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31
Dic 13

Le 50 città più pericolose al mondo

Sembra strano anche a voi? Vi meravigliate che non ci siano Napoli, Bari, Palermo e Reggio Calabria?  Io non mi meraviglio, dunque, vediamo di sfatare anche qualche altro stereotipo, prima che Repubblica si inventi un altro titolo ansiogeno.

Ecco dove si trovano le 50 città più pericolose al mondo.

Traffico di droga, guerre fra gang, instabilità politica, corruzione e povertà hanno reso l’America Latina il posto con il maggior numero di omicidi al mondo. Conta il 9% della popolazione mondiale eppure, secondo le Nazioni Unite, ha il 28% di omicidi al mondo. La percentuale più alta è a San Pedro Sula, in Honduras, con 169 omicidi ogni 100.000 persone. Sul podio ci sono anche Caracas e Acapulco.

Quarantuno fra le cinquanta città più pericolose del pianeta sono latinoamericane. Quasi tutte brasiliane, venezuelane o messicane. Al 17° posto c’è la statunitense New Orleans, seguita da Detroit, St. Louis, Baltimora e Oakland. Nella lista c’è inoltre la sudafricana Nelson Mandela Bay, nome che qui non è affatto una garanzia. (businessinsider.com)


30
Dic 13

«Gli italiani e i napoletani? Troppo pigri per lavorare»

Venghino siori, venghino al circo Barnum del luogo comune, dello stereotipo un tanto al chilo, venghino al multiforme bestiario dei cliche,  laddove ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao, mentre le mucche lilla producono cioccolata al latte.

Sapete perché «gli italiani sono così bassi»? La risposta alla barzelletta è questa: «La mamma dice di non crescere, altrimenti, se diventano alti, devono andare a lavorare». E ancora: possibile che un «napoletano» — per estensione, un «meridionale» — «svolga più lavori»? No, visto che «non hanno voglia di farne nemmeno uno».

«Gli italiani e i napoletani? Troppo pigri per lavorare»

 

E chi è l’arguto comico capace di sfornare simili ceselli di introspezione e sagace ironia degna del miglior Woody Allen? Signori, nientepopodimeno che Alexander Tschäppät, sindaco di Berna, che ha dato sfoggio delle sue ottime doti oratorie e comiche (a proposito, quando qualcuno gli ha fatto notare che diceva qualcosa di quanto meno inopportuno s’è limitato a dire che la battuta sulla statura degli italiani è una ricostruzione del dialogo tra due poliziotti increduli di fronte alla confessione di un immigrato napoletano multilavoratore) nel corso di uno spettacolo di cabaret. Battute tra l’altro apprezzatissime dal pubblico.

Ringraziamo il sindaco per la performance e per l’esibizione dall’altissimo contenuto culturale ed etnocomico, soprattutto rendiamo onore alle sue larghissime vedute ed allo spirito di integrazione che pare impregnarne e caratterizzarne l’azione politica.

Insomma se noi campani pensavamo d’aver toccato l’apice della statura politica con Giggin a Purpett, non possiamo far altro che ricrederci e (doverosamente) chinare il capo dinanzi a cotale novello Montesquieu capace di imporsi anche a Giggino per le attitudini dialettiche che lo pongono, senza dubbio, nell’olimpo dei think tanker internazionali.

Confidiamo nell’invito del sindaco al prossimo spettacolo di scorreggia con l’ascella cui, siamo certi, non mancherà di dare dotta e consumata prova agli astanti.


30
Dic 13

“Il terremoto infinito: vacanze di paura al Sud”: i titoli al cardiopalma del gruppo editoriale L’Espresso

Continuano i titoli al cardiopalma del gruppo editoriale L’Espresso. Dopo “bevi Napoli e poi muori” del settimanale, oggi è il turno de La Repubblica, il quotidiano della casa: “Il terremoto infinito: vacanze di paura al Sud”.

Che poi secondo me è stato fatto giusto per solidarietà ai ricchi vips bloccati dal blackout a Cortina, come a dire “vi lamentate voi? Pensate ai poveri turisti al Sud e a Piedimonte Matese (che notoriamente è un pò la Cortina d’Ampezzo della Campania, no?).

Per fortuna il terremoto di ieri non ha fatto nè danni nè vittime e ciò ha evidentemente condotto a deficit di sensazionalismo e crisi d’astinenza da armageddon, molte redazioni (in particolare quelle delle all news che ieri sera dalle 18 erano in fibrillazione e cercavano assolutamente la notizia,con relativa immagine, almeno di qualche solaio caduto, salvo poi mandare a ciclo continuo il video amatoriale di QUATTRO (leggasi 4) persone in strada a Napoli che magari stavano lì per cavoli loro di rientro da una visita parenti di routine).

Insomma se è passata in cavalleria la storia dell’acqua e della monnezza, bisognava pur trovare qualcosa per allarmare e condurre in paranoia i turisti last minute del Capodanno. E si poteva ridurre tutto al solo Molise e Campania? No. The panic maker necessita di grandi palcoscenici e scenari globali. Ed il terremoto infinito (sic!!) assume una scala più imponente, nel tempo e nello spazio, ed “europea” se riguarda addirittura tutto il Sud.

Marco Esposito, giornalista del Mattino, dalle sue pagine Faceook immagina un simpatico dialogo redazionale a tal proposito:

Conosco bene, da giornalista, questo meccanismo. Quando accade qualcosa in un posto avvertito come lontano (tipo lo Tzunami in Thailandia) non bastano le centinaia e sovente neppure le migliaia di morti per spuntare qualche riga sul giornale. Ma se sono coinvolti dei turisti italiani il grado di attenzione cambia.

E’ un meccanismo cinico ma se si vuole naturale.

Però per un giornale come Repubblica, che si occupa quindi in primo luogo di cosa accade nella Repubblica italiana, un terremoto nel Matese dovrebbe valere quanto una scossa a Roma o a Rovigo. Invece per un meccanismo riflesso, quel che accade al Sud è comunque letto come un altrove.

E allora immagino il dialogo a Repubblica:

– Che facciamo con il terremoto? La mettiamo la notizia in prima pagina?
– Ci sono stati morti?
– No, ma molta paura: la botta è stata forte.
– Non si sono ancora abituati? Quella è terra ballerina…
– Sono scesi tutti in strada, anche i turisti.
– Ah, vero, i turisti. E allora facciamo così: fai scrivere a qualcuno dei nostri in vacanza da quelle parti un racconto e titoliamo “Vacanze di paura al Sud”.

Repù, sient a me, keep calm…


28
Dic 13

Einaudi: “É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità “

Questa citazione vale la pena ricordarla a chi ha la memoria corta. A chi ci ha definito “terroni e parassiti sociali”.

Così giusto per ricordare, ogni tanto, i paradossi che alla fine di ogni storia riserva la Nemesi.

Questa citazione è di Luigi Einaudi, uno dei padri della Repubblica Italiana

É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici. (da Il buongoverno)


28
Dic 13

Perchè nessun euro ai reduci delle guerre puniche?

Come ebbe a dire l’illustre senatore Dell’Utri , intervistato un anno fa alla Zanzara, ” di Garibaldi non si può e non si deve mai parlare male”. Col capo chino dinanzi a questo brocardo risorgimentale, certi che anche lo stesso Garibaldi sarebbe d’accordo con noi, dopo aver letto dei rilievi di Stefano Sansonetti su “lanotiziagiornale.it”, ci chiediamo: ma in tempo di crisi, di tagli, di asili senza carta igienica, di un patrimonio artistico e culturale che cade a pezzi, vale ancora la pena versare 10.800 euro all’associazione veterani e reduci garibaldini?

Non me ne vogliano, i veterani e i reduci (sic!) ma se lo stesso ex Ministro Tremonti, illo tempore, incluse l’associazione insieme ad altre 231, tra quelle sostanzialmente “poco utili” cercando di sottrar loro finanziamenti pubblici, un motivo ci sarà.

Mi si potrebbe obiettare che si tratta solo 10800 euro. Spiccioli, insomma. In realtà gli emolumenti corrisposti a 16 associazioni di combattenti e reduci che attraversano la storia ammontano, nell’ anno 2012, ad esempio a 674 mila euro (fonte: lanotiziagiornale.it).

Io sono convinto che se si chiedesse agli stessi combattenti e reduci, al cui nome le associazioni sono intitolate, se sono d’accordo a trasferire quei fondi per la ristrutturazione di scuole o beni culturali, non esiterebbero un istante di più ad accondiscendere. In fondo sarebbe il senso che ha sotteso a ciò per cui hanno lottato.

Come scrive lo stesso Sansonetti: è vero che parliamo di finanziamenti previsti dalla legge, per i quali si attinge dal bilancio dei dicasteri. Ma è altrettanto vero che i ministeri possono deciderne l’entità. O addirittura la cancellazione.

Senza scendere nel merito delle finalità, non sarebbe più ragionevole accorpare tutte queste associazioni in un ente unico, beneficiario di un unico finanziamento, in grado di mantenere medesimi fini (che sono più o meno omogenei) e strutture?

Anche perchè, seguendo questo principio, ed andando a ritroso nel tempo (ironicamente e provocatoriamente) mi verrebbe da inalberarmi perchè nel decreto “salva Roma” non c’è  alcun emolumento per i reduci delle guerre puniche. E che sono più fessi degli altri?


27
Dic 13

Nicola Gratteri: così fu fatta l’Unità

Così qualche anno fa Nicola Grattieri, magistrato antimafia calabrese, nel corso di un convegno, parlava di come fu fatta l’Unità di questo Paese.

Non discussa. Mai politicamente cresciuta sulla diffusione della verità nella interezza dei fatti. “Imposta” come dice Gratteri.

Il fenomeno mafioso, elevato a “sistema” trae origine da quegli anni e da trattative figlie di una “ragion di stato” mai definitivamente compresa e condivisa.

Un invito ad ascoltare e riflettere.


26
Dic 13

I costi dell’Unitá secondo Nitti

Questo vecchio scritto del 1900, dimostra che in più di 153 anni nulla è stato fatto per rendere realmente unito questo paese. non solo. Ah per la cronaca il suo autore, Nitti, era un socialista non neo borbonico.

“Il grande dissidio della vita italiana. L’Italia del Nord e l’Italia del Sud. Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi,non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d’Italia; la seconda è che lo sviluppo dell’Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizii in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. Quando per la prima volta sollevai la questione del Nord e del Sud e cercai farla passare dal campo delle affermazioni vaghe, in quello della ricerca obbiettiva, non trovai che diffidenze.
“Molti degli stessi meridionali ritenevano pericolosa la discussione e non la desideravano. Poichè appartengo a una razza di perseguitati e non di persecutori, ho appunto perciò maggiore il dovere della equità; e trovo che a quaranta anni di distanza cominciamo ad avere, non solo l’obbligo, ma anche il bisogno di giudicare senza preconcetti. Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a
grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d’animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche.
“I primi deputati meridionali, scelti presso che tutti fra i patrioti più notevoli, ignoravano quasi completamente il Mezzogiorno. Erano in gran parte ideologi; antichi profughi; avvocati, maestri della parola e viventi di vecchie tradizioni letterarie. Da dieci anni la ricchezza dell’Italia settentrionale è grandemente cresciuta; nel Mezzogiorno vi è invece arresto e in qualche provincia vi sono anzi tutti i sintomi della depressione. La Lombardia, il Piemonte e la Liguria, godendo tutti i benefizi di un regime doganale fatto quasi ad esclusivo loro benefizio, dopo avere goduti i frutti di una politica finanziaria, che per quaranta anni riserbava ad essi i maggiori benefizi e al Sud i maggiori danni, sono in trasformazione profonda; sicchè il distacco fra il Nord e il Sud si accentua. E qualunque finzione per negare, non serve a nascondere la verità, che si manifesta in tutte le forme.
“Quando nel 1860 il regno delle due Sicilie fu unito all’Italia, possedeva in sé tutti gli elementi della trasformazione. L’Italia meridionale aveva infatti un immenso demanio pubblico. Le imposte dei Borboni erano mitissime e Ferdinando II avea cercato piuttosto di mitigarle che di accrescerle. Le accuse che Antonio Scialoja movea alla finanza borbonica, esaminate ora onestamente, sulla base delle pubblicazioni ufficiali, non resistono alla critica. Dal 1820 al 1860 il regime economico e finanziario dei Borboni determinò una grande capitalizzazione. Il commissario governativo mandato a Napoli da Cavour, dopo l’annessione, il cavaliere Vittorio Sacchi,riconosceva tutti i meriti della finanza napoletana, e nella sua relazione ufficiale non mancava di additarli. All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme.
“Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro;furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. Gl’impieghi pubblici furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona.
“Ebbene: dal 1860 a oggi i 56 miliardi che lo Stato ha preso ai contribuenti sono stati spesi in grandissima parte nell’Italia settentrionale. Le grandi spese per l’esercito e per la marina; le spese per il lavori pubblici; le spese per i debiti pubblici; le spese per tutti gli scopi di civiltà e di benessere, sono state fatte in grandissima parte nel Nord. Perfino le spese fatte nel Mezzogiorno furono in gran parte erogate per mezzo di ditte settentrionali.
“Ho un elenco quasi completo dei grandi appaltatori dello Stato dopo il 1862; non figurano che pochissimi meridionali. Le grandi fortune dell’Italia settentrionale sono state compiute mediante lavori pubblici o forniture militari; la storia del regime ferroviario da venti anni a questa parte, (la conversione delle obbligazioni tirrene è classico esempio) spiega non pochi spostamenti di ricchezza. Anche le tendenze imperialiste del Sud, frutto più che di ogni altra cosa, di ignoranza, sono state sfruttate ( ironia dei fatti!) da grossi interessi del Nord.
“La pochezza dei rappresentanti del Mezzogiorno e la confusione delle idee è stata tale che, per tanti anni, si è detto e si è pubblicato nella Camera e fuori che il Mezzogiorno pagava poco e viceversa otteneva il maggior benefizio delle spese allo Stato!In altri termini si è aggiunta la ironia crudele al danno; ironia dei fatti, se non delle intenzioni.[Ora dalle mie indagini risulta che, proporzionalmente alla sua ricchezza, il Sud paga per imposte di ogni natura assai più del Nord; e viceversa lo Stato spende molto meno].
“In queste landa la civiltà non è rappresentata spesso che dai carabinieri; e il Governo non appare che sotto le forme della prepotenza e della violenza, costretto, per conservare i suoi feudi politici, a consegnare ogni provincia, ogni zona nelle mani dei peggiori avventurieri parlamentari. Si credeva che le grandi spese per lavori pubblici fossero state fatte nel Mezzogiorno e ho dimostrato che non è vero; si credeva che i meridionali avessero invaso gli impieghi e ho trovato che tra gli impiegati il minor numero era di meridionali.La trasformazione rapida dell’Italia del Nord non è suo merito: è conseguenza di condizioni storiche e geografiche evidentissimi. E così anche la depressione del Sud non risponde ad alcuna necessità etnica; ma solo a condizioni che possono mutare e che noi crediamo dovranno mutare.
“Le prime grandi industrie che sono sorte nel Nord sono state fatte nella più gran parte da francesi, da tedeschi, da svizzeri: il libro d’oro dell’industria e del commercio di Lombardia abbonda di suoni gutturali e di desinenze aspre. Ora, invece, l’Italia meridionale è rimasta medioevale in molte province, non per sua colpa,ma perchè tutto l’indirizzo della politica interna, economica e doganale hanno determinato questo fatto. Tra l’Italia del Nord e l’Italia del Sud è ora più grande differenza che nel 1860: e, mentre la prima si avvicina ai grandi paesi dell’Europa centrale, per la sua produzione e per le sue forme di vita pubblica, la seconda ne rimane lontana, e, per la produzione sua, rimane anzi assai più vicina all’Africa del Nord.
“Sono tutte nel Mezzogiorno quelle regioni che non solo danno proporzionalmente alla loro ricchezza di più,ma quelle che ricevono meno in paragone di ciò che danno. Mentre le imposte sono dunque più aspre nel Sud, le spese sono in tutte le forme scarsissime. Si è detto e ripetuto sempre che lo Stato abbia fatto grandi spese per lavori pubblici nel Sud: ora, invece, ènel Nord che le più grandi spese sono avvenute. Le spese portuali, per le spiagge, per i fari, sono state e sono destinate quasi tutte al Nord: e così quasi tutte le altre spese. La massa degli impiegati dunque, alcontrario di ciò che si dice, è stata finora sempre dell’Italia settentrionale e della centrale; l’Italia meridionale e la Sicilia hanno avuto sempre nell’amministrazione dello Stato un’importanza scarsa.
“L’Italia meridionale, vivente degli impieghi, quale è stata dipinta, non è mai esistita: non si tratta che di una immorale leggenda. I confronti stabiliti in Nord e Sud fra Udine e Potenza: Alessandria e Bari; Verona e Avellino; Como e Salerno, dimostrano che povere province del Sud pagano tuttavia assai spesso più di ricche province del Nord, e che lo Stato, viceversa, fa minor numero di spese. La burocrazia nei più alti gradi era quasi esclusivamente composta di elementi settentrionali fin verso il 1880;anche ora è notevole la prevalenza di essi. La situazione tra il 1899 e il 1900 era questa: mentre l’Italia settentrionale rappresenta appena 36,8 di tutta lapopolazione del regno, ha 52,8 per cento di tutti gl’impiegati superiori: l’antico regno delle Due Sicilie,rappresentando una massa di popolazione superiore, cioè 37,9 ha appena 19,7 per cento dell’amministrazione centrale superiore. Tenendo anche conto del personale superiore del Ministero della guerra e della marina e degli ufficiali ammiragli, l’Italia settentrionale, che dice di combattere il militarismo,rappresenta 63,9 di tutto il personale indicato, l’Italia meridionale e la Sicilia, che hanno popolazione superiore, appena 13,5.

 


26
Dic 13

Parmalat 10 anni dopo: “pacco” all’italiana

Come è andato a finire uno dei più grandi “pacchi” della storia italiana? Quel “gioiellino” che produceva latte e che, con esperimenti di finanza creativa, ha finito per truffare centinaia di risparmiatori, erodendone il risparmio?

Dove sono e cosa fanno i protagonisti di una bella truffa made in padania, col buco più grande d’Europa?

Il Fatto Quotidiano, dieci anni dopo, torna ad occuparsene:

In casa Tanzi la famiglia dell’ex re del latte e i suoi più stretti collaboratori sono riusciti nella non facile impresa di ritagliarsi una vita tranquilla e agiata. Lontani dalle telecamere e dai giornali, ognuno dei protagonisti del crac Parmalat ha trovato infatti la propria dimensione. Tranne Calisto Tanzi che, ormai 75enne, ha sul capo 37 anni di condanne accumulate nei vari processi a suo carico tra primo e secondo grado di giudizio e sta già scontando 8 anni per aggiotaggio agli arresti domiciliari presso l’ospedale di Parma, mentre attende per la prossima primavera il verdetto della Cassazione sulla condanna a 17 anni e 10 mesi per bancarotta che potrebbe riportarlo in carcere. 

LA FAMIGLIA E I MANGER SI RICOLLOCANO. T&T, come vennero ribattezzati Tanzi e Tonna, non sono più insomma i vertici della multinazionale che dava lavoro a 36mila persone in tutto il mondo e poteva contare su un giro d’affari da oltre 6 miliardi di euro depurati dal dato falso dichiarato all’epoca, ma la coppia al centro del più grosso fallimento della storia economica italiana e del Vecchio Continente non è dietro le sbarre. “Qui mi vengono a trovare moglie e figli”, dichiarava Tanzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 17 ottobre. Stefano, il figlio di Calisto con la passione per il calcio, non lavora poi così lontano: dopo aver patteggiato almeno 7 anni tra un filone e l’altro del processo a Collecchio, ha trovato impiego alla Ceramiche Ricchetti degli eredi di Oscar Zannoni, imprenditore del distretto di Sassuolo scomparso nel 2009 e noto alle cronache finanziarie per aver fatto parte fin dalle origini del salotto buono di Mediobanca ed essere stato consigliere della FonSai dei Ligresti.

La sorella maggiore di Stefano, Francesca, ex numero uno dei villaggi Parmatour per il cui crac nel 2007 ha patteggiato 6 anni e cinque mesi (almeno 120 i giorni trascorsi in carcere), ha lasciato Parma ma è rimasta nel settore: qualche anno fa si è trasferita in provincia di Padova dove è ripartita gestendo un albergo, il Blue Dream Hotel di Monselice,  mentre sua sorella Laura vive una vita defilata fra l’Italia e la Svizzera. A far parlare di lei solo il marito Stefano Strini che, dopo essere stato coinvolto nel ritrovamento dei quadri da un centinaio di milioni nella cantina di famiglia, si è reinventato kebabbaro nel quartiere storico della movida di Parma. Scomparsa dalla scena finanziaria, poi, Paola Visconti, la figlia di Anna Maria, sorella di Calisto. Tra i protagonisti del film Il gioiellino sulla grande truffa di Collecchio, è stata l’unica donna ad aver fatto parte del consiglio della Parmalat ma sostiene di essere entrata subito in contrasto in contrasto con la gestione di T&T perché, raccontò ai pm voleva “un’amministrazione più moderna”. A lei fanno ancora capo il 2,9% della holding Coloniale in amministrazione straordinaria. Così come a Stefano fa riferimento una quota dello 0,97% oltre al 50% di Tourpart srl e al 2% di Utilitas srl (Gruppo Acqua holding sa).

Oltre agli eredi e a Tonna, si è ricollocata sul mercato anche la prima linea manageriale della Parmalat dei Tanzi. Come per esempio Gianfranco Bocchi, l’ex capocontabile che nelle ore del disastro su ordine di Tonna fece sparire la documentazione contabile del gruppo spargendola tra i cassonetti del territorio e il tritacarne di casa, dopo aver patteggiato tre anni e cinque mesi nel 2007, si è riciclato nella Rodolfi Mansueto, società della food valley parmigiana che deve le sue fortune al pomodoro. Insomma, processo e pene a parte, tutto sembra essere tornato alla normalità della tranquilla vita di provincia.

L’articolo completo


23
Dic 13

Terra dei Fuochi? No, Terra dei Cuochi: l’ebook con le ricette

Dal Vesuvio di rigatoni ai Vesuviotti di Gragnano, dalla Terrina di scarola ai Ravioli di fico bianco, dal Pan Cuott’ alla Genovese di baccalà. Sono alcune delle ricette inviate dagli chef campani e non che hanno risposto alla appello di Legambiente per Campania Terra dei Cuochi. Sono 27 le ricette con prodotti esclusivamente campani raccolte in un eBook scaricabile gratuitamente per promuovere il gusto, la qualità e la bontà dei prodotti della Terra Felix. Un regalo di Natale ricco di sapori e saperi dove ogni ricetta è accompagnata oltre che dagli ingredienti e dalla preparazione, dalla foto del piatto. L’eBook è dedicato ad Angelo Vassallo, sindaco pescatore.

Scarica l’ebook

Non avete più scuse per non comprare prodotti campani per ricette rigorosamente Made in Sud.


22
Dic 13

30: l’anima di Steve Jobs, ecco a voi la tombola napoletana per nerds

Stanchi di zia Concetta che dimentica i numeri già estratti? O di zio Totò che ruba i fagioli dal tabellone, per cucinare? Quest’anno siamo noi che diamo i numeri

Ecco la presentazione della prima tombola per geek, o nerd, o meglio per internauti che non schiodano il sedere dalla sedia neanche il giorno di Natale e che, tramite questo sito, si divertiranno col più classico dei giochi social: la Tombola.

Ma con numerose novità che cambiano i significati tipici della classica tombola napoletana.

E di certo avrà da ridire il purista nostrano se il 75 di Pulcinella diventa “telefono muort” (ovvero con la batteria scrica) o le gloriose “palle del tenente”, che facevano 30, sono dedicate all’anima di Steve Jobs. E il 34, che se non ricordo male era la testa, diventa “chill che se mette ‘o laik solo isso” (ovvero tutti coloro che su Facebook mettono “mi piace” a se stessi, alle proprie affermazioni o status). il 36 diventa o troll cacacazzo,

E il celebre 69 (o’sott e ncopp)? Diventa o’disoccupat ncopp a Linkedin

Venite anche voi a giocare qui…che io..ops..scusate..è uscito 71…l’omm e merd? No..o senza fil (il wifi),