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Quegli insegnanti meridionali che “rubano” il lavoro

Quello che vedete è il titolo di un quotidiano nazionale. Se lo trovate di cattivo gusto, la stessa polemica, in forma più edulcorata, ma che ha pari volontà di denuncia, potete leggerla anche su La Stampa:

per il prossimo anno scolastico le scuole della provincia attendono un esodo di massa di docenti dalle regioni del Sud. La recentissima pubblicazione delle graduatorie, soprattutto per quel che riguarda le elementari e le medie, l’aggiornamento triennale ha portato ai primi posti quasi tutti docenti del Meridione, Sicilia e Calabria soprattutto ma anche Campania e Puglia, che hanno approfittato della «finestra» di quest’anno per dire basta alle attese senza speranza nelle graduatorie delle proprie città, lunghe e con scarsa disponibilità di cattedre, per tentare la fortuna all’altro capo della Penisola.

 Il fenomeno non riguarda solo Torino ma buona parte delle città del Nord dove una maggiore disponibilità di cattedre e i punteggi dei docenti precari locali che non sono quasi mai molto alti, hanno invogliato migliaia di precari meridionali.

Per dire, per trovare il primo nato a Torino nella graduatoria di Francese bisogna arrivare al 23° posto, al quindicesimo in quella di Italiano, al decimo in quella di Educazione artistica, al settimo in quelle di Tedesco e di Educazione musicale, al quarto per la Matematica. Prima di loro, tanti docenti con luogo di nascita a Catania (moltissimi), Messina (molti), Reggio Calabria, Palermo, Ragusa, Agrigento, e poi Cosenza, Sassari, Catanzaro, Napoli, Lecce, Brindisi.

 

Solo chi è stato emigrante può capire la disperazione che conduce a lasciare affetti per spostarsi laddove viene anche visto con fastidio e sospetto dai colleghi. Altro che “invogliato” come scrive il quotidiano di Torino.

Ecco cosa scriveva una insegnante campana su Orizzonte Scuola:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

Insomma secondo la “propaganda” se per i lavori manuali a togliere il lavoro sono gli extracomunitari, per  quelli dove occorre una laurea, inizia a dare fastidio l’emigrato meridionale dell’età contemporanea. Fin quando era funzionale al boom economico che ha prodotto il benessere ed il Pil di certe aree andava bene. Ora, con la crisi che non guarda più in faccia a nessuno, i “terroni laureati” che emigrano (come se fosse una cosa piacevole) per insegnare, danno fastidio.

“Facessero altro se non c’è possibilità di insegnare al sud” mi ha risposto una agguerrita interlocutrice minacciata nella graduatoria. Provasse a fare lei altro, no? “No, perche’ io sono a casa mia.”. Come se il luogo di nascita fosse un diritto acquisito per volonta’ divina ed escludesse il resto del mondo e non piuttosto la conseguenza di altre emigrazioni avvenute nel corso della storia seguendo il flusso della ricchezza. Come se una persona non dovesse essere giudicata per le proprie capacità ma per il luogo d’origine.

Insomma mettiamo pure definitivamente in discussione, senza tanta ipocrisia, la fragile unità di questo paese?

E tra moderni alfieri del “non si affitta ai meridionali” e i “non vogliamo insegnanti meridionali” perche’ rubano il lavoro e non insegnano la “nostra cultura” ai nostro figli (che poi saranno per la maggior parte tutti figli dinessuno propone la cosa più logica e ragionevole: costruire nuove scuole al sud. Per una popolazione scolastica che comunque cresce.

Anche Pino Aprile ha preso posizione sulla questione:

i soldi per gli asili nido vanno solo al nord, che già li ha; ed è escluso il sud, che non ne ha. e chi dovrebbe insorgere con il sangue agli occhi, sta zitto: sindaci, parlamentari, leader di partito: incapaci, o servi, o complici o tutte e tre le cose.
credo che sia opera di civiltà chiedere alle maestre d’asilo dei figli o dei nipoti dei bip! che hanno fatto questa porcata (porcata?… mi ricorda qualcosa), di spiegare ai piccoli: cari bambini, sapete che se siete qui, avete un asilo ancora migliore, le maestre, i giochi belli, è perché i vostri genitori e i vostri nonni li hanno rubati a bambini più poveri di voi? e credo che le mamme, i papà dei bambini meridionali che non hanno l’asilo dovrebbero spiegare ai loro piccoli, ogni mattina: lo sai che se tu non hai l’asilo è perché un “porcataro” e suoi simili te lo hanno rubato per darne un altro a chi già lo aveva? e che se questo è stato possibile, è perché chi doveva difenderti: i tuoi stessi genitori, il tuo sindaco, il tuo presidente della regione, le pine picerno, i raffaele fitto, i nichi vendola e aggiungeteci voi gli altri, non l’hanno fatto? così, almeno, la prossima generazione, forse, riesce a incontrarsi su un’idea di maggiore equità.

 

 

 

 

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