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26
Set 17

Al Nord? La mafia non esiste

Da “La Repubblica.it” di oggi 25 settembre:

Nell’ambito della maxi inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Brianza e in Lombardia è stato arrestato anche il sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, di Forza Italia.  E’ accusato di corruzione: avrebbe favorito gli affari con un imprenditore legato alle cosche, il quale si sarebbe a sua volta adoperato per procurargli voti. A legare a “doppio filo” politica e ‘ndrangheta, secondo l’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano, sarebbe stato un imprenditore edile di Seregno il quale avrebbe intrattenuto rapporti con politici del territorio, e coltivato frequentazioni e rapporti fatti di reciproci scambi di favori con esponenti della criminalità organizzata. Il suo ruolo sarebbe stato “determinante” per l’elezione del sindaco arrestato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti. Il suo interesse era quello di ottenere dai politici una convenzione per realizzare un supermercato nel monzese.

Lo scrivo da tre anni: al Nord la mafia ormai ha attecchito perché si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man. Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino. Si chiama “Briangheta”, la ndrangheta lombarda, frutto di  un’imprenditoria fragile e omertosa, una politica corrotta e impaurita, un giornalismo spesso connivente ed estorsivo.
Ma da anni si ostinano a chinare il capo, miopi, a non vedere quello che accade, per connivenza, mala fede, per non andare oltre il pregiudizio che la mafia sia solo un fenomeno da terroni. Giornalisti, politici, servi sciocchi.

Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si affrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o inconsapevolmente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.

Ricordo qualche tempo fa le parole del sindaco di Brescello a proposito di un boss ndranghetista: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

Se tali parole fossero state pronunciate in Campania, Sicilia o Calabria si sarebbe levato un coro indignato. Sociologi, editorialisti, maestrine dalla penna rossa ci avrebbero spiegato che il Sud ormai è fuori controllo, che nessuno manifesta contro le mafie, che i boss vengono protetti; il solito coro, impregnato dall’eco lontana della Legge Pica, che avrebbero snocciolato il consueto rosario di luoghi comuni, dal sapore tipicamente manicheo.

 Quanto indotto fa muovere la mafia al Nord? Quanto contante per una società cui, alla fine, interessa solo che nessuno spari sotto casa e non ci sia la macabra visione dei morti ammazzati e della mano militare che tiene sotto scacco e soggezione il Sud.

Lo ripeto, come faccio spesso, nessun fenomeno criminale attecchisce e si radica se non ha in loco un’accondiscendenza ed una tolleranza che è, talvolta, entusiasta accettazione. Addurre come esimente l’aspettativa del mafioso con lupara e coppola è solo un alibi che serve a tacitare le coscienze dei finti ingenui, cui, il volto pulito della Mafia spa, fa comodo.

Se “giù al Sud” alle mafie fu delegato il controllo del territorio, che ancora dura, con logiSpesso si rimprovera alla società civile meridionche militari e violente, al Nord questo non accade, perché non ve n’è bisogno. Ma più elementi (a cominciare dal traffico di rifiuti verso la Campania, col patto tra aziende settentrionali e monnezza criminale meridionale) danno la certezza di un ruolo centrale di camorra, mafia, ndrangheta nel muovere, in certi territori, un’ economia messa in ginocchio dalla crisi e, soprattutto, di essere un player fondamentale, sovente, nelle scelte che riguardano la politica locale. Fino ad influenzarla pesantemente.

I think tanker del pensiero borghese italiano dimentica che la quasi totalità degli anticorpi alle mafie sono tutti meridionali. Continuare a tuonare che al Nord non occorra il vaccino, in base a (non fondate) ragioni di carattere geografico e culturale, consente solo alla malattia di infettare l’intero organismo.

Il 15 aprile del 2016 il commissario antiracket nazionale dichiarava:

I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Spesso si rimprovera alla società civile meridionOrmai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”

Con buona pace dei Feltri e dei Cruciani e di tanti come loro che invocano l’intervento della società civile solo quando vanno a fuoco le piccole botteghe artigiane tra i vicoli di Napoli, Bari o Palermo.


20
Set 17

Razzismo in tribunale: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo

foto Adn Kronos

La notizia è davvero raccapricciante: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”.

A pronunciare questa frase choc, come racconta all’Adnkronos l‘avvocato Stefano Giordano, che si dice “preoccupato per l’accaduto”, è stato il Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona, nel corso di una udienza che si è celebrata ieri proprio a Trento. “E’ un fatto gravissimo oltre che una frase razzista – dice Giordano, figlio del Presidente del Maxiprocesso di Palermo Alfonso Giordano – Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso”.

Il presidente del Tribunale del Riesame, il dottor Carlo Ancona – spiega Stefano Giordano, all’ADN Kronos ,nel frattempo tornato a Palermo – nel condurre l’udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, profferendo la seguente frase: ‘Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo’. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto”.

 “Purtroppo – aggiunge Stefano Giordano – nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del Tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale”. “Manifesto la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano – dice ancora Stefano Giordano – Ho già concordato con il presidente del’Ordine di Palermo, l’avvocato Francesdco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti”. (fonte: Adn Kronos)
Al di là del episodio razzista denunciato dall’avvocato, si pone un vecchio problema di questo Paese e riguarda, incidentalmente, anche lo stato della giustizia. Ci riporta alla mente gli effetti e le conseguenze della lontana legge Pica, quando i meridionali erano, senza distinzione, presunti camorristi.
Il mio auspicio ed il mio augurio è che l’avvocato abbia capito male…

19
Set 17

Top 20 portualità europea: Sud non pervenuto

Si, come dite voi, è anacronistico ragionare sul fatto che prima del 1861 avessimo  “la più importante delle marine militari italiane pre-unitarie, tanto da essere presa come modello (per volontà dello stesso Cavour) per la nuova Regia Marina italiana dopo l’annessione delle Due Sicilie[1” , 

Ma fa altrettanto male guardare la classifica dei 20 porti più importanti in Europa: non c’è alcun porto meridionale. Assurdo per un Paese bagnato su tre lati proprio dal mare.

Perché?


09
Set 17

Feltri: “Io non vado in Sicilia figurati se vado in Burkina Faso”

Così Vittorione nostro da Berghem prosegue nella giaculatoria razzista che ormai caratterizza il suo quotidiano e le esternazioni fatte a La Zanzara, quell’ampia zona franca foriera, quella si, di mal’aria, qualunquismo e razzistume d’accatto: “Io non vado in Sicilia, figurati se vado in Burkina Faso”.

Va bene la libertà di stampa e di opinione, per carità e va bene pure la gran mole di chitammuorti che riserveremo, sempre con gran rispetto, al direttore (ma soprattutto caro Feltri, ma qualcuno ti ha mai invitato in Sicilia?).

Nel frattempo non possiamo che benedire l’hacker dal nome suggestivo ed emblematico, ANONPLUS che evoca grande attitudine nel relazionarsi con la …..

 


07
Set 17

L’allarme di Save the Children: al Sud mancano mense per le scuole

Io non mi stupisco, considerati gli investimenti riservati al “Mezzogiorno”. Sostantivo che evoca pranzo e piatto a tavola, ma non per i piccoli studenti meridionali dove mancano mense scolastiche e, soprattutto aumenta la dispersione scolastica.

E poco importa se il 26 aprile 2016, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva dichiarato, in pieno orgasmo da campagna elettorale, che le scuole napoletane sarebbero rimaste aperte addirittura anche d’estate! Ovviamente non se ne è fatto nulla ed il progetto è stato rimandato di un ulteriore anno. Nulla di nuovo sotto il sole del meridione, dove a scuola non si riesce a mettere neanche il piatto a tavola (sic!)

A certificare questo stato di disinteresse totale da parte dello Stato, nella mancanza di misure di investimento per le scuole del Sud è Save The Children nel suo ultimo report “(Non) Tutti a Mensa”, dove conferma la stretta correlazione tra dispersione scolastica, mancanza di mense e mancata attuazione del tempo pieno.

Ovvero ragazzi che, nelle realtà più degradate delle nostre periferie, diventano preda della richiesta di manovalanza da parte della criminalità organizzata.

Gli alunni in Italia iscritti alle primarie delle scuole statali per l’a.s. 2016/2017 secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR)71 sono 2.572.969, divisi in 131.372 classi, aloro volta inserite in 15.088 sedi scolastiche statali.
Tra questi milioni di bambini poco meno della metà non possono accedere alla mensa scolastica, non avendo dunque la possibilità di usufruire di tutti i benefici che essa comporta in termini nutrizionaliquanto educativi. Per comprendere la vastità del
problema della mancanza di accesso al servizio, basti pensare che nell’anno scolastico 2015/2016 solo il 52% circa degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado ha avuto accesso alla mensa. A ben vedere questi dati risultano più che preoccupanti, soprattutto se affiancati al dato sulla dispersione scolastica, che proprio nei territori
dove il tempo pieno e la mensa sono carenti, è più diffusa. Come dimostrato anche nei precedenti monitoraggi, permane una forte correlazione tra i
fenomeni.

Nella tabella di seguito riportata si analizza il dato aggiornato degli early school leavers72 in relazione ai dati forniti dal MIUR73 relativi alla % di alunni frequentanti le scuole primarie che non accedono alla mensa scolastica e la % di classi prive di tempo pieno. Come si può vedere dalla tabella, la differenza tra il Sud e Nord è molto ampia, così come le alte percentuali di mancato accesso al servizio mensa in tutta Italia
vengono di fatto confermate. Si va da un’altissima percentuale di alunni che non usufruiscono della mensa in Sicilia (80,04%), Puglia (73,10%), Molise
(69,34%), Campania (64,58%) e Calabria (63,11%) a percentuali sotto il 30% per le regioni Piemonte (28,85%) e Liguria (29,86%). Rispetto alle variazioni percentuali, oltre a un leggero aumento per la Valle d’Aosta (+2,93%), le altre regioni, seppur con piccole
variazioni, rimangono stabili nella classifica. Questi dati confermano dunque la gravità della mancanza di un’offerta congrua del servizio mensa in tutte le regioni italiane e in misura ancora maggiore nel Mezzogiorno, dove insistono le prime
cinque regioni che hanno un’offerta più scarsa di tempo pieno, e si confermano le stesse in cui il servizio mensa è disponibile solo per una fascia percentuale di alunni che va dal 20% al 37% circa. Il mancato accesso al servizio mensa, superiore al
50% degli alunni in ben 8 regioni italiane, è davvero allarmante: più di 1 bambino su 2 in queste regioni non ha la possibilità di usufruire del servizio mensa. 

La situazione migliorerà per il prossimo anno? Assolutamente no, visto che il criterio di ripartizione di fondi e risorse tra i comuni, si basa sulla “spesa storica”. Ovvero rispetto al fabbisogno degli anni precedenti. In parole povere se non c’erano mense due anni fa, non v’era esigenza vi fossero e quindi non ci saranno neppure in futuro.

La richiesta ai comuni, secondo quanto riporta Marco Esposito su Il Mattino sarebbe stata fatta attraverso un questionario:

Del resto, qualche giorno fa, col principio era d’accordo anche un esponente dell’ Anci, ovvero l’associazione dei comuni italiani (?!?!?!): se Reggio Calabria ha meno asili è giusto che abbia meno fondi.

Come a dire che se una macchina ha solo 3 ruote è inutile investire nel comprare una quarta, in fondo ne ha già abbastanza, perché spendere soldi per un’altra?!?!

Tra l’altro la richiesta di Save The Children al Governo è proprio quella di trasformare il servizio mensa in servizio pubblico essenziale.

Fateci un piacere, per combattere la camorra meno esercito e più scuole aperte. Pure 24 ore!!


02
Set 17

Noi sfollati, in quella Pozzuoli fantasma (video)

Chi come me ha vissuto un vero e proprio “esodo” all’inizio degli anni 80, guardando questo video è come se risvegliasse nella propria testa incubi messi in un cantuccio, con la cura e l’attenzione di non doverli (o volerli) rievocare mai più.
La Pozzuoli che conoscete adesso fino agli anni 90, questo era, un cumulo di tufo, case sventrate, notti senza luci. Priva di identità e cittadinanza, con un surrogato (Monterusciello) che avrebbero voluto imporci, come nuovo centro, la new town che avrebbe dovuto sostituire Pozzuoli, mentre “c’abbofavano ‘e cafè”.
Castel Volturno, Mondragone, Villaggio Coppola, Baia Domizia, per chi da bambino proprio lì è stato sfollato dall’area flegrea per il timore di una eruzione, davano l’illusione di una vacanza lunga il tempo necessario a far cessare l’allarme. Uno, due, tre, cinque anni vissuti in un’area destinata alle vacanze per la nuova, ricca borghesia napoletana e casertana.

Per la borghesia napoletana, avere una casa a Baia Domizia costituiva un traguardo raggiunto verso l’emancipazione economica. Per noi, sfollati, terremotati (come ci chiamavano con finta compassione, era il feticcio della provvisorietà.

Di quegli anni ricordo i primi immigrati che lavoravano nei campi, cotti dal sole. Chissà perché si chiamavano tutti “John”. Nei loro volti riuscivi a distinguere i denti bianchissimi che ci insegnavano che il mondo in cui crescevamo non era fatto solo di “visi pallidi” come il nostro.

Lavoravano insieme a tanti contadini locali, perché è una balla che si autoalimenta quella che in queste aree “gli italiani non vogliono fare questo lavoro”. Di quelli che restano, tanti fanno i coltivatori diretti. Come i loro padri ed i nonni prima di loro. Qui la “terra” non è una vergogna da scrollarsi di dosso. Certo la sipteva sempre vendere ai signori incravattati che poi ci seppellivano monnezza tossica. Ma questa è un’altra storia.

Alcuni immigrati facevano gli spazzini anche. Il figlio di qualcuno di loro veniva a scuola con noi. “Città dell’uomo” ammoniva una scritta all’ingresso di un parco residenziale del Villaggio Coppola. Per anni mi sono sforzato di capire cosa volesse comunicare. Ma ha smesso anche lui di capirlo. Oggi quello stesso cartello è un pezzo arruginito e scolorito.

Questo video, di Antonio Saiello, dovrebbe guardarlo chi invoca vulcani ed esulta ai terremoti, perché abbia una percezione (minima) di cosa vuol dire vedere arrivare l’esercito a sfollare un’intera città, obbligando chiunque a lasciare qualsiasi cosa ed andarsene via, in un altrove fatto di ricordi ed odori di quanto si lasciava.
Poi ci sono le ragioni latenti, quelle taciute, quelle della politica e quelle che volevano mettere le mani sulla città.

 


27
Ago 17

I Verdi contro l’Osservatorio Vesuviano: via i vertici. Siete d’accordo?

Pur difendendo la professionalità di un ente scientifico, non può passare sotto silenzio (come sta succedendo in questi giorni) il fatto che chi è preposto al monitoraggio delle aree sismiche del nostro Paese commetta degli errori, se ne accorga (sollecitato da altri studiosi) e li rettifichi con 4 giorni di ritardo.

Tanto più se certe incongruenze erano già state poste in evidenza da alcuni vulcanologi nell’immediatezza del sisma di Ischia (Ortolani, Boschi, Luongo).

Interpellata, l’INGV mi ha risposto che certi calcoli sono suscettibili di rielaborazione e correzione. Non comprendo allora per quale motivo vengano diffusi a tutta la popolazione, in maniera approssimativa nell’immediatezza dell’evento (alimentando il repertorio di complottisti e complottari), e non soltanto agli enti preposti alla Protezione Civile (cui pure è stato consegnato un dato completamente errato sull’epicentro del sisma). Perché lasciare noi, volgo ignorante, ad elaborare l’esegesi del dato ogni volta che ci viene offerto?

I Verdi hanno deciso di chiedere la testa dei vertici dell’Osservatorio Vesuviano (e perché non anche quello dell’Ingv?)

Un intervento assolutamente tardivo, come confermato anche dal professore Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Osservatorio, e da numerosi esponenti della comunità scientifica, che ha contribuito a criminalizzare la comunità ischitana e che ha fatto perdere di credibilità il più antico osservatorio vulcanologico del mondoIl corretto monitoraggio delle aree sismiche e vulcaniche della nostra regione – si legge ancora nella nota dei Verdiè condizione indispensabile per mettere in atto adeguate politiche di prevenzione e sicurezza dei territori oltre ad avere un forte impatto sulla serenità delle popolazioni e sul tessuto commerciale di molti comuni della provincia di Napoli. La credibilità dell’ente di monitoraggio è fortemente compromessa così come l’immagine di Ischia anche a causa di dati divulgati assolutamente sbagliati. Eppure ogni anno vengono spesi milioni di euro per svolgere queste rilevazioni.

Per questo chiediamo che sia riattivato immediatamente l’Osservatorio di Casamicciola, realizzato dopo il terremoto del 1883 la cui ristrutturazione è stata finanziata dalla Regione Campania (leggi qui). Ringraziamo, infine il professore Luongo per essere intervenuto personalmente all’incontro con i cittadini e con gli amministratori comunali, portando un contributo fondamentale per fare chiarezza sull’accaduto e su cosa si deve fare per mettere in sicurezza il territorio e supplendo alla disinformazione scientifica di questi giorni”.

PS: il 15 giugno scorso il sistema dell’INGV aveva “prodotto” un inesistente terremoto 5.1 in provincia di Macerata. In quel caso “ l’errore sarebbe stato determinato da un malfunzionamento di sistema che ha determinato una errata lettura dei dati: in realtà alle 5:17:46″ la scossa realmente avvenuta è stata di magnitudo 1.6 con epicentro 1 km a nord di Pieve Torina (Macerata).
Il terremoto non è stato avvertito dalla popolazione e non ha determinato alcun danno. L’indicazione della scossa 5.1 è rimasta ben visibile ed evidenziata in grassetto sul sito dell’Ingv per oltre mezzora. Poi è stata cancellata e sostituita con quella di magnitudo 1.6.
Secondo quanto si apprende da fonti della Protezione civile delle Marche, un terremoto di magnitudo 5.1 sarebbe effettivamente avvenuto nei minuti concomitanti alla scossa di magnitudo 1.6 registrata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) a Pieve Torina (Macerata), ma nelle Filippine: questo potrebbe aver causato una sovrapposizione di dati che ha generato l’errata indicazione sul sito web dell’Ingv.”

 


12
Ago 17

Tutto a posto, una medaglia e una stretta di mano certificano che a Napoli “è bellissmo”

Diciamo la verità, il masterpiece giornalistico della settimana agostana è stato una lettera in cui si riconosceva la non bestialità dei napoletani e la bellezza di Partenope. ‘O sole, ‘ o mar, e quant’è bella Napoli, benvenuti al Sud, ‘a pizza, ‘o mandulino, la zizzona di Battipaglia, uè uè.
 
E a dirlo è stata una ragazza trevigiana. Bene, bello. La lettera diventa virale, la pubblicano pure il corriere del Mezzogiorno, il Mattino e tutti i blog e i sitarielli presi dall’orgasmo del riconoscimento di civiltà.
 
Pure ‘o Sinnaco si è eccitato per la cosa e ha regalato le medaglia della città di Napoli alla ragazza. A quel punto l’avrei data pure al salumiere Ciro Scarciello, che forse se la meritava pure lui e a tutti gli imprenditori che denunciano il pizzo.
E l’avrei data anche a tutti i ragazzi che alle 15 dei giorni festivi si imbarcano sugli autobus da Piazza Garibaldi con i borsoni del calcetto (che pure serve per trovare lavoro) carichi di mozzarella e lacrime, costretti ad emigrare. I primi ambasciatori di Napoli nel mondo.
Intendiamoci, fin quando il feedback resta nell’alveo della espressione intima e personale va benissimo. Ma quando assume tinte istituzionali può diventare grottesco, perché finisce per dare l’impressione di voler premiare la narrazione oleografica e compiacente.
 
Una medaglia, appunto. Un po’ come se Martin Luther King avesse dato una medaglia a una ragazza dell’Alabama che avesse scritto che i “negri” non sono poi così selvaggi come sembrano. E che nelle piantagioni di cotone per qualche mese si può pure vivere bene, perché l’aria è pura e si sta a contatto con la natura.
 
Nel frattempo, a Napoli, continuiamo a pagare l’RC auto più cara d’Italia e il costo del denaro è più alto che a Treviso. Ma a chi lo denuncia da anni non viene data alcuna medaglia.
E allora, visto che pure Michael Jackson è morto,
“Caro Bob Dylan

Tu che canti in casa Reagan
Quando c’è Gromiko oppure Gorbaciov
I soldi di quattro teste nucleari, falli mandare qui for Italy

Appena puoi mandaci i danari
Perché senza danari son cazzi amari
E allora tu mandaci i danari
Anche i tuoi personali e di Diana Ross”

(agli Squallor avrei dato il Nobel, altro che una medaglia)

‘O sole, ‘o mare…

05
Ago 17

Chiude l’ennesima pagina indecente su Facebook. Serve segnalare?

 

In principio fu un post della seguitissima pagina Average Italian Guy che, nel luglio del 2013, così commentava la tragedia dell’autobus precipitato in Irpinia: Precipita autobus vicino ad Avellino. 40 morti tra cui nessun italiano.

L’indignazione fu altissima e culminò, perfino, in una interrogazione parlamentare.

La vicenda scosse tutti, sebbene, sin dall’ apertura di Facebook, pagine dal contenuto discutibile siano sempre esistite. La reazione generò una ricerca spasmodica degli autori e degli admin di quella pagina: nel giro di 48 ore furono pubblicati i loro volti e si scoprì che si trattava di 3 ragazzi siciliani i quali addussero come motivazione a quello status, “il black humor“. La pagina fu chiusa. Ha riaperto qualche tempo dopo, correggendo la “linea editoriale” e perdendo, di fatto, moltissimi follower.

Selvaggia Lucarelli da qualche anno combatte il fenomeno rendendo pan per focaccia aicyber bulli di Facebook, pubblicando chat segrete, volti, nomi e cognomi degli admin delle pagine (e di quegli utenti) che, a suo parere superino il limite, talvolta davvero sottile, tra ironia, sessismo, razzismo e stupidità. Anche il giornalista Gianluca Nicoletti risponde personalmente ai propri haters.

Le pagine che vengono aperte sulla base di pregiudizi e stereotipi anti napoletani sono quelle che suscitano sempre maggior seguito e dibattito. Per questo spuntano come funghi. Chi ne commenta i contenuti spesso non comprende che ogni post che appone in calce a foto e meme, finisce per alimentare il gioco perverso della notorietà degli autori della pagina. Come una mosca sulla carta moschicida diventa vittima, a sua volta, e “materiale” che i troll useranno come soggetto.

La domanda che spesso ci si pone, mentre si cerca il “cuggino alla Postale”, è : tutto ciò è legale? Perché Facebook non rimuove quanto viene segnalato?

Partiamo dall’ultima risposta. Ecco cosa scrive il colosso dei social al riguardo:

“Quando viene segnalato qualcosa a Facebook, lo analizziamo e rimuoviamo tutto ciò che non rispetta gli Standard della comunità di Facebook. Manterremmo la riservatezza per quanto riguarda il tuo nome e altre informazioni personali se contatteremo il responsabile.Tieni presente che la segnalazione di contenuti a Facebook non ne garantisce la rimozione. Potresti vedere un contenuto che non ti piace su Facebook, anche se rispetta le Condizioni di Facebook.”

In parole più semplici, è impossibile controllare il gran numero di segnalazioni che quotidianamente giungono al signor Zuckerberg. L’unico intervento rapido ed efficace è quello che segue all’azione dell’autorità giudiziaria (d’ufficio o a seguito di una denuncia). In quel caso, anche nel giro di poche ore, le pagine vengono chiuse insieme ai profili (fake o reali) degli amministratori e si prosegue con l’attività di indagine (che da il via al procedimento penale che può culminare con una archiviazione o un rinvio a giudizio a carico dei creatori dei post).

Da qualche giorno due pagine hanno suscitato scalpore e indignazione ne web (non le citerò per non alimentarne la diffusione e la pubblicità). Entrambe prendevano di mira, purtroppo, persone decedute. L’unico elemento in comune delle vittime, ça va sans dire, l’origine partenopea. Una è stata chiusa. L’altra, con poco più di una trentina difollower (davvero poca roba), prosegue con una condotta che senza dubbio configura (anche) fattispecie penalmente rilevanti. Entrambe le pagine sono state chiuse a seguito delle denunce e delle segnalazioni degli utenti.

L’avvocato Angelo Pisani, legale della famiglia di Ciro Esposito, la cui memoria, insieme all’immagine della madre, veniva fatta oggetto di dileggio e diffamazione proprio su una di queste  pagine, si trova suo malgrado ad essere rappresentato tra le foto del profilo. Pisani è stato tra i primi artefici della chiusura di una pagina gemella, facendosi promotore di una richiesta di risarcimento per le vittime vilipese dagli amministratori della pagina ormai cancellata.

Lo ripetiamo, non si tratta di black humor, tutt’altro, nella migliore delle ipotesi si ipotizza il reato di diffamazione.

“Chi scriveva su quella pagina, verosimilmente, si trova in America”, sostiene Pisani (comunque non in Italia o, molto più probabilmente scrive con un sistema che, prima facie, travisa la reale origine geografica, come Tor ad esempio, ndr) . Ciò quanto risulterebbe dalle prime indagini, il che lascia supporre che, d’ufficio o a seguito di una denuncia, l’Autorità Giudiziaria italiana ha cominciato a muoversi.

L’Avvocato Pisani ci fa inoltre sapere che la famiglia di Ciro è pronta a sporgere formale denuncia, contro l’autore e gli editor della pagina.

Negli ultimi anni la sensibilità e l’azione nei confronti di queste condotte che si sviluppano nell’universo social, da parte della magistratura, sono notevolmente aumentate. Nonostante Facebook, la cui latenza e torpore (meglio sarebbe dire, colpevole inerzia) finiscono per indebolire commercialmente il brand del social americano. Per questo motivo, qualche mese fa, è stata annunciata l’implementazione di una task force volta a reprimere, nel modo più rapido possibile, episodi di razzismo e bullismo.

L’impressione, tuttavia, è che senza le denunce all’autorità giudiziaria,senza l’intervento della magistratura, quelle pagine sarebbero restate al proprio posto. Ed è per questo motivo che l’Avvocato Pisani ha deciso di denunciare anche Facebook.

Il consiglio per gli utenti è di evitare ci commentare i post di tali  agina perché si finisce per fornire ulteriore materiale all’evidente idiozia. Non solo. Ponete accorgimenti maggiori alla privacy del vostro profilo, rendendo le foto visibili solo agli amici. Infine, per porre fine a fattispecie lesive della vostra dignità o riservatezza, basta recarsi in una qualsiasi stazione dei carabinieri, o della polizia, e sporgere denuncia. E’ l’unico modo per difendersi da chi, contro la noia, con l’anonimato cerca di trovare alternative all’onanismo compulsivo.

 

(da Identità Insorgenti)


01
Ago 17

Noi, quarantenni sfigati che siamo rimasti in Italia

I toni trionfalistici sui dati della disoccupazione pubblicati ieri dall’Istat, mi hanno fatto ricordare di quando il Ministro Poletti invitò i giovani a restare in Italia, cercando lavoro tra una partita di calcetto e l’altra. Aveva ragione lui : tra prof terroni emigranti e centraliniste laureate, infatti, si svuota. Nessuno gioca più a calcetto.

La prima storia è di Valentina, laureata con lode in Scienze della Comunicazione, master, stage, cocopro, cococo, coccodè, esperienza pluriennale, no perditempo, tel ore pasti, max 30 anni. Si è mossa dal natìo borgo selvaggio per cercare fortuna altrove, come tanti suoi coetanei. Raggiunta la Capitale, si dà da fare e fa pure carrriera nell’ufficio comunicazione e marketing di una piccola azienda marchigiana che opera nel settore delle calzature ed esporta in tutto il mondo. Per nove anni. Valentina ci crede eccome, poi arriva la crisi ed inizia a mordere. A Settembre l’azienda chiude e Valentina inizia a passare gran parte delle notti insonni a cercare un’alternativa che le consenta quanto meno di pagare l’affitto, in nero, della propria stanza umida sulla Tuscolana.

Il 70% degli annunci ti confondono con manager, account, inbound, outbound, benefits, senior, junior e alla fine è solo un modo un pò british per di dire che cercano un povero Cristo laureato, magari pure col master, quasi sicuramente terrone, che deve stare 4 ore a convincere la gente a cambiare il proprio operatore telefonico, energetico, assicurativo, bancario, razzi, mazzi e compagnia bella. Se poi ci riesce e manda un collega a far firmare il contratto guadagna 5 euro lordi. Che si aggiungono ai trecento lordi mensili di stipendio. Trecento euro che poi diventano duecento e rotti netti. In alternativa c’è interpretare il ruolo del rompiscatole porta a porta, offerto sempre dalle agenzie di cui sopra (spuntano come funghi), che va a vendere aspirapolvere (“con brevetto Nasa”, ve lo giuro dicono proprio così) o a proporre contratti. Per il primo mese ti danno 900 euro. Poi ti pagano a provvigioni solo se sei riuscito ad intortare il poveretto di turno a cambiare il fornitore del gas o della luce. Porta a porta o negozio negozio (come rispose un selezionatore serafico all’aspirante di turno che gli obiettò “ma al telefono mi avevate detto che non era un porta a porta altrimenti non ci sarei proprio venuto!”). Per NOVE ore, però c’è la pausa pranzo e la benzina pagata (azz!!).

Ci sono anche quelli più fortunati. Come Concetta, della provincia di Caserta. Di cui vi ho già parlato da qualche parte.

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Altri Telemaco, insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso, in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.