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Bònasera grazie e banvenuti a un’altra puntate del processo più amato dagli italiani

“Bònasera grazie e banvenuti a un’altra puntate del processo più amato dagli italiani”, così esordiva, con accento marcatamente terrone, l’unico forse che mandando a fanculo la dialettica, ed in qualche caso la grammatica e la sintassi, rappresentava uno squarcio di sud sfacciato sulle ingessate reti Rai.

Aldo Biscardi, il moviolone, la buonanima di Maurizio Mosca e tutta l’allegro circo Barnum che lo circondavano erano l’ultimo retaggio degli anni 80, con propaggini fino ai 90, che ci hanno definitivamente manco a farlo a posta proprio all’ indomani dell’introduzione del Var, ovvero di quella moviola in campo che il buon Aldo invocava, ogni dannatissimo lunedì sera, come panacea di tutti i mali del pallone.

Dante Alighieri scriveva che il Padreterno aveva mandato suo figlio a farsi giudicare dalle leggi romane perché avevano rappresentato il punto storico più alto del diritto fino a quel momento. E il figlio di Dio non avrebbe potuto e dovuto che farsi condannare che dalla migliore giurisdizione possibile, a quel tempo.

E non sarà stato certamente un caso che il Padreterno abbia voluto proprio Biscardi a “giudicare”, al suo Processo, i primi due (ed unici) scudetti napoletani e, soprattutto, a essere Cassazione per le giocate di D10S in terra. Ne parlava con malcelata soddisfazione tanto che più d’uno aveva avanzato l’ipotesi che lui, nato a Larino, in provincia di Campobasso, fosse in fondo tifoso del Napoli, pronto a conservarsi a fine trasmissione, con Maurizio Mosca, durante i primi anni ’90, tutti gli “sgup” e le “bombe di mercato” che riguardavano il Napoli di Ferlaino.

Insieme a Sandro Ciotti ed Enrico Ameri, popolava il pantheon del mio giornalismo sportivo, ponendosi accanto ai primi due senza alcun timore reverenziale, sebbene fossi costretto a cambiare canale ogni volta che mia madre, il lunedi sera, passava davanti alla seconda televisione che avevamo in casa. Diceva che “parlava in dialetto” e non sarebbe stato un buon esempio per le mie aspirazioni.

Chiamatela reazione e scontro generazionale, ma ho continuato a seguire Aldo Biscardi fino alle sue ultime trasmissioni condotte sulle reti private, quando il peso dell’età ne precludeva i consueti slanci e le invettive da Savonarola contro i complottisti che impedivano la moviola in campo. Godendo della stima dei potenti (indimenticabile la prima telefonata di Berlusconi, in diretta al processo) che riconoscevano al Processo (quello originale, come amava dire Biscardi) la capacità di fare opinione, in maniera non sobria, ma volutamente urlata. Primi vagiti di un giornalismo rumoroso che sarebbe poi diventato consuetudine e normalità.

Fu proprio grazie a quel giornalista con la testa color carota che, appena adolescente, riuscii, io che dalla provincia mi spostavo a Napoli al liceo, a rompere quel muro di indifferenza e diffidenza dei miei compagni di classe. Proprio quando, al cambio di professore, tra l’ora di italiano e quella di greco, dalla quarta alla quinta ora, invaso da non so quale demone della drammaturgia, mi avvicinai al proscenio su cui giaceva la cattedra. Due colpi sulla superficie di legno per richiamare l’attenzione del pubblico e poi “Buonasera, grazie e banvanuti al Moviolone di Biscardi”, con la mano destra che introduceva l’ingresso esterrefatto della prof.

La mia prima nota sul registro e l’applauso del pubblico pagante.

Buonanotte, Aldo, anzi, buonasera, riporta a Maurizio Mosca il suo pendolino.

Contributo realizzato per Identità Insorgenti

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