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12
Ago 17

Tutto a posto, una medaglia e una stretta di mano certificano che a Napoli “è bellissmo”

Diciamo la verità, il masterpiece giornalistico della settimana agostana è stato una lettera in cui si riconosceva la non bestialità dei napoletani e la bellezza di Partenope. ‘O sole, ‘ o mar, e quant’è bella Napoli, benvenuti al Sud, ‘a pizza, ‘o mandulino, la zizzona di Battipaglia, uè uè.
 
E a dirlo è stata una ragazza trevigiana. Bene, bello. La lettera diventa virale, la pubblicano pure il corriere del Mezzogiorno, il Mattino e tutti i blog e i sitarielli presi dall’orgasmo del riconoscimento di civiltà.
 
Pure ‘o Sinnaco si è eccitato per la cosa e ha regalato le medaglia della città di Napoli alla ragazza. A quel punto l’avrei data pure al salumiere Ciro Scarciello, che forse se la meritava pure lui e a tutti gli imprenditori che denunciano il pizzo.
E l’avrei data anche a tutti i ragazzi che alle 15 dei giorni festivi si imbarcano sugli autobus da Piazza Garibaldi con i borsoni del calcetto (che pure serve per trovare lavoro) carichi di mozzarella e lacrime, costretti ad emigrare. I primi ambasciatori di Napoli nel mondo.
Intendiamoci, fin quando il feedback resta nell’alveo della espressione intima e personale va benissimo. Ma quando assume tinte istituzionali può diventare grottesco, perché finisce per dare l’impressione di voler premiare la narrazione oleografica e compiacente.
 
Una medaglia, appunto. Un po’ come se Martin Luther King avesse dato una medaglia a una ragazza dell’Alabama che avesse scritto che i “negri” non sono poi così selvaggi come sembrano. E che nelle piantagioni di cotone per qualche mese si può pure vivere bene, perché l’aria è pura e si sta a contatto con la natura.
 
Nel frattempo, a Napoli, continuiamo a pagare l’RC auto più cara d’Italia e il costo del denaro è più alto che a Treviso. Ma a chi lo denuncia da anni non viene data alcuna medaglia.
E allora, visto che pure Michael Jackson è morto,
“Caro Bob Dylan

Tu che canti in casa Reagan
Quando c’è Gromiko oppure Gorbaciov
I soldi di quattro teste nucleari, falli mandare qui for Italy

Appena puoi mandaci i danari
Perché senza danari son cazzi amari
E allora tu mandaci i danari
Anche i tuoi personali e di Diana Ross”

(agli Squallor avrei dato il Nobel, altro che una medaglia)

‘O sole, ‘o mare…

05
Ago 17

Chiude l’ennesima pagina indecente su Facebook. Serve segnalare?

 

In principio fu un post della seguitissima pagina Average Italian Guy che, nel luglio del 2013, così commentava la tragedia dell’autobus precipitato in Irpinia: Precipita autobus vicino ad Avellino. 40 morti tra cui nessun italiano.

L’indignazione fu altissima e culminò, perfino, in una interrogazione parlamentare.

La vicenda scosse tutti, sebbene, sin dall’ apertura di Facebook, pagine dal contenuto discutibile siano sempre esistite. La reazione generò una ricerca spasmodica degli autori e degli admin di quella pagina: nel giro di 48 ore furono pubblicati i loro volti e si scoprì che si trattava di 3 ragazzi siciliani i quali addussero come motivazione a quello status, “il black humor“. La pagina fu chiusa. Ha riaperto qualche tempo dopo, correggendo la “linea editoriale” e perdendo, di fatto, moltissimi follower.

Selvaggia Lucarelli da qualche anno combatte il fenomeno rendendo pan per focaccia aicyber bulli di Facebook, pubblicando chat segrete, volti, nomi e cognomi degli admin delle pagine (e di quegli utenti) che, a suo parere superino il limite, talvolta davvero sottile, tra ironia, sessismo, razzismo e stupidità. Anche il giornalista Gianluca Nicoletti risponde personalmente ai propri haters.

Le pagine che vengono aperte sulla base di pregiudizi e stereotipi anti napoletani sono quelle che suscitano sempre maggior seguito e dibattito. Per questo spuntano come funghi. Chi ne commenta i contenuti spesso non comprende che ogni post che appone in calce a foto e meme, finisce per alimentare il gioco perverso della notorietà degli autori della pagina. Come una mosca sulla carta moschicida diventa vittima, a sua volta, e “materiale” che i troll useranno come soggetto.

La domanda che spesso ci si pone, mentre si cerca il “cuggino alla Postale”, è : tutto ciò è legale? Perché Facebook non rimuove quanto viene segnalato?

Partiamo dall’ultima risposta. Ecco cosa scrive il colosso dei social al riguardo:

“Quando viene segnalato qualcosa a Facebook, lo analizziamo e rimuoviamo tutto ciò che non rispetta gli Standard della comunità di Facebook. Manterremmo la riservatezza per quanto riguarda il tuo nome e altre informazioni personali se contatteremo il responsabile.Tieni presente che la segnalazione di contenuti a Facebook non ne garantisce la rimozione. Potresti vedere un contenuto che non ti piace su Facebook, anche se rispetta le Condizioni di Facebook.”

In parole più semplici, è impossibile controllare il gran numero di segnalazioni che quotidianamente giungono al signor Zuckerberg. L’unico intervento rapido ed efficace è quello che segue all’azione dell’autorità giudiziaria (d’ufficio o a seguito di una denuncia). In quel caso, anche nel giro di poche ore, le pagine vengono chiuse insieme ai profili (fake o reali) degli amministratori e si prosegue con l’attività di indagine (che da il via al procedimento penale che può culminare con una archiviazione o un rinvio a giudizio a carico dei creatori dei post).

Da qualche giorno due pagine hanno suscitato scalpore e indignazione ne web (non le citerò per non alimentarne la diffusione e la pubblicità). Entrambe prendevano di mira, purtroppo, persone decedute. L’unico elemento in comune delle vittime, ça va sans dire, l’origine partenopea. Una è stata chiusa. L’altra, con poco più di una trentina difollower (davvero poca roba), prosegue con una condotta che senza dubbio configura (anche) fattispecie penalmente rilevanti. Entrambe le pagine sono state chiuse a seguito delle denunce e delle segnalazioni degli utenti.

L’avvocato Angelo Pisani, legale della famiglia di Ciro Esposito, la cui memoria, insieme all’immagine della madre, veniva fatta oggetto di dileggio e diffamazione proprio su una di queste  pagine, si trova suo malgrado ad essere rappresentato tra le foto del profilo. Pisani è stato tra i primi artefici della chiusura di una pagina gemella, facendosi promotore di una richiesta di risarcimento per le vittime vilipese dagli amministratori della pagina ormai cancellata.

Lo ripetiamo, non si tratta di black humor, tutt’altro, nella migliore delle ipotesi si ipotizza il reato di diffamazione.

“Chi scriveva su quella pagina, verosimilmente, si trova in America”, sostiene Pisani (comunque non in Italia o, molto più probabilmente scrive con un sistema che, prima facie, travisa la reale origine geografica, come Tor ad esempio, ndr) . Ciò quanto risulterebbe dalle prime indagini, il che lascia supporre che, d’ufficio o a seguito di una denuncia, l’Autorità Giudiziaria italiana ha cominciato a muoversi.

L’Avvocato Pisani ci fa inoltre sapere che la famiglia di Ciro è pronta a sporgere formale denuncia, contro l’autore e gli editor della pagina.

Negli ultimi anni la sensibilità e l’azione nei confronti di queste condotte che si sviluppano nell’universo social, da parte della magistratura, sono notevolmente aumentate. Nonostante Facebook, la cui latenza e torpore (meglio sarebbe dire, colpevole inerzia) finiscono per indebolire commercialmente il brand del social americano. Per questo motivo, qualche mese fa, è stata annunciata l’implementazione di una task force volta a reprimere, nel modo più rapido possibile, episodi di razzismo e bullismo.

L’impressione, tuttavia, è che senza le denunce all’autorità giudiziaria,senza l’intervento della magistratura, quelle pagine sarebbero restate al proprio posto. Ed è per questo motivo che l’Avvocato Pisani ha deciso di denunciare anche Facebook.

Il consiglio per gli utenti è di evitare ci commentare i post di tali  agina perché si finisce per fornire ulteriore materiale all’evidente idiozia. Non solo. Ponete accorgimenti maggiori alla privacy del vostro profilo, rendendo le foto visibili solo agli amici. Infine, per porre fine a fattispecie lesive della vostra dignità o riservatezza, basta recarsi in una qualsiasi stazione dei carabinieri, o della polizia, e sporgere denuncia. E’ l’unico modo per difendersi da chi, contro la noia, con l’anonimato cerca di trovare alternative all’onanismo compulsivo.

 

(da Identità Insorgenti)


01
Ago 17

Noi, quarantenni sfigati che siamo rimasti in Italia

I toni trionfalistici sui dati della disoccupazione pubblicati ieri dall’Istat, mi hanno fatto ricordare di quando il Ministro Poletti invitò i giovani a restare in Italia, cercando lavoro tra una partita di calcetto e l’altra. Aveva ragione lui : tra prof terroni emigranti e centraliniste laureate, infatti, si svuota. Nessuno gioca più a calcetto.

La prima storia è di Valentina, laureata con lode in Scienze della Comunicazione, master, stage, cocopro, cococo, coccodè, esperienza pluriennale, no perditempo, tel ore pasti, max 30 anni. Si è mossa dal natìo borgo selvaggio per cercare fortuna altrove, come tanti suoi coetanei. Raggiunta la Capitale, si dà da fare e fa pure carrriera nell’ufficio comunicazione e marketing di una piccola azienda marchigiana che opera nel settore delle calzature ed esporta in tutto il mondo. Per nove anni. Valentina ci crede eccome, poi arriva la crisi ed inizia a mordere. A Settembre l’azienda chiude e Valentina inizia a passare gran parte delle notti insonni a cercare un’alternativa che le consenta quanto meno di pagare l’affitto, in nero, della propria stanza umida sulla Tuscolana.

Il 70% degli annunci ti confondono con manager, account, inbound, outbound, benefits, senior, junior e alla fine è solo un modo un pò british per di dire che cercano un povero Cristo laureato, magari pure col master, quasi sicuramente terrone, che deve stare 4 ore a convincere la gente a cambiare il proprio operatore telefonico, energetico, assicurativo, bancario, razzi, mazzi e compagnia bella. Se poi ci riesce e manda un collega a far firmare il contratto guadagna 5 euro lordi. Che si aggiungono ai trecento lordi mensili di stipendio. Trecento euro che poi diventano duecento e rotti netti. In alternativa c’è interpretare il ruolo del rompiscatole porta a porta, offerto sempre dalle agenzie di cui sopra (spuntano come funghi), che va a vendere aspirapolvere (“con brevetto Nasa”, ve lo giuro dicono proprio così) o a proporre contratti. Per il primo mese ti danno 900 euro. Poi ti pagano a provvigioni solo se sei riuscito ad intortare il poveretto di turno a cambiare il fornitore del gas o della luce. Porta a porta o negozio negozio (come rispose un selezionatore serafico all’aspirante di turno che gli obiettò “ma al telefono mi avevate detto che non era un porta a porta altrimenti non ci sarei proprio venuto!”). Per NOVE ore, però c’è la pausa pranzo e la benzina pagata (azz!!).

Ci sono anche quelli più fortunati. Come Concetta, della provincia di Caserta. Di cui vi ho già parlato da qualche parte.

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Altri Telemaco, insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso, in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.


18
Lug 17

” Scusa Ameri, scusa Ameri ” e quel calcio al razzismo antinapoletano

Il 18 luglio di 14 anni fa, moriva Sandro Ciotti. Per quelli della mia generazione con la fissa del giornalismo sportivo, era un modello. Garbato, competente, intelligente. Non uno di quegli strilloni, accattoni di notizie e click che sporcano l’informazione delle nuove generazioni.
Quando il Napoli vinse lo scudetto, disse una delle cose più intelligenti mai pronunciate nel corso di una trasmissione sportiva. Una dichiarazione di antirazzismo meridionale che, purtroppo, rimase isolata:
“Vorremmo che tra i molti effetti che questo titolo italiano conquistato dal Napoli sicuramente determinerà, se ne verificasse uno particolarmente simpatico. E cioè che il termine terrone, che noi tutti usiamo molto colpevolmente e senza arrossire dandogli un significato sminuente, diventasse invece, così, indossasse un vestito nuovo. E significasse a partire da oggi gente innamorata della propria terra, gente capace di venire da New York per applaudire un’impresa sportiva”

Altri tempi. Altro calcio. Altra sensibilità.


11
Lug 17

Finito il clamore, la Terra dei Fuochi continua a bruciare

Quando esprimevo perplessità sull’arrivo dell’esercito nella Terra dei Fuochi per fungere da deterrente ai roghi, ricevevo commenti piccati di chi era certo la situazione sarebbe cambiata.

Non è cambiato invece nulla. I roghi continuano, eccome.

Monitorati, per quanto possibile dalla rete dei cittadini che ancora si chiedano come sia possibile, nonostante droni, esercito e telecamere.

La domanda è: chi continua a gestire il traffico di materiale speciale che viene smaltito in Campania? Perché non si riesce a smantellare la rete di addetti alla combustione di questi materiali? Le aziende della telefonata di cui all’intercettazione qui sotto (che risale al 2000), che spedivano pneumatici e gomme in Campania, hanno pagato per quello che hanno commesso?


04
Lug 17

Il Monaldi, San Procolo e la mia personalissima Frittole

Esistono giornate particolari in cui il diaframma sottile che divide categorie e dimensioni geografiche distanti tra di loro, sembra frantumarsi in un unico istante, in un solo posto.

Succede che per una serie di circostanze inaspettate vadano completamente fuori uso il navigatore dell’automobile ed il cellulare, così da trovarmi, irrimediabilmente, senza alcun punto di riferimento e senza alcuna meta precisa. O meglio la meta io ce l’avevo ma ero fuori strada di circa 50 km. Nell’entroterra marchigiano.

Vi confesso che stavo per mettermi a piangere quando all’improvviso un cartello, che per qualsiasi puteolano che si rispetti rappresenta un obbligo morale: chiesa di San Procolo. Una pia illusione, seguita, senza ulteriori interrogativi, per devozione. Ho sempre creduto, infatti,  che Procolo  fosse un santo legato alla tradizione esclusiva dei Campi Flegrei.

Mi sbagliavo. E l’ho imparato soltanto seguendo quella strada sterrata che mi ha condotto in una frazione di un paese sconosciuto e remoto, tale Monte Vidon Combatte, un nome più vicino all’epopea del Signore degli Anelli che ad una località geografica vera e propria.

Fino alla frazione di San Procolo, una manciata di case sparse nella campagna marchigiana su colline e crinali indorati dal grano e baciati dal sole. Non più di una cinquantina di abitanti.
Come Massimo Troisi, avevo trovato la mia Frittole. Una chiesa completamente diroccata e semidistrutta dal recente terremoto, sostituiva il passaggio a livello cinematografico che costrinse al ritorno al 1492, il duo di “Non ci resta che piangere”. Una chiesa sulla cui parete principale campeggiava l’intitolazione a San Procolo.

Ho parcheggiato proprio davanti alla chiesa al termine di un percorso che aveva finito per soccorrermi, dopo essermi perso, con l’evocazione geografica della mia Pozzuoli.

Una signora minuta proprio fuori ad una casa prospiciente la Chiesa è stata il mio “Vitellozzo”.

-Signora mi scusi ma questa è proprio la chiesa di San Procolo?

-Certo, non sa leggere?

-Sì ha ragione, ma io credevo che il santo fosse rigorosamente puteolano..

– Guardi che questa chiesa è qui dal Medioevo …abbiamo anche il busto con la reliquia..vuole vederla?

Io a questa fede feticista onestamente non credo, ma il fatto che  qualcun altro potesse possedere le reliquie del santo “nostro” un po’ mi faceva incazzare.

– Signò ma sicuro che questi frammenti sono del Santo?

Un lungo silenzio ha accompagnato la risposta a quella considerazione da miscredente municipalista.

– Guardi se cerca la via per l’autostrada deve svoltare lì dove c’è la targa del Monaldi.

– Monaldi? Il Monaldi quello dell’ospedale?

Si lui.

 

Insomma, San Procolo, Monaldi che ho sempre creduto napoletano e che invece era nato in quelle campagne da meno di 50 abitanti e che poi aveva insegnato a Napoli fino a diventare senatore e ministro, in una cinquantina di metri quadri un filo oro come il grano univa luoghi distanti 400 chilometri.

E allora mi sono perso ancora di più, per sentirmi più vicino a casa, in questa mia personalissima Frittole.

Ps: la chiesa di San Procolo, pur facendo parte del FAI, è inagibile dallo scorso anno e, con altissima probabilità, rimarrà diroccata fino a quando non provvederanno a salvarla fondi privati. Solo privati.


24
Giu 17

Pierluigi, arbereshe e calabrese stregato da Napoli

Pierluigi l’ho conosciuto a Roma, per caso. Se non fosse stato per lui, non mi sarei mai interessato ai temi del meridionalismo.

Terrone calabrese, non solo, arbereshe (comunità albanesi giunte in Italia per sfuggire alle persecuzioni dell’impero ottomano) ed ebreo, Pier mi ripeteva sempre che la sua capitale era Napoli, memore di una comune nazionalità preunitaria e la comune appartenenza ad una minoranza da sempre perseguitata.

Pierluigi, tiene l’arteteca (una certa insofferenza più vicina alla saudade sudamericana), e per placarla non sta mai fisso in un luogo soltanto, confidando nel sollievo che solo il viaggio può offrire (una volta è stato anche immortalato dalla macchina di un fotografo famoso).

Era più o meno Natale, quando era a Londra e riempiva la sua (e mia e di tutti i suoi amici) bacheca Facebook di post veramente tristi (abboffando anche un po’ la guallera). Allora gli dissi: ” Pierluì, ‘o frat, senti a me, vattene un paio di mesi a Napoli, è terapeutico”.

Da qualche settimana si è trasferito in un vascio del centro storico di Partenope ed ogni giorno racconta, con gli occhi del turista, l’insostenibile leggerezza, carica di follia, della quotidianità napoletana.

Quello che ha scritto ieri volevo condividerlo:

Mi ha sorpreso lo sguardo, gli occhi sgranati della mia cara compagna Isabella, venuta a trovarmi ieri sera per la presentazione del suo libro lunedi. Isabella, non e’ un’educanda vissuta nei collegi svizzeri e le cui uscite erano i balli delle debuttanti a Vienna. Tutt’altro. E’ una che nei 6 vissuti in Sud America ha insegnato ai guerriglieri nelle carceri, conosciuto personaggi incredibili. Eppure anche lei e’ stata colpita dal fascino di Napoli.
Ieri, subito dopo che e’ arrivata, doveva trovare un parcheggio per la sua auto. Gilda, si e’ data da fare, anzi ha preso e guidato la sua macchina e con lei sono andate a trovare parcheggio.
Piu tardi siamo andati in una pizzeria ‘mponde a Maddalena. Ed e’ li che ha potuto vedere la vera Napoli. Mentre a me, ormai dopo 3 settimane e’ diventata la realta’, capisco che per uno che proviene da un altro posto o dal profondo nord, puo’ essere destabilizzante. I camerieri, alcuni slavi, parlavano e si esprimevano solo in Napoletano. Fino a quando all’improvviso siamo stati accerchiati da un gruppo di Senegalesi con il costume tipico e i visi truccati con i tamburi. Cantavano canzoni tipiche dell’Africa finendo con Mama Africa, Mama Senegal, Mama Napoli. (Saltando l’Italia). Poi cantano l’inno dei tifosi napoletani con alcuni di loro che interrompevano con HIGUAIN SI NA LOTA e per finire con O ‘Sarracino di Carosone ed e’ li che tutti hanno iniziato a ballare. Quando chiedevano i soldi tra i tavoli era, ovviamente, in Napoletano stretto. Roba che se fosse stato presente salvini sarebbe morto d’infarto.
Andiamo poi a fare una passeggiata e notiamo un cumulo di cartoni, ben riposti, al centro di una piazzetta. Al ritorno vi erano 2 camion e molti netturbini che li stavano rimuovendo. Rassicuro Isabella con un: Isa qui non siamo a Roma, siamo a Napoli.
Oggi andremo al gaypride…spero che regga…lo shock..


20
Giu 17

Scambio/regalo cittadinanza italiana

Regalo/scambio cittadinanza italiana (versione economica italonapoletana) usata, tenuta bene. Include pregiudizi, insulti razzisti, formiche addosso in caso di ricovero ospedaliero, richieste di racket e anni di scudetti alla Juve (arrubbati).

All’interno starter pack dell’emigrante già configurato e pronto per la partenza. Per eventuali scambi, per naturale affinità, si preferisce cittadinanza spagnola, greca, albanese, magrebina, arabo/israeliana. No perditempo. Astenersi polacchi e ungheresi e Mino Raiola.


16
Giu 17

“Infame” e “Terrone di merd*a” (Video)

Torna la cara vecchia lega, per bocca di quel simpaticone del senatore Centinaio che, tra una pausa e l’altra delle comparsate televisive, dove spazia da Rai 3 a La 7, fino a pontificare Urbi et Orbi, in versione post meridiana, finanche su Rete 4, trova anche il tempo di offendere un avversario politico col più classico degli epiteti razzisti paTani: “terrone di mer*a”.

Per la gioia e la felicità di tutti i meridionali che votano lega che, appassionati di burro e dei suoi molteplici usi lenitivi, finiranno sicuramente per perdonare il buontempone patano.

Chissà se costoro, strenui difensori terroni dello ius soli, capiranno che quello difende Centinaio è uno status che non gli appartiene e non gli apparterrà mai e che continueranno a restare, senza riserve, italiani di serie B. Con la benedizione della Lega di Centinaio.


14
Giu 17

Caro CENSIS, non tutti i falsi sono quello che sembrano. Pezzotto cammina con me

Immagine di Identità Insorgenti

Ieri il CENSIS ha detto senza mezzi termini che, siccome a Napoli c’è una organizzata filiera del falso, vi è mancanza di senso civico e cultura della legalità.

Che la camorra sia dietro una parte della filiera del falso è il segreto di pulcinella. Esiste tuttavia una parte dell’economia da pezzotto che è al di fuori dei circuiti della criminalità organizzata ed è piuttosto comune in quei piccoli distretti manifatturieri del Made in Italy, così diffusi in Italia.

Ieri sera a questo pensavo, non riuscendo a prendere sonno. Poi mi sono addormentato. Mi sono trovato in una stanza con drappi rossi, piena di borse, scarpe, abiti, cinte e un nano che parlava in casertano, ma al contrario. E non capivo un cazzo.

Poi per fortuna è entrato un signore con la barba è una maglia del Napoli taroccata: ” Sono Peppe ‘o pezzotto, e non tutti i pezzotti, sono quello che sembrano”…

Gesucrì, abbi pazienza fammi svegliare. Ma Peppe ha insistito: “ti racconto una storia, pezzotto cammina con me”

A questo punto Peppe si è seduto su una poltrona, ha iniziato a parlare con accento milanese e al posto della maglietta tarocca del Napoli sono comparse una giacca e una cravatta Made in Italy.

Partiamo da un dato: da qualche anno i distretti manifatturieri campani, sono diventati altamente competitivi (know how, professionalità, qualità e prezzi bassi) tanto che molti brand della moda (e non solo, spesso si tratta anche di piccole aziende di altre regioni italiane) trovano molto più conveniente commissionare un lavoro (sia finito che solo alcune fasi del processo produttivo) a piccole aziende familiari campane, piuttosto che de localizzare all’estero.

La rivincita dei terzisti casertani e napoletani. Ora se voi credete che il lavoro commissionato da un grosso brand sia improntato all’etica e non al profitto vi sbagliate, così, il committente profumato e ben vestito che si presenta alla porta del piccolo artigiano del sottoscala posto a cavallo delle province di Napoli e Caserta, pretende di ottenere un ulteriore sconto sul prezzo concordato in sede di sottoscrizione dell’accordo iniziale.

E il paio di scarpe che poi troverete in negozio a 500€, verrà venduto dal terzista , compreso di packaging, per un prezzo che si aggira dagli 8 ai 25 euro.

Il piccolo imprenditore campano, che impiega come manodopera l’intera famiglia più qualche immigrato e che, per rientrare nei costi, fa smaltire poi illegalmente i rifiuti industriali a qualche campo Rom che contribuisce così alla scenografia della Terra dei Fuochi, lavora 20 ore al giorno, festivi compresi per rispettare i termini della consegna.

Ma secondo voi, può sopravvivere solo con il lavoro commissionato dal grande brand?

No. E allora sapete che pensa? ” Un po’ di stoffa (o di pelle) mi è avanzata , qualche etichetta ce l’ho, qualche scatola o confezione mi è rimasta….ma mo’ sai che faccio? Mi produco un po’ di merce per cazzi miei e me la rivendo in negozio e così guadagno qualcosa…”

E così voi trovate in negozi e mercatini, prodotti “tale e quale” all’originale, anzi, come direbbero al Censis ” indistinguibili dall’originale” ( e grazie al cazzo sono gli stessi) ad un prezzo che, in ottica proletaria, è più giusto, equo ed accessibile a tutti. Fino a quando interviene la Finanza, sequestra tutto e il Censis contribuisce all’ernia scrotale col suo pistolotto sulla legalità di stampo geografico.

A questo punto, mi dice Peppe, il racconto potrebbe interrompersi qui, se non fosse che ci sarebbe pure un altro particolare.

Qualche volta accade che il committente si accorga pure di qualche ammanco di materia prima o packaging e fa finta di nulla. Salvo poi, al momento opportuno, farlo presente al terzista…e chiederne conto. Perché si sa, un “po’ di nero ” fa comodo a tutti, pure alle persone perbene in giacca e cravatta con accento non napoletano.

Alla fine, Peppe mi congeda : “ci rivediamo, tra 25 anni”.

Abbi pazienza, no. E mi sono svegliato.