggia, ma non esistono adolescenti saggi, per fortuna) quanto viene imposto senza alcuna critica o discussione.

Io quei libri non li ho mai comprati, perché mia madre mi “mandava a Napoli” solo con 2 o 3 mila lire. Ché sennò avrei rischiato di perderli o farmeli rubare. Ma li leggevo a dieci pagine alla volta, di nascosto, ogni sabato pomeriggio. E poi li risistemavo sull’espositore, per non sembrare maleducato col signore che stava lì dentro.

Finchè, un giorno, un amico, che veniva con me dal natìo borgo selvaggio e che volevo introdurre a quel “mistero”, dopo essere entrato mi disse “uagliò ma c’amma fa ccà?! Ma questi sono libri fascisti!”. “Embè?” – risposi io – “Sono libri, mica olio di ricino!”.

Io avevo il terrore dell’olio di ricino perché mia nonna mi raccontava sempre (raccomandandomi di non dirlo a nessuno) che pure a mio nonno, il padre di mia madre, una volta gliel’avevano dato ed era stato tanto male. E mio padre mi diceva sempre che per colpa del fascismo mio nonno aveva perso il lavoro di operaio ai cantieri navali di Castellammare. Perché “non si era voluto fare la tessera”.

Ecco a me il fatto che potessi “violare” quel cazzo di fascismo, leggendolo, mi faceva sentire sicuro e libero. Perché in fondo i miei nonni, per quel fottuto olio di ricino, quei libri, anzi, qualsiasi libro avessero voluto, non avrebbero avuto possibilità di leggerlo alla mia età, in totale libertà.

Quei libri li ho continuati a leggere, di nascosto, fino a quando la mia prima fidanzata non ha preteso più attenzioni delle pagine bianco sporco.

E a 15 anni, proprio perché gli ormoni e la fiducia incrollabile verso una esistenza proiettata all’eternità, annebbiano le idee, la coscienza e la saggezza, finisci per accettare il compromesso dei primi baci rubati nella penombra dell’ultima fila di un cinema del centro.

Io non lo so se quei libri che raccontavano di briganti e brigantesse, di re codardi e uomini pronti a morire per la libertà. fossero fascisti oppure no. So che insieme a tanti, tantissimi altri libri di cui mi sono nutrito insieme alle istruzioni del primo videoregistratore VHS, mi hanno insegnato ad essere libero e a non appiccicare etichette addosso ad alcun individuo. Perché ogni uomo è emancipato proprio quando è scevro da qualsiasi condizionamento e riesce a rendere liberi gli altri non imponendo sovrastrutture. Se Prometeo si fosse preoccupato di poter morire carbonizzato, non avrebbe portato il fuoco al genere umano.

Ieri ho scoperto che quel signore, coi capelli molto più grigi, che ogni tanto era lì, in quella libreria così diversa da Feltrinelli e Mondadori, è morto. Era il fondatore di “Controcorrente”.

E mi è venuto in mente, John Donne:

“Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Se non avessi letto Hemingway, non avrei conosciuto John Donne. Se non avessi letto i libri di Pietro Golia, sarei stato meno libero di oggi (per la cronaca non ho mai votato alcun partito di destra). Perché oltre le etichette, ogni pagina parla del genere umano. Proibirli o bruciarli, diminuisce, come la morte, l’umanità. E il pregiudizio distrugge ogni memoria.

01
Feb 17

Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018: i video che celebrano l’evento

Il Mediterraneo nuovamente al centro, e Palermo capitale italiana della cultura 2018. Capitale meticcia, punto di incontro tra Oriente e Occidente.

Ecco due video del MIBACT che celebrano l’evento.


24
Gen 17

Al Sud meno treni che in Lombardia (e pure più vecchi e lenti)

Il rapporto di Legambiente “Pendolaria 2016” certifica una tendenza vecchia: pochi treni e pure vecchi al Sud. Ogni giorno circolano in tutto il Mezzogiorno meno treni che nella sola regione lombarda.

Ogni giorno in Italia quasi 5,5 milioni di persone prendono il treno per spostarsi per ragioni di lavoro o di studio, un numero solo leggermente superiore al 2015 (+0,2%), quando i pendolari del treno erano 5,43 milioni (e 5,1 nel 2014). A crescere in maniera evidente sono, invece, le diseguaglianze tra le Regioni rispetto al numero di viaggiatori e alle condizioni del servizio offerto. È questo il dato saliente del rapporto Pendolaria 2016 di Legambiente, presentato oggi a Palermo.

Sui 5,5 milioni di pendolari, sono 2milioni e 832mila quelli che usufruiscono del servizio ferroviario regionale (divisi tra 1,37 milioni che utilizzano i convogli di Trenitalia e gli altri 20 concessionari) e 2milioni e 655mila quelli che prendono le metropolitane presenti a Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania. Nel 2016 il numero dei pendolari del treno è aumentato di poco: +0,7% rispetto al 2015 per il trasporto ferroviario e +0,6% per quello metropolitano.

La crescita dei pendolari è però un dato con differenze macroscopiche, perché aumenta dove il servizio non è stato tagliato e dove sono stati realizzati investimenti nell’acquisto di nuovi treni, come in Lombardia dove sono arrivati a 712mila (con un +1,3%), in Emilia-Romagna (+3%) e in Alto Adige (dove sulle linee riqualificate con treni nuovi sono triplicati, da 11.000 nel 2011 a quasi 32.000). Mentre continua a calare in Regioni dove dal 2010 a oggi sono stati realizzati solo tagli ai servizi (in Calabria -26,4% treni in circolazione e -31% passeggeri, in Campania -15,1% treni e -40,3% passeggeri, in Piemonte –8,4% e -9,5%) e nelle città dove il servizio è scadente, con sempre meno treni e sempre più vecchi come a Napoli sulla Circumvesuviana (le corse sono state ridotte del 30% dal 2010)

In questi anni si è inoltre assistito alla chiusura di oltre 1.120 chilometri di linee ferroviarie, cui vanno aggiunti 412 km di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, come per la Trapani-Palermo, la Gemona-Sacile, la Priverno-Terracina, la Bosco Redole-Benevento e la Marzi-Soveria Mannelli in Calabria. Per fare qualche esempio, in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: da qualche mese sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. In tutto sono 1.532 km di linee ferroviarie su cui non esiste attualmente alcun servizio passeggeri.

 

È un Italia che viaggia sempre di più a velocità differenti, quella che viene fuori dal rapporto che, dal 2008, presenta la fotografia della situazione del trasporto ferroviario in Italia e ne racconta i cambiamenti. Sono proprio le differenze e diseguaglianze tra le diverse aree del Paese, ad essere al centro del focus quest’anno. Con realtà dove la situazione è migliorata ed altre, più numerose, in cui ci sono meno treni e anche più lenti che in passato, per via dei tagli ai treni Intercity e a lunga percorrenza e a quelli regionali (tagliati rispettivamente del22,4% e del 6,5% rispetto al 2010. Continuano intanto i successi dell’alta velocità, con un servizio sempre più in crescita e articolato (dal 2007 +394% sulla Roma-Milano) e un numero crescente di passeggeri (+6% nel 2016, dopo il +7 del 2014 e 2015). Ma risultati positivi li troviamo in altre realtà dove si è puntato sul ferro: dal Tram Firenze-Scandicci (30mila passeggeri giorno) a quelli nuovi di Palermo, alle linee dove si è investito in Alto Adige, alla linea Palermo-Catania, ad alcune linee pugliesi. E in ogni parte d’Italia, dove si investe nel ferro il successo è garantito come dimostrano 30 buone pratiche raccontate nel Rapporto.

Il sud è la seconda emergenza del trasporto ferroviario in Italia.

Alcuni numeri raccontano meglio di tante parole come la questione meridionale esista eccome in Italia nel 2016. Al Sud circolano meno treni. L’attuale livello di servizio nelle Regioni del Sud è imparagonabile per quantità a quello del Nord. Ogni giorno in tutto il Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia. Per fare un esempio, ogni giorno le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.300 della Lombardia, una differenza di 5,3 volte, ma a livello di popolazione la Lombardia conta “solo” il doppio degli abitanti siciliani (10 e 5 milioni). Per la sola Trenitalia il numero di corse giornaliere nelle regioni del Sud e’ passato da 1.634 nel 2009 a 1.276 nel 2016, una diminuzione del 21,9%. Senza considerare che l’Alta Velocità si ferma a Salerno e, malgrado la continuazione di alcune Frecce verso Reggio Calabria, Taranto o Lecce il Roma Ostiense-Viterbo 65.000 Milano-Gallarate 30.000 Napoli-Sorrento (Circumvesuviana) 55.000 Napoli-Sarno (Circumvesuviana) 30.000 Rho-Milano-Como-Chiasso 48.000 Genova Voltri-Genova Nervi 25.000 Roma Termini-Frosinone 45.000 Pisa-Firenze 22.000 Roma Termini-Castelli Romani (FL4) 42.000 Bologna-Porretta Terme 19.000 Roma Termini-Nettuno 40.000 Milano-Mortara 17.000 Roma Termini-Civitavecchia 40.000 Bologna-Ferrara 16.500 Milano-Novara-Vercelli 38.000 Domodossola-AronaMilano 15.000 Napoli-Torregaveta (Circumflegrea e Cumana) 37.000 Bologna-Poggio Rusco 10.000 14 numero in rapporto a quelli che circolano al Centro-Nord di questi treni è insignificante.

Il problema più rilevante è che il dibattito politico continua ad avere come unica prospettiva quella delle grandi opere (il Ponte di Messina, la Napoli-Bari, l’alta velocità Palermo-Catania) mentre è il gap di collegamenti regionali, la riduzione dei treni e la lentezza dei convogli lungo le principali direttrici il dramma che vive ogni giorno che vive nel Mezzogiorno.

Al Sud i treni sono più vecchi. Non è solo la quantità dei treni ad essere incredibilmente squilibrata, ma è anche la qualità del servizio a non avere confronti. L’età media dei convogli al Sud è nettamente più alta con 20,3 anni, praticamente invariata rispetto ai 20,4 dello scorso anno, rispetto ai 14,7 del Nord (ed in calo, era 16,6 nel 2015) ma anche alla media nazionale di 17,2. Si trovano poi casi come quelli di Basilicata (23,3), Sicilia (23,2) e Calabria (22,1) dove la media è ben più alta con punte di treni che sono davvero troppo “anziani” per circolare.

Al Sud i treni sono più lenti, sia per problemi di infrastruttura sia perché, come visto, circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità. Muoversi da una città all’altra, su percorsi sia brevi che lunghi, può portare a viaggi di ore e a dover scontare numerosi cambi obbligati anche solo per poche decine di chilometri di tragitto, mentre le coincidenze e i collegamenti intermodali rimangono un sogno. Alcuni esempi? Tra Cosenza e Crotone e’ stato tolto anche l’unico collegamento diretto esistente e serve quindi almeno un cambio e 3 ore di tragitto per soli 115 km di distanza. Si assiste poi ad una condizione tragica del tragitto tra Ragusa e Palermo dove ormai solo 3 collegamenti al giorno effettuano il percorso tutti con un cambio impiegando almeno 4 ore per arrivare a destinazione, sicuramente una situazione in miglioramento ma che rimane emblematica della condizione del trasporto ferroviario in questa regione. Gli altri esempi rimangono comunque drammatici: ancora in Basilicata per muoversi tra i due capoluoghi di Provincia, Potenza e Matera, con Trenitalia non è più previsto alcun collegamento (nemmeno con cambi) se non con autobus. Altro caso e’quello tra due capoluoghi pugliesi, Taranto e Lecce dove almeno e’ stato introdotto un Intercity Notte che transita in orari di pendolarismo solo la mattina.

[…]

Quello che serve al Sud non sono grandi opere, ma progetti che permettano di ridurre i tempi di percorrenza lungo le linee esistenti. E’ quanto si è cominciato a fare tra Palermo e Catania, dopo l’interruzione dell’autostrada, e ha dimostrato di funzionare. Ora questi obiettivi vanno estesi su tutte le linee principali, attraverso fondi europei, statali e regionali. Come è evidente dalla tabella successiva i vantaggi su tutte le linee segnalate sarebbero notevoli attraverso nuovo materiale rotabile, e velocizzazioni realizzabili con costi contenuti. Perché un errore che si continua a compiere nel dibattito pubblico è di pensare che l’obiettivo fondamentale al Sud sia di velocizzare i collegamenti con il Nord Italia. Tema vero, ma che riguarda solo una parte dei collegamenti e che va letto dentro una mobilità oggi sempre più articolata (basti considerare gli spostamenti in aereo e navi cresciuti fortemente negli anni), e che soprattutto ha portato a risposte sempre costose e con tempi lunghissimi. Servono investimenti attenti a migliorare l’offerta tra i centri capoluogo (treni nuovi e più veloci) nell’attesa che si realizzino gli investimenti capaci di ridurre il gap con il resto d’Italia che soffrono Regioni come la Sicilia (dove l’89% dei 1.430 km della rete ferroviaria è a binario unico e quasi la metà della stessa rete non è elettrificata). Il secondo errore sta nell’idea diffusa che al Sud il treno rimarrà sempre marginale. Una tesi senza senso, smentita dai dati e dagli esempi in questo rapporto, che serve a giustificare politiche nazionali e regionali inadeguate.

Nel Mezzogiorno questi interventi sono quanto mai urgenti perché, occorre dirlo con chiarezza, con le attuali politiche nulla cambierà. Continueranno ad esserci sempre molti meno treni che al Nord, sempre più lenti e nel frattempo invecchiati ancora. Perché non esiste alcun piano per migliorare i collegamenti ferroviari tra le Regioni attraverso un coordinamento dei treni locali e un potenziamento di 32 Intercity e Frecce. In questi mesi l’arrivo di alcune Frecce a Taranto, Lecce o Reggio Calabria è stato salutato come un grande successo, frutto di trattative e risorse aggiuntive, quando 15 anni fa erano molti di più gli Eurostar in circolazione. Si può aspettare fino al 2035, quando forse saranno state realizzate l’alta velocità tra Napoli e Bari e quella tra Palermo e Catania (che al momento sono le sole opere prioritarie al Sud) per vedere qualche cambiamento? Noi pensiamo di no e per questo proponiamo di intervenire subito su alcune linee prioritarie nei collegamenti tra i capoluoghi con interventi di velocizzazione dei percorsi e acquisto di nuovi treni, per rendere più confortevole il viaggio e ampliare l’offerta ( PENDOLARIA 2016).

Oggi progetti fondamentali di rilancio della mobilità sostenibile nelle città, non sono finanziati e nel Mezzogiorno non esiste alcun progetto di miglioramento del servizio tra le città attraverso progetti di adeguamento delle linee e acquisto di treni.

Tali dati devono far riflettere, soprattutto quando in situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo al Centro Sud, l’utilizzo della linea ferroviaria avrebbe evitato di paralizzare completamente alcune aree del Paese che invece vengono lasciate al completo e totale abbandono. Con tutti i problemi annessi anche alla sicurezza (passaggi a livello incustoditi e senza sbarre funzionanti).


15
Gen 17

A Forlì una paranza di savianisti?

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Come ripeto sempre, il problema non è Roberto Saviano, ma il savianesimo militante.

Se un docente obbligasse mio figlio a comprare un libro di Volo o Moccia a 16€, mi incazzerei e probabilmente mi incazzerei pure se mi obbligasse a comprarne uno di Saviano (che tra l’altro,posseggo). Ciò che non mi va giù è l’idea di coercizione alla spesa (16€ quando in formato,elettronico si trovano anche a meno, tra le altre cose) perché altrimenti l’evento (pubblico ed organizzato dalla scuola) evidentemente non può avvenire.

Leggete:

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Fosse un evento organizzato da un ente privato, da un club di savianisti, da una libreria, potrei pure capirlo perché si tratterebbe di assicurare un ritorno economico, ma perché tale obbligo anche per degli studenti?

Formiamo paranze di savianisti?

La segnalazione comunque è di Ciro Corona di R-esistenza Anticamorra, come potete leggere nella prima immagine.


15
Gen 17

A Napoli si cammina più che a Roma e Milano

Molto interessante questo grafico che mette a confronto le maggiori metropoli europee in materia di mobilità urbana.

A Napoli, per gli spostamenti, si usa la bicicletta più che a Roma e Madrid (certo la percentuale è bassa rispetto a metropoli come Berlino) e, soprattutto, si cammina molto più che a Roma e Milano.

La scarsa diffusione del mezzo pubblico, invece, spinge all’uso dell’auto.

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10
Gen 17

A.A.A. coltivatore per la vigna della Reggia di Caserta cercasi

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La Direzione della Reggia Di Caserta ha deciso di concedere in gestione un’area di circa 2 ettari ubicata all’interno del Bosco di San Silvestro per ripristinare la coltivazione dell’antica vigna borbonica omonima facente parte dell’antico complesso vanvitelliano.

A tale scopo sul sito della Reggia di Caserta è stato pubblicato un avviso per raccogliere le manifestazioni di interesse da parte di operatori economici.

Il canone di concessione sarà fissato in sede di procedura concorsuale ma è orientativamente stimabile in duemila euro mensili, da corrispondere a partire dal terzo anno della concessione oltre alle royalties sulla vendita del prodotto.

Una vicenda che certamente andrà monitorata e seguita per valutare, in eventuale sede di assegnazione, l’operato del “prescelto” e quanto, in termini fattuali, seguirà all’assegnazione.

Per ora i requisiti per effettuare la richiesta sonoquelli generali di idoneità morale, capacità tecnico-professionale ed economico-finanziaria previsti dall’art. 80 del D. Lgs. 50/2016 del Codice dei Contratti.

Il servizio ha per oggetto la gestione dell’area all’interno del Bosco di San Silvestro per ricreare l’antica vigna borbonica con la piantumazione dei vitigni originari e la successiva produzione vinicola. L’attività dell’impianto potrà comprendere le seguenti funzioni: 1) Impianto della vigna secondo le indicazioni storiche disponibili; 2) Lavorazione della vigna secondo le necessità agronomiche stagionali;  Raccolta delle uve e conferimento in cantina dell’azienda per la produzione del vino; 3) Piano di marketing per la Commercializzazione del prodotto con marchio esclusivo dedicato alla Reggia. E’ inclusa la possibilità di utilizzo del marchio ufficiale della Reggia di Caserta.

Una iniziativa che,  se “fatta bene”, costituisce comunque un potenziale valore aggiunto per la valorizzazione di un sito che accresce di anno in anno il numero dei propri visitatori.

Cliccate qui per poter visionare il bando completo


06
Gen 17

Durissima lettera di De Magistris a Saviano

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Dal proprio profilo Facebook, il sindaco di Napoli risponde a Roberto Saviano che accusava la città di Napoli di immobilismo e mancato cambiamento.

La sensazione è che ormai lo scrittore inizi a perdere credibilità proprio perchè racconti una città de relato, non vivendola e macinando guadagni proprio su quella narrazione, con i savianisti sovente (basta guardare i commenti ai propri post) inclini ad un forte pregudizio (o razzismo) antinapoletano.

Ecco la lettera del sindaco:

Caro Saviano, mi occupo di mafie, criminalità organizzata e corruzione da circa 25 anni, inizialmente come pubblico ministero in prima linea, oggi da sindaco di Napoli. Ed ho pagato prezzi alti, altissimi. Non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco. Caro Saviano, ogni volta che a Napoli succede un fatto di cronaca nera, più o meno grave, arriva, come un orologio, il tuo verbo, il tuo pensiero, la tua invettiva: a Napoli nulla cambia, sempre inferno e nulla più. Sembra quasi che tu non aspetti altro che il fatto di cronaca nera per godere delle tue verità. Più si spara, più cresce la tua impresa. Opinioni legittime, ma non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra.

Se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari. Ed allora, caro Saviano, mi chiedo: premesso che a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il Sistema, come fai a non sapere, a non renderti conto di quanto sia cambiata Napoli. Ce lo dicono in tantissimi. Tutti riconoscono quanto stia cambiando la Città. Napoli ricca di umanità, di vitalità, di cultura, di turisti come mai nella sua storia, di commercio, di creatività, di movimenti giovanili, di processi di liberazione quotidiani. Prima città in Italia per crescita culturale e turistica. Napoli che ha rotto il rapporto tra mafia e politica. Napoli dei beni comuni. Napoli del riscatto morale con i fatti. Napoli autonoma. Napoli che rompe il sistema di rifiuti ed ecomafie. E potrei continuare. Caro Saviano, come fai a non sapere, come fai a non conoscere tutto questo. Allora Saviano non sa i fatti, non conosce Napoli e i napoletani, allora Saviano è ignorante, nel senso che ignora i fatti, letteralmente: mancata conoscenza dei fatti. Non credo a questo.

Sei stato da tanto tempo stimolato ad informarti, a conoscere, ad apprendere, a venire a Napoli. Saviano non puoi non sapere. Non è credibile che tu non abbia avuto contezza del cambiamento. La verità è che non vuoi raccontarlo. Ed allora Saviano è in malafede ? Fa politica ? È un avversario politico ? Non ci credo, non ci voglio credere, non ne vedrei un motivo plausibile. Ed allora, caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione. Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico. Se Napoli e i napoletani cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico.

Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani ? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l’hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami. La giudichi, la detesti tanto, ma davvero non la conosci. Un intellettuale vero ed onesto conosce, apprende, studia, prima di parlare e di scrivere. Ed allora, caro Saviano, vivila una volta per tutte Napoli, non avere paura. Abbi coraggio. Mescolati nei vicoli insieme alla gente, come cantava Pino Daniele. Nella mia vita mi sono ispirato al magistrato Paolo Borsellino al quale chiesero perché fosse rimasto a Palermo, ed egli pur sapendo di essere in pericolo rispose che Palermo non gli piaceva e per questo era rimasto per cambiarla. Chi davvero – e non a chiacchiere – lotta contro mafie e corruzione viene dal Sistema fatto fuori professionalmente ed in alcuni casi anche fisicamente. Caro Saviano tu sei un caso all’incontrario.

Più racconti che la camorra è invincibile e che Napoli è senza speranza e più hai successo e acquisisci ricchezza. Caro Saviano ti devi rassegnare: Napoli è cambiata, fortissimo è l’orgoglio partenopeo. La voglia di riscatto contagia ormai quasi tutti. Caro Saviano non speculare più sulla nostra pelle. Sporcati le mani di fatica vera. Vieni qui, mischiati insieme a noi. Ai tanti napoletani che ogni giorno lottano per cambiare, che soffrono, che sono minacciati, che muoiono, che sperano, che sorridono anche. Caro Saviano, cerca il contatto umano, immergiti tra la folla immensa, trova il gusto di sorridere, saggia le emozioni profonde di questa città. Saviano pensala come vuoi, le tue idee contrarie saranno sempre legittime e le racconteremo, ma per noi non sei il depositario della verità. Ma solo una voce come altre, nulla più. E credimi, preferisco di gran lunga le opinioni dei nostri concittadini che ogni giorno mi criticano anche ma vivono e amano la nostra amata Napoli. Ciao Saviano, senza rancore, ma con infinita passione ed infinito amore per la città in cui ho scelto di vivere e lottare.


04
Gen 17

Dacia sceglie Napoli e Genny Savastano per il suo nuovo spot (video)

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Tra frizzi, lazzi, luoghi comuni (o stereotipato iperrealismo militante?), Dacia, gruppo Renault, sceglie Napoli e “Genny Savastano” per il suo nuovo spot. Si tratta pur sempre di un linguaggio pubblicitario fatto di iperboli.

A conferma che Partenope ha sempre più appeal  non solo tra i turisti ma anche come set, sia per i propri luoghi che per la musica che riesce ad esprimere con una new wave di tipico neapolitan sound, oltre quel neomelodismo che ne aveva caratterizzato ed i propri anni 90