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23
Ago 15

Gramellini di fine luglio: mandiamo l’esercito al Sud

A quasi un mese di distanza (la data è del 30 luglio) questo editoriale di Gramellini mi era sfuggito.

Il giornalista piemontese nel suggerire cure per il Sud, si comporta come qualche suo corregionale di 154 anni fa e prescrive:

trasferire il controllo del territorio dalle mafie allo Stato (non alle mafie di Stato), se è il caso con l’impiego dell’Esercito

Che originalità, chissà dove è stato Gramellini negli ultimi 20 e passa anni quando gli eserciti per le strade (“Vespri Siciliani” ve la ricordate?) non hanno fermato nè debellato le mafie nè, cosa recente, hanno impedito i roghi tossici nella Terra dei Fuochi, ove l’esercito invocato dal nostro giornalista era stato all’uopo inviato.

Ma tant’è è giusto che quei terronacci si sentano come la colonia di un Paese di gente civile che ti manda i bei ragazzotti, sovente autoctoni, con i fucili in bella vista che fanno solo ridere i boss che con lo Stato parlano, trattano e fanno affari. Olte a celebrare sontuosi funerali.

Poi, a proposito dell’Università scriveva:

E poi: investimenti pubblici mirati su agricoltura e turismo, e una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.

Anche qui Gramellini pare cadere al pero e non aver in alcun modo letto i dati Istat sul rapporto tra disoccupati meridionali e il livello di istruzione. E allora uso quanto scritto da Marco Viola su UniNews 24:

A voler essere maliziosi, si potrebbe pensare che tanto rancore verso il mondo accademico derivi da qualche frustrazione personale di Gramellini: mai laureatosi, una volta definì gli anni di iscrizione a Giurisprudenza “i più stupidi e inconcludenti della [sua] vita”. Ma, evitando di indulgere nella psicanalisi da bar, limitiamoci a un rapido fact-checking sull’affermazione per la quale gli atenei del Sud sarebbero una “fabbrica di disoccupati”.


Sarebbe bastato fare una decina di minuti di ricerca sui database di ISTAT per scoprire che la disoccupazione, nel Mezzogiorno, colpisce molto più duramente chi non ha conseguito una laurea. Per citare un solo dato, consideriamo il tasso di disoccupazione per tutta la popolazione sopra i 15 anni, nel primo triennio del 2015: il 20,5% in media, che scende a 12,2% per i laureati. Certo che per essere fabbriche di disoccupati, questi atenei del Sud sono proprio inefficienti; ma d’altronde, si sa, nel Sud Italia non funziona niente.

istat mezzogiorno


Per quanto riguarda l’idea di concentrare le risorse in 4-5 poli di eccellenza (che poi è la riedizione di un’idea di Renzi): ammesso e non concesso che si decida di rottamare alcune di queste ‘fabbriche difettose di disoccupati’, prendendo alla lettera l’idea di salvarne “una per regione” ci si ritroverebbe al paradosso di lasciare intatti i piccoli atenei come quello della Basilicata e del Molise, unici nella loro regione, e di dover invece scegliere se decapitare (o accorpare?) atenei voluminosi e prestigiosi come la Federico II o l’Orientale di Napoli.


Ora, le proposte un tanto al chilo come quelle di Gramellini non sarebbero un problema se fossero scritte su qualche comunicato di secessionisti nordisti col tank nel cortile. Ciò che rattrista è che campeggiano sulla prima pagina di un quotidiano nazionale.

Continua a parlare di Sud e a pianificare per il Sud, chi il Sud non solo non lo conosce ma lo guarda ancora col cappellone del civilizzatore occidentale. E non mi riferisco solo a Gramellini.


14
Dic 13

Non si affitta ai meridionali… 50 anni dopo

emig Bellissimo lavoro di Noccolò Zancan su La Stampa che intervista i figli d’una sbiadita fotografia d’emigranti in bianco e nero. Cinquant’anni dopo.

L’intervista è ai Liparulo, originaria di San Felice a Cancello, in Campania, che racconta alcuni episodi della loro “emigrazione interna”. Dalle difficoltà di trovar casa (“non si affitta ai meridionali”)passando per l’orgoglio di una identità mai persa, fino all’affermazione sociale, come imprenditori.

Una storia di orgoglio e tenacia.

Una menzione merita il racconto di uno dei fratelli Liparulo, quando parla della maestra delle elementari, che non mancava di ricordare al piccolo Liparulo che “puzzava”. CIò a dimostrazione del fatto che certe cattive abitudini discriminatorie, proprio perchè non soffocate sul nascere, sono durate nel tempo fino ai giorni nostri,

Così recita la didascalia al servizio:

La foto è stata scattata giovedì 10 luglio 1969. La didascalia dice: Torino, via Guido Reni 118, famiglia Liparulo “bisognosa”. Vivevano in una stalla senza bagni né luce alla fine della città, nel quartiere Mirafiori.

Erano emigrati nel 1963 da San Felice Cancello, in provincia di Salerno. Il padre faceva il saldatore, la madre le pulizie nelle case del centro. Oggi i sette figli della famiglia Liparulo hanno dieci bar e una piccola fabbrica di caffè

Il video


01
Giu 13

La Stampa: il coro “noi non siamo napoletani non è razzismo”

Il quotidiano di Torino “La Stampa” esordisce così in un articolo di Marco Ansaldo : il coro “noi non siamo napoletani non è razzismo”.

Donde trae origine questa excusatio non petita? Dalla domenicale (a tratti abusata ormai) sequela di insulti contro i meridionali che proprio dagli stadi di certe zone del paese si leva?

No. L’episodio si è registrato ieri sera durante la partita tra Italia e San Marino.

Ansaldo così giustifica il proprio (arbitrariamente ermeneutico) assunto: Il coro «noi non siamo napoletani» che la curva dei bolognesi ha intonato per qualche minuto durante la partita della Nazionale contro San Marino non si può confondere con i «buu» delle curve. È uno dei tanti esempi di maleducazione che si registrano da anni ma è eccessivo attribuirgli significati che non ha.

In teoria potrebbe pure essere, caro Ansaldo, ma ci spiega perchè quel coro viene cantato da certuni tifosi quando in campo non c’è la squadra del Napoli? Voglio dire, avrebbe senso, la sua analisi ermeneutica, se la squadra di casa giocasse contro quella partenopea, ma il fatto stesso che vengano levati in maniera estemporanea (ed ingiustificata) quando di napoletani non se ne vede neanche l’ombra, lascia, onestamente, disperare sulla motivazione esclusivamente calcistica. Non crede? Allora , forse, non le viene il lontano dubbio che,in quel caso, si tratti non di un attacco alla squadra di calcio, ma all’intera città, proprio come quando si invoca il Vesuvio? (A proposito, quel genere di cori cosa rappresenterebbe, una maleducazione orografica o uno scaramantico auspicio?).

Inoltre quei cori spesso precedono il : colerosi, senti che puzza scappano anche i cani, meglio ebrei che napoletani, terremotati e la celeberrima intervista di quel tale giornalista della Tgr Piemonte “e i napoletani li riconoscete dalla puzza?”

Io credo, dottor Ansaldo, invece, che i beceri cori abbiano origini lontane, ricorda il “Non si affitta ai meridionali” o “Piemonte libero” ? (Per un approfondimento: https://ilazzaro.altervista.org/1968-piemonte-libero-dai-meridionali-un-video-eloquente/).
Traggono origine dalla pancia di certe zone del paese dove poi sono nati movimenti secessionisti e partiti che hanno tradotto in politiche discriminatorie, proprio quel coro “noi non siamo napoletani”. Come a voler porre una cesura tra “noi” e “voi”.

A lei sfugge anche, forse, il celeberrimo “Benvenuti in Italia”, un cult, un evergreen che si può leggere allo stadio o nei cessi dell’autogrill, oltre che su qualche indicazione geografica istituzionale di paesi a nord del Tevere.

In ogni caso, proprio per dimostrare di non essere l’unico che ha capito male, nell’edizione delle 13.30 del TG1 anche la giornalista Donatella Scarnati denuncia il coro, decisamente, come dire, “inopportuno” visto che si trattava di una partita di calcio contro il razzismo…