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Gigi di Fiore: voglia di identità particolari, altro che partito unico della Nazione

Il giornalista (e storico) Gigi di Fiore, autore de “La Nazione Napoletana”, un bellissimo testo che sviscera senza oleografia e luoghi comuni il tema dell’identità “napolitana”, affronta nel suo blog, sul Mattino, proprio la tematica legata alle identità particolari ed eterogenee che formano l’Italia. Il pretesto? Il “papocchio” altrimenti definito “partito della Nazione” che Renzi sta cercando di mettere in campo, imbarcando chiunque.

Come sostiene lo storico inglese Duggan non esiste una identità unica italiana e se passiamo alla genetica non esiste neanche una “razza italiana” visto che una ricerca scientifica de La Sapienza dimostrò come ci sono più differenze genetiche tra un campano ed un valdostano che tra uno spagnolo ed un ungherese. Per fortuna.

Identità e “subnazioni” come le definisce Gigi di Fiore:

Inutile negare che, tra le subnazioni, la Nazione napoletana è quella con più secoli, ben sette, di storia unitaria, che partì da Ruggero d’Altavilla il normanno e si concluse, politicamente, con Francesco II di Borbone. Sette secoli con il rinascimento di Alfonso il Magnanimo, la grande cultura laica di Federico II di Svevia, le riforme degli anni più illuminati sia di Ferdinando IV di Borbone prima della Rivoluzione francese, sia del nipote Ferdinando II tra il 1830 e il 1845 periodo di maggiore sviluppo di quel regno.

Per favore, per una volta non mettiamola sulla partita Borbone-Savoia. Ragioniamo di identità, di storia che è sempre una serie di eventi in successione. Le radici sono importanti, nel nostro Dna ci sono quei sette secoli, che dall’unità d’Italia chi cercava di costruire un’inesistente identità unitaria d’impronta nord-centrica ha cercato di annacquare, ridicolizzare, sminuire.

Non è voglia di primati, né di contrapposizione, è voglia di orgoglio meridionale. Voglia che questa terra abbia oggi una narrazione non monocorde. Il successo, sabato scorso, di Ulisse, programma di Alberto Angela su Rai 3, che ha raccontato le bellezze di Napoli, vorrà pur dire qualcosa. Era una narrazione in positivo, sulla storia, le curiosità, la voglia di fare.

A dispetto di tutti i format cinematrografici e giornalistici che fanno della diffusione di un unico aspetto di Napoli, un topo che lo eleva ad unico termine di paragone e ad un’ unica esistenza. Senza considerare che il bagaglio della Nazione Napoletana è complesso, senza tempo e spesso perfino senza luogo (vedi gli emigranti che ovunque nel mondo lo conducono dentro di sè e ne sono ambasciatori nel mondo). Un senso di appartenenza che, oggi, sta allontanando i meridionali dalla politica (con punte di astensionismo fino ed oltre il 70%) e comportano insofferenza verso la campagna elettorale laddove si sta svolgendo.

Come canta Luca ‘o Zulù Persico (della 99 Posse), a proposito del “napoletano”: il principale prodotto di esportazione italiano, la lingua più diffusa da Roma a Milano.

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