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20
Ago 16

Caro Galli Della Loggia, il familismo amorale al Sud è un falso storico

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Un recente editoriale di Galli Della Loggia (quale?) sul giornale della borghesia settentrionale, il corsera, continua a raccontare la solita solfa del “familismo amorale” come fenomeno tipicamente meridionale (e i Boschi? I Bossi? e Guidi? sic!).

Mi piace rispondere con un articolo di Isaia Sales di un paio di anni fa, proprio a proposito della esegesi della teoria del “familismo amorale”, un concetto elaborato molto prima di quanto si creda ed indipendentemente dalle nostre latitudini.

la teoria del familismo amorale (“superficiale, banale ed indimostrata”) elaborata da Edward Banfield nel corso degli anni 50 e la povertà e la miseria presenti al Sud. Ponendola anche come radice dello sviluppo e della nascita delle mafie. Tanto che come sosteneva lo psichiatra statunitense Irvin Yalom, la forza di una credenza non ha nessun rapporto con la sua veridicità.

Ma torniamo a ritroso nel tempo. Come nasce la teoria del familismo amorale?

Banfield si reca con la moglie di origini salernitane (del resto lui, a differenza della moglie, non conosceva l’italiano e neppure l’idioma locale) in un piccolo paese della Basilicata, Chiaromonte (poco più di 3000 abitanti). Nome che nel proprio studio diventa Montegrano.

Scrive Sales:

Banfield pubblicò i risultati della sua ricerca in un librouscito negli Usa nel 1958 dal titolo The moral basic of a backward society (Le basi morali di una società arretrata). [..]
Banfield propose una spiegazione «culturale» del perdurare dell’arretratezza meridionale: il Sud è in condizioni di ritardo dello sviluppo perché la popolazione non è in grado di formulare strategie collettive per reagire alla povertà. Questa mancanza di reazione è dovuta alla presenza di un particolare ethos, cioè appunto al «familismo amorale», che facendo concentrare gli interessi, gli affetti, le attenzioni, le preoccupazioni solo all’interno del proprio nucleo di sangue, bloccherebbe qualsiasi azione collettiva per migliorare la situazione.

In parole più semplici il modello Chiaramonte serve a Banfield per giustificare l’arretratezza dell’Italia meridionale (e poi anche di quella di alcune realtà presenti sul suolo americano) adducendo l’egoismo della realtà “familiare”, e quindi del tornaconto particolare e personale, a causa determinante. La comunità manca di senso civico e coopera con gli altri  membri della medesima solo se ne ottiene un vantaggio per sè e per il proprio “clan” familiare.

Le condizioni di vita, le politiche nazionali, i rapporti di proprietà, i contadini tenuti in condizioni bestiali, secondo Banfield, non avrebbero contribuito in alcun modo all’ arretratezza del paesino lucano e quindi del Sud.

L’autore americano, in realtà, come sostiene Franco Ferrarotti, aveva già elaborato qualche anno prima la teoria del familismo amorale e gli occorreva solo un piccolo comune dell’Italia meridionale per giustificare la scoperta.

Continua Sales:

Rileggendo oggi questa interpretazione sulle cause della miseria conta-
dina del Sud d’Italia di quegli anni, appare ancora più incredibile che essa abbia avuto tanto seguito e sia ancora oggi usata come passepartout
per ogni interpretazione dei mali meridionali e soprattutto come causa
del divario con il Centro-Nord. Come si poteva mettere sullo stesso piano «povertà economica e barbarie interiore»? Banfield lo fece ed ebbe successo, uno straordinario successo con una teoria al limite del razzismo.

Sales dimentica le basi razziste su cui si mossero certe azioni politiche (e legislative) e certi comportamenti militari al Sud nel corso del processo di “unificazione”. E’ forse moralmente esecrabile anteporre gli affetti familiari o personali a quelli di estranei? Sales cita a tal proposito il caso di intere dinastie familiari che negli Stati Uniti ed in Italia, talvolta con regole e logiche di clan impenetrabile, hanno regolato gli interessi propri ed altrui su base familistica. Dai Bush ai Clinton, passando per i Kennedy e gli Agnelli in Italia. Qualcuno ha ricondotto a costoro logiche da familismo amorale? No.

Conclude Sales:

Indagini anche recenti hanno dimostrato come il ruolo della famiglia
(intesa come solidarietà all’interno del gruppo familiare) sia più forte in molte nazioni europee che nello stesso Mezzogiorno. Ad esempio in Irlanda e negli Usa. In particolare vanno letti gli studi al riguardo di Loredana Sciolla e di Emanuele Ferragina.

Per quanto riguarda il familismo amorale e la correlazione con la nascita delle mafie, a voler ascoltare Banfield, Chiaromonte (e la Basilicata) avrebbe dovuto costituire una capitale del crimine organizzato. Ed invece, secondo quanto riporta lo scrittore napoletano, in 60 anni, si sono verificati solo un omicidio e tre tentati omicidi. Gli autori? Tutti scoperti.


18
Ago 16

Apartheid Italia: se volete noleggiare un auto, non potete andare in terronia

Che cos’è Car2go? Un servizio attivo soprattutto in alcuni comuni come Roma e Milano, di car sharing, ovvero di condivisione dell’automobile per poter spostarsi, ammortizzare i costi ed inquinare meno, a fronte di un abbonamento mensile

E’ l’unico servizio attivo in Italia? No, ce ne seono svariati. Ma di certo è l’unico che, a Milano, vi vieta specificamente di muovervi da Milano verso Sud. Non qualsiasi Sud, ma proprio quello comunemente identificato entro i confini della Terronia.

Ah e non potete neanche andare all’estero. Quindi, di fatto, usando un sillogismo, per Car2GO Milano, Sicilia, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata sono equiparate ..all’estero.

Ecco cosa è espressamente vietato dai nuovi contratti:

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E’ la prima volta che gli utenti che viaggiano verso Sud sono penalizzati da questa sorta di apartheid? No, affatto. Ma fino ad ora si era assistito a forme di “scoraggiamento”, pagando una soprattassa. Un pizzo.

Nello specifico ci avevano già  provato due servizi di noleggio auto, la Rental Cars e la Sixt (cliccando sui link potrete leggere gli articoli in merito) che prevedevano tariffe più alte o condizioni più sfavorevoli per chiunque si muovesse nelle suddette regioni.

Mi chiedo dove stia guardando il garante per la concorrenza ed il mercato, oltre a tutti i parlamentari meridionali che si svegliano solo durante i periodi elettorali o quano necessitano di click per far andare avanti la baracca.

Intanto, qualche azienda edile sta pensando di costruire un muro alto alto alto fino al soffitto, all’altezza del Rubicone.


16
Ago 16

La scatologica estate della stampa italiana. Dove è l’ordine dei giornalisti?


Ho visto girare questa foto per più di 24 ore convinto fosse un fake, poi invece qualche ora fa ho letto  che è vera.Dopo i vaneggiamenti di Romdolino, le cicciottelle del Resto del Carlino, i titoli che cambiano a seconda della provincia de Il Mattino, diciamo che per la stampa italiana è proprio un’estate di merda e dimostra la crisi forte e profonda di una categoria.

Dove è l’ordine dei giornalisti davanti a titoli del genere? Razzisti ed offensivi nei confronti di tutti i meridionali.

Che dire del Foglio? Che forse dovrebbe rinunciare ai finanziamenti pubblici percepiti negli anni anche da quei terroni contribuenti somari con lode.

Ecco quanti ne ha presi secondo Wikipedia:


Il suo storico direttore Giuliano Ferrara a proposito del finanziamento pubblico di un giornale che ha una tiratura da carbonari ha dichiarato:

dal secondo anno dalla fondazione, il contributo dello stato, con il trucco della famosa Convenzione per la Giustizia che era un… Beh, un trucco, la legge dava una possibilità e noi l’abbiamo sfruttata, è un trucco nel senso che non era un vero partito, era un… Sì avevamo chiesto a due amici, Marcello Pera, che faceva parte del centro destra, senatore, e Marco Boato, deputato del centro sinistra, due persone amiche, due lettori del giornale, di firmare per il giornale, abbiamo fatto questa convenzione… un escamotage, sì, legale, perfettamente legale »

(Giuliano Ferrara su Report, Il finanziamento quotidiano, 23 aprile 2006)

E noi dovremmo farci fare la morale da un giornale fondato da un “trucco” che gli ha concesso di accumulare finanziamenti pubblici anche coi nostri contributi?

Titoli del genere non si leggevano neanche nel Sud Africa dell’apartheid e dopo le parole di Rondolino, credo che la società civile meridionale debba intervenire contro il continuo insulto razzista perpetrato nei confronti suoi e dei suoi figli. Dentro di me confido sempre in un messaggio che mi dimostri sia un fotomontaggio.

Ps: ricordo al direttore (che come di consuetudine si affetterà a dimostrare in qualche modo  le proprie origini meridionali) che da qualche anno i tribunali italiani includono “terrone” tra le fattispecie diffamatorie.


14
Ago 16

L’indignazione diversamente leghista per quei terroni con la lode

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Una Italia (quella che inizia a nord della linea del Garigliano) intrisa di razzismo contro “negri, zingari e terroni” non puo’ ammettere che questi ultimi (come i primi ed i secondi) possano eccellere nella istruzione.

Pure Brera rimase stupito dalla velocità di quel terrone di Mennea, non poteva essere.

Ora monta l’indignazione per le lodi profuse nelle scuole meridionali. Pure i governatori delle regioni del nord si sono indignati dimenticando che il figlio di un notabile, pezzo grosso patano leghista la laurea se l’era comprata direttamente in Albania.

E chi lo dice che ci sarebbe il trutto? Quella boiata pazzesca dei test Invalsi.

Ecco cosa scrive Pino Aprile a tal proposito:

E se fosse falsa, sbagliata, inattendibile la valutazione Invalsi, contestata quasi ovunque, fortemente avversata in Italia, boicottata, condotta con dati monchi, criteri superati in molti Paesi e, secondo parecchi eperti, poco oggettivi?

Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere.

E l’Invalsi sembra fatto apposta… Vi sembra corretto paragonare i risultati di uno studente che ha una scuola ben attrezzata con uno che a stento ha il banco? Uno che ha una famiglia con reddito sicuro e l’altro che deve preoccuparsi di cosa deve mangiare oggi? Uno che ha biblioteca, computer, laboratori e palestre e l’altro che se li sogna? Uno che ha il tempo pieno e l’altro il tempo corto? Uno che ha la mensa e l’altro il panino da casa? Uno che ha mezzi pubblici a iosa per raggiungere la scuola e l’altro che ha i treni e i collegamenti del Sud? E poi ci si stupisce se con questi criteri, negli Usa, stabilirono “scientificamente” che i neri sono meno intelligenti dei bianchi?

Quello che suona intollerabile ai razzisti del Nord (e non solo a loro) è che in qualcosa il Sud non sia “sotto” il Nord. Poco importa che sia vero o no: è l’idea che il dogma della minorità meridionale venga infranto e si metta in crisi la base di una identità a sfondo razziale, costruita con le armi (fucilazioni, stragi, carcere, deportazioni, rappresaglie) e in un secolo e mezzo di discriminazioni in infrastrutture, investimenti pubblici e diffamazioni a mezzo stampa “nazionale”.

E questa perdita di sicurezza “razziale” (ormai sono i termini da usare) è misurabile dal livore con cui si grida al complotto, al trucco, all’imbroglio; e rivoli di indignazione colano dalle boccucce a culo di gallina di censori padani, a difesa “del futuro dei nostri ragazzi” (quelli del Sud sarebbero figli di nessuno), vittime dello “squilibrio” (hanno avuto il coraggio di usare questo termine!!) che li sfavorisce rispetto ai loro colleghi meridionali.

Non voglio rifare tutta la storia (autostrade a Nord sì, a Sud Salerno-Reggio; treni a Nord sì, a Sud gli scarti del Nord e a Matera manco quelli; alta velocità solo al Nord e una coda al Centro; aeroporti ogni 50 chilometri a Nord, a Sud intere regioni, come la Basilicata o larga parte di regioni, senza…: per nessuno di questi “squilibri” gli “indignati” nordici hanno sentito vibrare le loro offese antennucce e si son messi a fare i conti per denunciarne l’ingiustizia); fermiamoci alla scuola.

A memoria e al volo: chi si è indignato quando, a opera di una disgraziata serie di ministri all’Istruzione (Maria Stella Gelmini, Francesco Profumo, Maria Grazia Carrozza, Stefania Giannini), si è:

sottratto al Sud quasi mezzo miliardo destinato alle scuole pericolanti, per spenderlo altrove;

sono stati esclusi dai programmi di studio della Letteratura del Novecento, nei nostri licei, tutti gli autori e i poeti meridionali, anche se premi Nobel per la letteratura e ancora è così, dopo sei anni di battaglie, mozioni, interrogazioni parlamentari, Relazione al governo (questo) della Commissione parlamentare Cultura;

si è stabilito che il tempo pieno fosse a Nord e al Sud no;

sono state rese “razziali” anche le borse di studio per gli universitari, grazie a uno dei soliti ragionamenti “finto-logici” modello Lega Nord: a Sud possono averle i meritevoli (sino a esaurimento dei fondi: quindi tanti le meritano, pochi le pigliano, perché i soldi sono scarsi) con reddito familiare entro i 15mila euro; al Nord entro i 26mila (lasciate perdere i discorsi: la vita costa di più. Palle. Con un reddito solo, a Sud, devono campare più persone che al Nord, vista la disoccupazione altissima, e l’assenza o pochezza dei servizi pubblici assorbe buona parte del reddito e le tasse sono più alte). Quindi, se vuoi la borsa di studio, vai al Nord;

i soldi per le scuole terremotate (24mila, di cui quasi 13mila in sole tre regioni meridionali: Sicilia, Calabria, Campania) sono stati distribuiti per il 97 per cento a Centro-Nord, un terzo della somma alla sola, terremotatissima Lombardia (noi credevamo L’Aquila…);

i soldi per combattere l’evasione scolastica, record europeo a Scampia e alcuni quartieri di Palermo, sono stati dati in buona parte alla Lombardia e al resto del Nord;

le norme sulla “spesa standard” sono state violate “a maggioranza”, per impedire che andassero al Sud soldi per gli asili nido, e continuare a darli tutti o quasi al Nord, sorvolando sul fatto che lì gli asili li hanno già, e in gran parte del Sud zero asili;

l’immondo decreto Carrozza-Letta sulla “meritocrazia” universitaria (sono proprio spudorati!) stabilisce che sono “migliori” gli atenei più ricchi, che sorgono in territori dove ci sono molte aziende che danno contributi; in cui si pagano tasse più alte (il reddito al Nord è quasi doppio che a Sud) e i cui laureati trovano più facilmente lavoro, nell’anno, entro 100 chilometri dalla sede dell’università. Criteri clamorosamente razzisti, derivanti da un piano che prevede la chiusura delle università meridionali, cui si nega la possibilità di fare ricerca (anche se il Politecnico di Bari, per dire, con quattro soldi, rispetto a Genova e Milano, è uno dei migliori). Solo un esempio: in base a questi criteri, se il Trota si laureasse a Padova e lo assumesse un’azienda dei dintorni, mentre trenta Einstein si laureassero a Potenza, prendessero trenta premi Nobel, e fossero assunti alla Sorbona, a Oxford e alla Nasa, l’università lucana meriterebbe la chiusura e le sottrarrebbero risorse che andrebbero a Padova…

E questa gentaglia parla di “squilibri”? O ritiene tali sono quelli che non siano, come tutti gli altri, a danno del Sud? Quanti posti per insegnanti al Sud ci sarebbero se fossero corrette le storture razziali della scuola italiana? (Uso il termine razziale, per rendere meglio l’idea; forse, da non marxista, bisognerebbe rispolverare termini desueti e di nuovo attualissimi, come “scuola di classe”: via poveri, terroni e cani dalla scuola “pubblica” riservata, ma con i soldi di tutti, a lorsignori. I quali, poi, si riserverebbero di chiamare “ignoranti” gli esclusi: Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere).

Gli indignati per i voti, se in buona fede, rifacciano i conti e ne diano conto. Nessuno è indenne da errori e la qualità delle persone è nel non temere di ammetterli, il che accresce la loro autorevolezza. I finti indignati per paraculismo razziale (ma IlFattoQuotidiano.it che chiede lumi all’iperleghista Zaia sullo “squilibrio”, ne vogliamo parlare?) sono ormai persi alla decenza. E non possono ripensare alle proprie azioni: correrebbero il rischio di dover denunciare per diffamazione la propria biografia.

 


13
Ago 16

Viesti: i miliardi di investimenti al Sud? Tutta propaganda

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Molto critico il professor Viesti sullo storytelling dei miliardi di investimenti al Sud, la cui campana torna a battere sui media amici del governo Renzi.

Scrive Viesti:

Nell’agosto 2015 Renzi aveva preannunciato per settembre, prima della Legge di Stabilità, un “Masterplan per il Mezzogiorno”. Solo il 4 novembre sono però apparse sul sito della Presidenza del Consiglio alcune scarne “linee guida” del “Masterplan”, seguite da un ulteriore lungo periodo di silenzio. Il governo ha infine annunciato che avrebbe siglato 16 Patti per il Sud: uno per ogni regione, più 7 per le città metropolitane e uno per Taranto. Il 24 aprile, con una grande comunicazione istituzionale e la visita del Premier a Napoli, è stato siglato il primo Patto (Campania); ne sono poi seguiti altri. Stando alla documentazione disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio al 7 giugno, ne risultano firmati 8. Sulla base di questi documenti è possibile fare qualche riflessione

Ed ancora, secondo Viesti, la portata dei provvedimenti è assai limitata per vari motivi:

1) In primo luogo manca completamente un’idea delle politiche di sviluppo necessarie e opportune oggi per l’insieme del Mezzogiorno – al di là delle generiche pagine di “linee guida” – da cui far scaturire interventi e priorità. Questo è particolarmente importante perché questi provvedimenti arrivano in un periodo pessimo per l’economia e la società meridionale; forse il più grave (se si eccettua la crisi dei primi anni Trenta) nella storia unitaria. Periodo nel quale la fortissima caduta dell’attività economica e dell’occupazione meridionale è generata non solo dalle caratteristiche della crisi dell’euro (crollo della domanda interna) ma anche dall’azione delle politiche pubbliche, che le sta aggravando in particolare al Sud. Su questi temi si veda: http://www.eticaeconomia.it/leconseguenze-territoriali-dellausterita-disuguale/ Purtroppo, non vi sono motivi di pensare che questo stato di cose cambi nel prossimo futuro (al di là di una limitata ripresa congiunturale) né che possano essere evitati gravissimi fenomeni cumulativi connessi alla crisi (esclusione, marginalizzazione sociale e povertà; migrazioni delle forze lavoro più qualificate). Nulla si dice sulla circostanza che qualità e quantità dei grandi servizi pubblici al Sud (a cominciare da sanità e istruzione; specie universitaria come ampiamente documentato in http://www.donzelli.it/libro/9788868434564 ), invece di migliorare, stanno peggiorando. A giudicare dai primi Patti sembra più un’operazione che sta “tirando fuori dai cassetti” quanto già c’è, piuttosto che disegnando progressivamente l’attuazione di una consistente risposta alla crisi.

2) In secondo luogo nulla garantisce che gli interventi contenuti nei Patti siano, come sempre deve essere per le politiche di sviluppo territoriale, “aggiuntivi” rispetto alla ordinaria azione pubblica. Non vi sono infatti né dati che consentano di valutare, né impegni che consentano di garantire, se e in che misura questi interventi si sommino ad una “ordinaria” azione pubblica (circostanza quantificabile grazie al sistema dei “conti pubblici territoriali”). Impegni simili avevano costituito il cuore delle decisioni sulle politiche di sviluppo prese alla fine degli anni Novanta (garanzia dell’investimento al Sud del 45% della spesa totale italiana in conto capitale); impegni poi cancellato dal Ministro Tremonti con l’ultimo governo Berlusconi, e che il governo Renzi – come ha sostenuto in un recente dibattito parlamentare – non ha inteso ripristinare. Al contrario, è forte il sospetto che per le regioni e le città considerate si tratti di tipologie di interventi che in altre aree del paese si fanno con risorse ordinarie di Ministeri, Regioni e Città.

3) E’ certamente utile una ricognizione degli interventi già previsti e finanziati, fatta congiuntamente fra amministrazioni centrali e locali, e la condivisione delle priorità e delle reciproche responsabilità. Non si tratta però di una novità: sin dagli anni Novanta in Italia è consueto l’utilizzo di Intese fra Stato e Regioni proprio a questi fini; che si concretizzano in Accordi di Programma Quadro, molti dei quali ancora vigenti, che contengono esattamente gli elenchi degli interventi condivisi, le risorse disponibili, le responsabilità attuative.

4) Il grosso degli interventi è già previsto e finanziato da decisioni precedenti. Con i Patti sono state rese disponibili alcune nuove risorse: ma a ben guardare, non sono del tutto nuove. Dal 2014 (parallelamente all’insediamento del governo Renzi) si è avviato un “ciclo di programmazione”, relativo al 2014-2020, delle politiche di sviluppo territoriale; esse sono sostenute tanto dai fondi strutturali europei quanto dal Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). Per i fondi strutturali amministrazioni centrali e regionali hanno da tempo provveduto alla definizione di programmi, finanziati da risorse europee (e da un “co-finanziamento nazionale”) e approvati dalla Commissione Europea. Questi interventi sono confluiti nei Patti. Per il FSC, invece, dopo che il governo Letta aveva stabilito la dotazione complessiva (54,8 miliardi, destinati per l’80% al Mezzogiorno e per il 20% al Centro-Nord), con l’esecutivo Renzi si erano avute solo una lunga serie di assegnazioni parziali, senza una programmazione d’insieme, e quasi sempre non rispettose dei criteri territoriali di allocazione. Con i Patti verranno assegnati, stando a quanto riportato in uno degli Allegati del Documento di Economia e Finanza, risorse per 13,4 miliardi. Tale cifra appare però nettamente inferiore ai circa 44 miliardi da destinare al Mezzogiorno per il periodo 2014-20. Si tratta quindi di una assegnazione assai parziale, e tardiva, di risorse già destinate allo sviluppo del Sud. 5) Sono indicati dei target di spesa da raggiungere per il 2017, su cui verificare gli impegni presi: una scelta positiva. Tuttavia gli obiettivi indicati sono assai modesti; e lo sono in particolare quando sono coinvolte le risorse del FSC di cui si è appena detto. Il grosso delle cifre FSC indicate nei Patti sarà sbloccato, se vi saranno le relative decisioni del CIPE, solo a partire dal 2018. Anche questi target non sono certo una novità: con il governo Monti si erano firmati dei Contratti Istituzionali di Sviluppo con FS e ANAS che prevedevano cifre ben più rilevanti e scadenze negli anni per la spesa (anche se poi non sono state rispettate, senza che nulla avvenisse).

Insomma le critiche di Viesti sono molto puntuali e circostanziate, anche alla luce della notizia dei fondi stanziati per i siti archeologici meridionali. Anche in questo caso una domanda nasce spontanea: come li si raggiungono se non si investe in un sistema integrato di infrastrutture che rendano fruibili quei siti?

Intanto Il Mattino per non sbagliare dà letteralmente i numeri

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12
Ago 16

C’è posto per gli insegnanti al sud?


Vi faccio una confessione: da emigrante di lunga data, figlio di insegnante a sua volta pendolare, non mi sono simpatiche le manifestazioni pubbliche di disapprovazione o sofferenza che riguardano spostamenti per causa di lavoro. Tanto più se si tratta di un impiego a tempo indeterminato, con tanto di ferie riconosciute e retribuite, tredicesima e quattordicesima.

Il problema esiste , riguarda tutti i sud del mondo, compreso il nostro è non lo si risolve continuando a votare deputati e senatori figli di quelle politiche che all’emigrazione ci hanno costretti. Enon si si risolvono neanche continuando a soggiacere a certe logiche o firmare deleghe in bianco a sindacati che di quelle logiche sono manifestazione.

Sono anni che su queste pagine pubblico le denunce di Marco Esposito e del professor Viesti che sostengono la progressiva  e cosciente volontà di impoverire l’istruzione al sud, ma a nessuno è mai fregato, perché non gli riguardava. Poi la campana inizia a suonare per tutti e scatta l’indignazione collettiva.

Insomma ci sono posti per questi insegnanti che devono spostarsi, non così lontano da casa? Probabilmente si, lo scrive bene Alex Corlazzoli sul Fatto Quotidiano:

E qui mi permetto di dissentire con l’amico Gavosto: l’esodo o l’esilio dei docenti potrà essere fermato quando avremo a che fare con un governo che ritorna a mettere in primo piano la questione istruzione al Sud. Finora il ministero ha fatto il gioco delle tre carte con la riforma della 107 al posto di fare un serio investimento. Proviamo a guardare qualche dato. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)
Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.

Il rapporto di Save the Children dello scorso febbraio aveva messo in guardia il governo (ne avevo già dato conto sul blog):

bambini che nascono e vivono in famiglie in povertà assoluta sono ormai 1.434.000, pari al 13,8% del totale di minori; circa 400 neonati, ogni anno, non sono riconosciuti dalle madri e vengono lasciati in ospedale; per quanto riguarda i servizi territoriali per la salute materno-infantile i consultori si sono ridotti di numero negli anni e attualmente sono 1.911, circa 1 ogni 29 mila abitanti; la copertura degli asili nido pubblici riguarda solo il 13% dei bambini 0-2 anni e scende ulteriormente in alcune regioni,toccando quota 2% circa in Calabria e Campania: d’altra parte è appena del 4,8% la percentuale di risorse destinate alle famiglie, sul totale della spesa sociale».

A tutto ciò c’è da aggiungere la sempiterna super cazzola  di tenere le scuole aperte a tempo pieno anche d’estate in tutti i quartieri a forte disagio sociale, al Sud. 

Se la matematica non è dunque una opinione lo spazio per questi insegnanti meridionali (non per tutti,ovviamente) non tanto lontano da casa loro, teoricamente ci sarebbero pure, basterebbe credere e attuare gli investimenti invece di rinunciare completamente alla crescita ed allo sviluppo di una parte del paese.


05
Ago 16

Magari ti chiamerò Rondolino razzista e dudù dadadà

Un tempo su l’Unità scrivevano campioni dell’internazionalismo e dell’antirazzismo. Poi è arrivato Fabrizio Rondolino, giornalista del quotidiano fondato da quel terrone di Antonio Gramsci (ma lui non lo sa evidentemente), più renziano di Renzi, che ha sempre avuto parole dolcissime nei confronti del popolo meridionale.

Come quando scrisse che i campani avrebbero dovuto ripulire a proprie spese la terra dei fuochi, aggiungendo ad un tweet inviato al sottoscritto che la motivazione era da ricercare nella connivenza con la camorra (e quando parla Rondolino è Cassazione).

Oggi se la prende con quegli insegnanti terroni e piagnoni spediti a chilometri di distanza da casa propria in virtù del noto algoritmo made in Governo Renzi: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”

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Proporremo a L’Unità il gemellaggio con la buonanima della paTania.

Se un Calderoli qualunque avesse scritto una vergogna del genere si sarebbe mossa tutta l’intellighenzia fuffosa e radical chic.

Speriamo di aver scritto in un italiano comprensibile anche al prof. dott. Rondolino e dudù dadadà. Nel caso lo inviterei a prendere un qualsiasi treno che ogni mattina parte alle 4 da Villa Literno e conoscere questi insegnanti terroni che vanno ad elemosinare una supplenza a Roma.


04
Ago 16

“Sono napoletano, non italiano” e l’identità partenopea arriva in curva

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Quando questo blog nacque quattro anni fa, mi prefissi tra i vari fini quello della difesa dell’identità napoletana oltre lo stereotipo e la semantica nazional popolare, diversamente leghista, italiana.

Lo feci perchè, da emigrante, mi accorgevo del peso di quell’aggettivo, “napoletano”, usato come offesa, come presunzione di colpevolezza e di condanna alla  minorità

Nonostante tanti personaggi noti, figli di Partenope, del presente e del passato, da Sofia Loren a Bud Spencer, avessero da sempre affermato un senso di appartenenza ed identità primigenia, napoletana, soprattutto all’estero.

In barba a tutti coloro che, proprio da emigranti, mistificavano l’accento e rendevano latenti le proprie origini, per non incorrere nel giudizio di valore, preventivo e negativo, dell’interlocutore.

Dopo 4 anni, tale senso di appartenenza popolare, fortemente identitario, sostenuto anche dal sindaco De Magistris, di cittadino del mondo e napoletano, ha fatto breccia anche nella curva dei tifosi della squadra della città di Partenope. Irrompendo proprio in quel mondo dove l’insulto verso il napoletano (“coleroso”, “benvenuto in Italia”, “la vergogna dell’Italia siete voi”) era un clichè imprescindibile, sostenuto anche dal fior fiore della stampa italiana per compiacere e blandire il tifosotto ( sovente metaforicamente apolide) della squadra del proprio editore.

E così, dopo l’inno di Valerio Jovine all’appartenenza partenopea come presupposto alla cittadinanza del mondo intero, come sentimento fortemente meticcio ed antirazzista, come elemento di inclusione nell’alveo dei cittadini del sud del mondo, nel corso delle celebrazioni per i 90 anni della fondazione del club, si è ascoltato questo:

 


03
Ago 16

Lo sapete dove li portiamo i tesori del Museo Archeologico di Napoli? A Comacchio.

una suggestiva immagine delle valli di Comacchio

una suggestiva immagine delle valli di Comacchio

Tra le ben note anguille, nella splendida cornice di Comacchio troveremo, noi emigranti o turisti, vestigia della cara amata Napoli..e di Ercolano.

Che è successo? Così racconta la vicenda Pino Aprile dal proprio profilo Facebook:

Ci risiamo: la solita partita con le carte truccate. Visto che il Sud non è stato dotato di strutture per valorizzare quello che ha, portano i suoi gioielli altrove, che così avranno la giusta “visibilità” e i “fruitori” sapranno dove possono far a meno di andare, dal momento che di quel che vi avrebbero trovato han già potuto godere altrove.

La vicenda dei reperti archeologici del Mann, il Museo archeologico nazionale di Napoli, “prestati” a Comacchio ne è una ennesima, clamorosa, irritante conferma.

Riassumiamo la vicenda: il museo di Napoli è di leggendaria ricchezza di oggetti di grande valore archeologico. Talmente tanti, ne ha, che solo pochi possono essere esposti negli spazi di cui dispone. E quel che resta escluso non vale meno di quel che si mette alla luce. Altrettanto si può dire di altri tesori culturali napoletani, come, per citarne (non a caso) uno, il museo nazionale di Capodimonte, con le sue immense gallerie di opere d’arte antica e contemporanea.

Quindi, quale sarebbe la cosa giusta e ovvia da fare, in un Paese non diviso fra chi deve avere e chi deve dare? Le varie autorità ed enti nazionali e locali coinvolti agirebbero, con investimenti adeguati, per riuscire a esporre anche quello che non trova spazio, in modo da valorizzare tutto, stupire per la qualità, e va bene, ma anche per la quantità. Il che comporterebbe, per esempio, che non potendosela cavare in un giorno solo, i turisti sarebbero piacevolmente costretti a fermarsi di più. E il Paese ne guadagnerebbe, non solo Napoli o qualsiasi altra città (a caso…: Reggio Calabria, con i suoi Bronzi raggiungibili solo da Indiana Jones, con treni dismessi dal Nord; a costi da Steve Jobs in aereo; o su una Salerno-Reggio Calabria in gran parte risanata, ma destinata a rimanere incompiuta, nonostante la minaccia di un “inauguratore seriale” quale Renzi, che pensa basti dichiarare le cose “fatte”, perché lo siano. O la gente ci creda).

Mancano a Napoli edifici da poter recuperare per farne spazi espositivi? Ma figurati! Quanti ne vuoi. E perché non si fa? La solita storia: i soldi. Quelli, “l’Italia unita”, dopo averli razziati al Sud e mentre frega ai meridionali anche i fondi europei (facendo firmare “patti di sottomissione” a Renzi, per poter leccare le briciole sotto il tavolo), li manda solo al Nord.

Così, ogni disequilibrio ne produce altri e amplifica il divario. Se rendi irraggiungibili le capitali del Sud (Napoli, almeno in questo, si salva), come puoi candidarle a ospitare manifestazioni quali l’Expo, per dirne una? Quindi, lì se fai l’alta velocità, autostrade, pure vuote, costose, tangentofore, inutili (Brebemi, Pedemontana…), e qui no, l’Expo la fai dove ci sono già le strutture. E, per l’occasione, ne aggiungi.

Ma una volta che hai fatto le strutture e l’Expo finisce, devi trovare come riutilizzare il di più che hai messo a quel che già c’era. E ti inventi il Centro ricerche Human Technopole, che assorbe, da solo, più soldi che tutto il resto del Paese messo insieme. Il che prepara un nuovo “di più” perché non diventi spreco questa l’ennesima aggiunta.

Così, chi è lasciato dietro anche una volta e di poco, accumula ritardi; chi viene favorito, anche una volta e di poco, accumula vantaggi. Finché la differenza diviene (o fa comodo che sia ritenuta) incolmabile. E, ovviamente, non è colpa di chi è stato lasciato indietro, ma di chi ci è “rimasto”; in tal modo il danno inferto viene trasformato in colpa del danneggiato (chiedere ai prof di completemento).

Così, torniamo alla trovata del museo di Napoli che va a Comacchio. Su questa pagina abbiamo riportato le osservazioni di Angelo Forgione: per la nomina a capitale culturale d’Italia 2018, sono in corsa Comacchio ed Ercolano. E guarda caso, il sovrintendente del museo di Napoli, nominato da Franceschini, si accorda con la municipalità di Comacchio, per “prestare”, alla capitale delle anguille, i reperti di Napoli, fra cui anche quelli di Ercolano. Dopo di che, Ercolano può pure candidarsi a capitale del torneo di boccette, visto che Comacchio, potendo esporre, avrà quel che è di Comacchio e quel che è di Ercolano. I soliti malpensanti potranno sospettare che Franceschini, che è di Ferrara, abbia voluto favorire la “sua” Comacchio e il sovrintendente di Napoli, franceschinamente nominato, abbia voluto compiacere il ministro.

E tanta malizia, solo perché Franceschini è lo stesso che già progettò di “riportare” a Parma la collezione d’arte “portata via” dai Borbone, e ora a Capodimonte, quando si trasferirono a Napoli (trascurando, il ministro, che quelle opere erano patrimonio privato della famiglia; e, di solito, quando uno cambia casa, si porta appresso la roba sua). La cosa non andò in porto. Ma da questo a voler dubitare del signor ministro! E dddai, ma come si fa?

Naturalmente, il “prestito” è in cambio di niente. Al Sud si sottrae, non si dà.

Cosa avrebbero detto a Ferrara e Comacchio se un ministro napoletano alla cultura avesse disposto (e finalmente!) finanziamenti per ampliare la capacità espositiva di Napoli e, dionescampi, di Ercolano, con il recupero dei tanti edifici storici, chiedendo a Comacchio “in prestito gratuito” la sagra dell’anguilla, da fare sul lungomare di Ercolano? (Quelle che non riescono a portare in tavola e devono rimanere nelle “valli”, a che pro tenerle inutilizzate sott’acqua?).

Tranquilli, un ministro napoletano ritenuto capace di fare questo non diventerebbe mai ministro: gli avrebbero preferito qualche Picierna. E se de Magistris avesse provveduto di suo, da Renzi sarebbe arrivato un commissariato, come per Bagnoli. [..]

Drusiana Vetrano ha sentito per Identità Insorgenti proprio il direttore del Mann che accusa la stampa:

Paolo Giulierini, attuale direttore del Mann, se la prende con la stampa che ha lanciato l’allarme sul trasferimento di alcune opere del Mann a Comacchio senza riceverne nulla in cambio, come ha ben raccontato – e argomentato – il vicedirettore di questo giornale, Drusiana Vetrano, nei giorni scorsi.

Ovviamente è la stampa che è superficiale, perché secondo lui si tratta di uno spostamento di pochi mesi (quando l’accordo tra Napoli e Comacchio da lui chiuso è di due anni e non se ne comprendono nei dettagli nè motivi nè, soprattutto, vantaggi per Napoli e le sue opere d’arte: lo pubblicizzasse, ce lo inviasse e lo pubblicheremo subito.[…]

Ora sono in campo varie iniziative, un flash mob il 4 alle 18, un’altra manifestazione il 6: perché i napoletani certe cose non le fanno passare in silenzio. E vogliono quanto meno spiegazioni che non siano un’alzata di spalle… proprio a conferma, se ce ne fosse bisogno, che se pur avesse ragione Giulierini, evidentemente fa una pessima comunicazione.


27
Lug 16

SWG: il Sud è una polveriera pronta ad esplodere

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Così Pino Aprile dal proprio porfilo Facebook commenta un recente dossier della SWG sulla rabbia che monta al Sud:

“Rabbia. Risentimento. Disgusto per la politica. Ansia e apprensione per il futuro… Bisogno di mutamenti forti, decisi, netti… il dito puntato contro tutte le élite; contro i poteri forti (anche locali) che hanno bloccato, fermato, ma, soprattutto, sfruttato e saccheggiato a proprio vantaggio il Mezzogiorno… Il Sud è sempre più una polveriera… può avere effetti politici dirompenti nel futuro prossimo”.

Sono parole dell’analisi di cosa accade oggi nel Mezzogiorno, di uno dei più stimati istituti di sondaggi, la Swg. Se uno qualsiasi di noi avesse usato queste espressioni, ci saremmo sorbiti i soliti professorini della moderazione, di “ma le responsabilità della classe dirigente locale?” (per caricare tutto sulle spalle della gentaglia-gregaria del posto, e salvare la gentaglia colonialista che impone il sistema e il saccheggio, ma fa campare i professorini); o “è tutta colpa del Sud” (questa vince sempre: mai si trovasse una colpa altrove!); “e perché non spendete i soldi dell’Europa?” (forse perché se li fottono Renzi e Delrio per spenderli al Nord; esattamente come hanno fatto gli altri e Tremonti, prima di loro? Ma dirlo è maleducazione); o “possibile che sia sempre colpa degli altri?” (certo non di quelli che, pur di inondare il Nord di soldi, fanno le autostrade inutili; inutili dighe anti-acqua alta a Venezia: sarebbero bastate le mazzette del Mose a prosciugare l’alto Adriatico; continuano a forare l’Appennino all’amianto per un “terzo valico” che fa solo danni e non serve a nulla, salvo riempire le tasche dei soliti noti; eccetera); e che ne dite di: “ma tutti i soldi che hanno dato al Sud?” (era stata fatta un’agenzia, dal governo Ciampi, per rendere chiaro, momento per momento, dove e a chi andavano i soldi. Fu la prima cosa che il governo Lega-Berlusconi tolse di mezzo, perché non si sapesse). Che faccio, continuo?

Cosa dice questo sondaggio? Che al potere coloniale che ha unificato i confini della Penisola con annessione armata, distruzione delle fabbriche meridionali, saccheggio delle risorse e genocidio della popolazione incapace di apprezzare tanta fortuna, spoliazione che dura da un secolo e mezzo, non basta più raccontare balle sulla storia nazionale nelle scuole; non bastano più i giornaloni, le tv pronti a scatenare campagne “di denuncia” lunghe mesi sui “furbetti del cartellino” che timbrano e vanno al bar, tacendo sulla criminalità finanziaria che sta dissestando parte sempre più ampia del sistema bancario italiano (i dirigenti rapinano gli istituti di credito dall’interno e si arricchiscono insieme agli amici, ben protetti da leggi cucite loro addosso, dall’“aspettiamo la Cassazione” e persino da buone parentele con amicizie in ambienti mafiosi e al governo).

Non basta più accusare il macchinista o il capotreno per le stragi ferroviarie sui binari unici del Sud, in quelle fortunate parti del Mezzogiorno dove il treno comunque c’è, come sia sia.

Non basta più la pagliacciata di un venditore di pentole fallate alla sagra della porchetta, convinto che basti rompere il silenzio con il rumore della sua voce, per prendere tutti in giro. Non ha capito che le pentole fallate (i “patti per il Sud”, “l’Italia è partita”, seee, di testa…) puoi portale una volta allo stesso mercato, forse due, ma la gente poi ti sgama.

Questo sondaggio dice che il Sud ha ritirato, per disgusto (62 per cento), la delega politica a questi peracottari e spende la rabbia accumulata (49 per cento) nell’acquisizione di informazioni, sapere, consapevolezza; in forme nuove di aggregazione per far politica sull’uscio di casa e risolvere da solo i problemi, pur se enormi, o almeno provarci, ignorando le istituti complici e corrotte e muovendosi contro di loro, ove sia ostacolo o parte del problema.

Lo vediamo nella Terra dei Fuochi, a Taranto contro l’inquinamento industriale, in Basilicata contro l’appecoronamento della dirigenza locale e delle istituzioni alle prepotenze dei petrolieri (non hanno manco il coraggio di chiedere che si metta il contatore all’oleodotto, per sapere, così, per curiosità, quanto petrolio si fottono), in Sicilia contro il racket del pizzo, come in Calabria, specie nella Locride. Lo vediamo nel recupero della storia propria, delle eccellenze locali (dal Bergamotto all’accoglienza, ai centri storici…).

Non hanno capito, non hanno voluto capire; hanno paura, adesso, di capire.
“Il tempo sta per scadere e il livello di esasperazione è al calor bianco. L’emergenza Sud non è solo economica e sociale, assume i tratti di un cambio di paradigma politico: un processo di radicalizzazione strutturato e consolidato, che trova nella distanza e nell’essere altro rispetto alle vecchie classi dirigenti locali e regionali il collante dell’identificazione”.
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Non lo dico io, ma la Swg di Trieste. A modo suo, lo aveva anticipato Luigi de Magistris, in gergo non scientifico, ma sicuramente più chiaro: “Vi dovete cacare sotto!”.
Mi sa che hanno cominciato.