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…E non chiamateci più “terroni”

Sull’onda del video del ciclista che insulta gli spettatori, “terroni” li chiama, voglio sottoporvi una piccola riflessione. Innanzitutto non è che l’origine territoriale può costituire una esimente sull’emissione di un’insulto. Non è che perchè sono campano o laziale l’offesa, perchè di offesa si tratta, è meno grave che se imposta da chi proviene dalle latitudini ove la parola stessa è nata.

Se pure la Corte di Cassazione la ritiene ormai una lesiva espressione di discriminazione territoriale, vuol dire che pure tutte le ipotesi (leggende metropolitane o pezze a colore tipiche del bigottismo italiano che così suole lavarsi una coscienza intimamente razzista) sulla presunta origine del termine (proprietario terriero, latifondista e amenità del genere) hanno smesso di avere ragionevole cittadinanza.

Il termine è offensivo e denigratorio, senza se e senza ma. Perchè reca con sè il peso ed il retaggio di esperienze, storiche e sociali, dolorose, per un popolo intero (“valigia di cartone fa rima con terrone, Umberto Bossi)

Nicola ZItara, a tal proposito scriveva:

questa parola non significa, nell’accezione comune, che siamo meridionali, ma che siamo sporchi, incapaci, inetti, i mezzi italiani, gli italiani per grazia di Dio, per concessione di Cavour

Il concetto di “Terrone” racchiude in sè stereotipi e clichè stantii, gretti, senza alcun valore aggiunto nè esempio di virtù. Non c’è nulla di folcloristico se non la sottesa idea di un termine di paragone di minoranza. E’ il concetto che identifica lo stereotipo chi rinnega e dimentica le proprie radici per “farsi accettare” dalla comunità in cui va a vivere, per integrarsi. La rappresentazione grottesca di qualcuno, elevata a concetto generale ed astratto per delineare il profilo di una comunità ed un popolo interi.

questa parola non significa, nell’accezione comune, che siamo meridionali, ma che siamo sporchi, incapaci, inetti, i mezzi italiani, gli italiani per grazia di Dio, per concessione di

“più tento di essere come loro e più forte me lo dicono in coro: terrone”(Kalafro)

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