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Gigi di Fiore: collezione Farense “scippata”? Un falso storico

Ritorna sulla polemica natalizia della collezione Farnese, Gigi di Fiore, storico e giornalista de Il Mattino. Lo scrittore napoletano prende posizione sulle intenzioni di Franceschini di voler trasferire le opere della collezione Farnese da Capodimonte a Parma, per una “ricollocazione delle opere d’arte italiane nei luoghi d’origine”. Di fatto  i quadri di Lorenzo Spolverini, custoditi al museo di Capodimonte a Napoli, secondo le intenzioni del Ministro, dovrebbero essere  riportati a palazzo Farnese a Parma.

Di Fiore parte dalla storia:

“Napoli ebbe la sua indipendenza grazie ad una donna, Elisabetta Farnese, seconda moglie di Filippo V di Spagna, che non aveva mai cessato di essere intensamente italiana”.

Il figlio maggiore di Elisabetta Farnese era quel Carlo infante di Spagna, diventato poi il primo re di Napoli e Sicilia della dinastia Borbone d’Italia. Era il 1734, Carlo rinunciò ai diritti di successione su Parma e Piacenza a favore dell’Austria, ma anche a quelli sulla Toscana a favore dei Lorena, per spostarsi a Napoli.

Re a Napoli e nell’intero sud d’Italia. Re illuminato, di cui parla bene persino Benedetto Croce di certo poco disposto a simpatie verso i Borbone. Sempre Acton spiega che quel re “ebbe il permesso di portar via da Parma e Piacenza tutti gli effetti personali ed i valori della famiglia Farnese”. Di cosa si trattava? Eccone l’elenco: collezioni di opere d’arte, biblioteca ducale, archivi, cannoni dei forti e la scalinata di marmo del palazzo.

 

Ed aggiunge:

Carlo III poi restò così legato a Napoli che, quando divenne re di Spagna nel 1759, non portò con sé a Madrid la collezione Farnese. Quattro anni prima, come ha ricordato il professore Gennaro De Crescenzo presidente del movimento neoborbonico, lo stesso Carlo III aveva regolato con una prammatica la gestione dei beni artistici del regno.

 

Conclude Di Fiore:

Certo, spostare da Napoli una collezione d’arte, che fu oggetto di una bella mostra alla reggia di Caserta, suona come una stonatura. Sarebbe, quella sì, una spoliazione artistica della città che ha una secolare storia di opere d’arte e monumenti visitati da turisti di tutto il mondo. L’ultimo erede di Carlo III, il re Francesco II, scrisse – lasciando Napoli per Gaeta il 6 settembre 1860 – di voler anche risparmiare la capitale “dalle rovine e dalla guerra”. E aggiunse nel suo proclama: “salvare i suoi abitanti e loro proprietà, i monumenti, le collezioni d’arte e tutto quello che forma patrimonio di una civiltà e della sua grandezza che, appartenendo alle generazioni future, è superiore alle passioni di un tempo”.

 

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