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Se Castel Volturno è la Stiscia di Gaza, l’Italia è Israele?

Castel Volturno, Mondragone, Villaggio Coppola, Baia Domizia, per chi da bambino proprio lì è stato sfollato dall’area flegrea per il timore di una eruzione, davano l’idea di una vacanza lunga il tempo necessario a far cessare l’allarme. Uno, due, tre, cinque anni vissuti in un’area destinata alle vacanze per la nuova, ricca borghesia napoletana e casertana.

Avere una casa a Baia Domizia dava l’idea di un traguardo raggiunto verso l’emancipazione economica.

Di quegli anni ricordo i primi immigrati che lavoravano nei campi, cotti dal sole. Chissà perchè si chiamavano tutti “John”. Nei loro volti riuscivi a distinguere i denti bianchissimi che ci insegnavano che il mondo in cui crescevamo non era fatto solo di “visi pallidi” come il nostro.

Lavoravano insieme a tanti contadini locali, perchè è una balla che si autoalimenta quella che in queste aree “gli italiani non vogliono fare questo lavoro”. Di quelli che restano, tanti fanno i coltivatori diretti. Come i loro padri ed i nonni prima di loro. Qui la “terra” non è un feticcio di cui vergognarsi.

Alcuni immigrati facevano gli spazzini anche. Il figlio di qualcuno di loro veniva a scuola con noi. “Città dell’uomo” ammoniva una scritta all’ingresso di un parco residenziale del Villaggio Coppola. Per anni mi sono sforzato di capire cosa volesse comunicare. Ma ha smesso anche lui di capirlo. Oggi quello stesso cartello è un pezzo arruginito e scolorito.

Negli anni che seguirono la diaspora ed il fallimento del turismo, la gente del posto diede la colpa a noi “terremotati” per aver umiliato le velleità turistiche dell’area. Poi noi “terremotati”, insieme alla gente del posto iniziammo a dare la colpa agli immigrati. Poi “terremotati, locali ed immigrati iniziammo a dare la colpa allo Stato, per quella creazione di una enclave fuori da ogni controllo.

Ci sono ritornato, due domeniche fa, sulla strada che attraversa il litorale domizio. Una lunga serie di “Affittasi” e “Vendesi” che si sono stancati perfino loro di stare attaccati ai muri divorati dal tempo e dall’usura. Scoloriti, ingialliti. Apposti su pareti scrostate, insieme alle tapparelle sbilenche ricoperte di polvere e terriccio. Saracinesche abbassate, negozi chiusi. Palazzoni di cemento che avrebbero dovuto rappresentare lo sviluppo industriale degli anni 80, con i proprietari che dopo aver incassato i soldi della Cassa del Mezzogiorno si sono trasferiti altrove. Solo i lidi del mare, quelli si, popolati da chi arriva dai paesi dell’entroterra ai confini col beneventano. Anche se la maggior parte preferisce il litorale laziale, vicinissimo.

Se Castel Volturno è la striscia di Gaza, come qualcuno ha scritto, l’Italia intera allora è Israele?

Castel Volturno fa parte della Terra dei Fuochi. Un’area dove da un certo punto in poi della sua storia, lo Stato ha deciso di delegare, in silenzio, welfare state e controllo del territorio a chi le consentiva di tenere a bada la popolazione (bianchi e neri, rossi e gialli), con le buone o le cattive. Un’area funzionale allo sversatoio dei rifiuti speciali delle aziende di tutta Italia. Dall’Acna di Cengio, alle concerie Toscane, fino alle piccole e medie imprese che dovevano smaltire rifiuti tossici. Un’area volutamente “imbruttita”, perchè nessuno alzasse la testa e a nessuno venisse in mente un futuro diverso da quello cui erano stati destinati.

Un contadino che lavora in uno dei fertili territori della Campania Felix e che vende, con una cooperativea i propri frutti alla grande distribuzione, mi racconta che qui i controlli sono quotidiani, talvolta al limite della paranoia. Gli enti preposti analizzano a campione ogni cassa. Trattamento non riservato ad analoghi prodotti provenienti da altre aree del Mediterraneo (Spagna e Nord Africa) e d’Italia.

Faccio un tratto con lui in macchina, in un’area a nord di Mondragone. Mi accorgo, a ridosso dei campi, della persenza di un grosso edificio in cemento che spicca e deturpa la sublime tranquillità del paesaggio. Con gli odori degli alberi da frutto che si confondono nelle brezza che arriva dal mare.

“Che cos’è quello?”, domando. “Quello? È un cementificio….Ci controllano i prodotti quotidianamente e poi lasciano costruire lì un cementificio”. Un’opera imponente, sequestrata, poi, per fortuna, dopo qualche anno di attività perchè costruita senza le prescritte autorizzazioni e che al suo interno “ospitava” anche eternit. SI mossero comitati e cittadini, coltivatori diretti,quando iniziarono la realizzazione. Eppure si è dovuto attendere qualche anno dopo, perchè venisse sequestrato. Un cementificio, non un deposito per gli attrezzi. Perchè se costruisci un deposito per gli attrezzi i controlli arrivano subito.

A Castel Volturno, e in tutta l’area, la crisi  del turismo e dell’agroalimentare (in parte alimentata artatamente per spostare altrove un 7% di quote di mercato) hanno rotto gli equilibri. E pure gli sgherri locali (bianchi e neri, perchè da queste parti esiste anche la mafia africana) che avevano la delega del controllo del territorio, sono in vacanza “altrove”. O, più semplicemente, stanno chiedendo allo Stato una rinegoziazione dei patti, per mostrare l’importanza del proprio lavoro e della propria presenza. In puro stile coloniale.

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