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Io, insegnante del Sud, scusate il fastidio…

Un pò di tempo fa vi avevo raccontato un paio di storie di insegnanti del Sud. Ve lo ricordate?

Vi riporto uno stralcio di quel post che potete leggere per interno qui

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si  “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso,  in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.

Qualcuno mi chiese se era una storia vera o romanzata. Quest’oggi su Orizzonte Scuola, c’è il racconto in prima persona di una insegnante come la Concetta di cui vi avevo raccontato. Potete verificare voi stessi se scrivevo una storia inventata oppure no. La lettera non è firmata ed esordisce con un perentorio:

Per favore, smettetela di demonizzare il sud e le insegnanti che si trasferiscono al nord. Credete che per noi sia una scelta facile quella di mollare tutto e andare via? Non lo è. Personalmente il punteggio l’ho fatto tra “pendolaggi” Caserta-Roma e scuole paritarie.

Racconta il dramma di un Sud che si svuota, dove, nonostante cresca la popolazione scolastica, non vengono costruite nuove scuole. Dove gli insegnanti sono ancora emigranti. Prosegue la lattera:

Nel pendolare mi sono svegliata alle 3,30 del mattino per prendere il treno delle 4. Arrivata a Roma termini avevo 20 minuti di metro e 1 ora di pullman. Sono finita in culo al mondo pur di lavorare. E andavo a dormire all’1 di notte perché quando tornavo, tra marito e figli che giustamente chiedevano un pezzetto di me, prima delle 22 non riuscivo a mettermi sui libri per studiare per un concorso che ho vinto nella mia regione, ma che non mi darà nulla in cambio dei sacrifici e delle litigate fatte con quelle persone che mi dicevano di non perdere tempo su un concorso che non mi avrebbe dato nulla! Ma io litigavo!

E dicevo che, forse si, non mi avrebbe dato nulla perché non lo avrei vinto. Ma era un’occasione e la dovevo sfruttare al massimo. Se non avessi vinto me ne sarei fatta una ragione, ma se avessi vinto avrei avuto un lavoro a tempo indeterminato vicino casa. Invece ho vinto e non ho nulla. E non riesco a farmene una ragione.

Poi il racconto del lavoro nelle scuole paritarie, con l’umiliazione di somme mai percepite:

Ho lavorato 5/6 giorni alla settimana dalle 8 alle 16, dalle 8 alle 18 e dalle 7.30 alle 16,30 rispettivamente per 250 – 300 – 500 € al mese. Con una busta paga che
dichiarava uno stipendio intero, giorni di malattia e giorni di ferie mai goduti e mai pagati. E un TFR che non ho mai visto se non scritto su quell’odioso foglio che si chiama “busta paga”. Ovviamente rimettendoci anche la benzina e le spese che comporta avere una macchina in più solo per me, anche se non me la potrei permettere. Con un marito che lavora 2/3 gg al mese perché il resto è in cassa integrazione e l’azienda per cui lavora vuole fuori per settembre 470 unità su 750.

 

Poi dritta al Nord, dove l’insegnante emigrante provoca fastidio e mal di pancia. Donne che si assumono la responsabilità di una famiglia, alla faccia dell’idiozia dei tormentoni d’altre latitudini “non vogliono lavorare”.

 

Ho fatto l’aggiornamento a Mantova. Non ce l’ho fatta a restare a Roma senza neanche la prospettiva di un incarico. Nell’attesa di essere chiamata per qualche giorno mentre sono sul treno e nella consapevolezza che se entro un certo orario non mi avessero chiamata, avrei dovuto prendere il treno del ritorno. E pagare comunque l’abbonamento perché il treno avrei dovuto prenderlo comunque tutte le mattine al più tardi alle 5. E se mi chiameranno, ruolo o incarico che sia, partirò e porterò con me marito e figli.

Perché non ce la faccio più a stare sempre in bilico. E sono stanca di lavorare per una gloria che non avrò mai e per uno stipendio che nessuno è disposto a darmi.

Quindi, per favore, capisco il vostro fastidio. Ma voi capite la nostra disperazione. Grazie.

 

Proprio come vi avevo raccontato un pò di tempo fa. Perchè basta scendere per strada per conoscere le storie del Sud. Non dalle comode poltroncine in pelle delle redazioni dei giornali…

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2 comments

  1. e avete persino il coraggio di definirvi una colonia..una colonia dove grazie a punteggi farlocchi migliaia di insegnanti andranno a fregare il posto ad autoctoni del nord, gettandoli nella disperazione. E appena uno prova a lamentarsi, mostrando dati oggettivi, subito attaccate con il discorso del razzismo.
    Cosi come per il federalismo: non ci volete mantenere, razzisti!
    Ma prima o poi la pacchia finisce..perchè noi i soldi li stiamo finendo davvero

    • Quando metterai le frontiera con la scritta “patania” il tuo commento non sarà più classificabile come delirante Luca…