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19
Apr 14

Libri su Villella presentati, presunti problemi di ordine pubblico?

Smentendo i motivi di ordine pubblico avanzati da un giornalista de La Repubblica, che lo stesso sindaco Colacino indignato aveva respinto, la presentazione dei libri sul brigante Villella, a Motta Santa Lucia si sono regolarmente tenuti. Tra l’altro come lo stesso sindaco aveva annunciato, querelando la testata. Due testi contraddittori presentati nella medesima sede.

Ritorna sulla diatriba Domenico Romeo, ecco un estratto:

Da come riportato, la ricercatrice asserisce che Villella viene considerato un patriota dai suoi concittadini, quando  in realtà era un ladruncolo: scoperta che ha lasciato in molti perplessi.
Per la semplice ragione che fra le motivazioni racchiuse nella richiesta da parte del Comune, assolutamente legittima, di riavere indietro il teschio, è correlata una inconfutabile descrizione storica sull’identità e sul profilo soggettivo del soggetto in questione, sottoposto a fermo, all’epoca,  per avere fatto da palo ad un furto. Non un brigate, dunque, ma un poveraccio che per fame, ha fatto da palo. Fin qui, dunque, niente di nuovo, vecchie verità già accertate.
Motivazione che amplifica le ragioni di coloro che invocano la degna sepoltura, perché avvalorano ulteriormente l’aberrazione su Lombroso e nei riguardi della sua  criminale tesi dell’atavismo.
Ma è altro che lascia sconcertati in molti, ossia quando si legge che la Prof.ssa Milicia asserisce che : “ Se non ci fosse stato di mezzo Lombroso, il cranio del povero Villella sarebbe stato sepolto in una fossa comune…”
Fermiamoci un attimo e ragioniamo.
Con tutto il rispetto per la docente calabrese, se la chiave di lettura di questa frase è intesa come senso della salvaguardia della pietas dei defunti, a questo punto si avvalora ulteriormente la domanda che cosa ci possa fare un cranio ‘salvato’ ed esposto musealmente, nonostante sia privo di ogni particolare scientifico.
Se la chiave di lettura, è intesa come forma di privilegio, perché il suo feticcio è reso immortale da un folle tagliatore di teste, non ce ne voglia la Dott.ssa Milicia, ma, a parere di molti, siamo al dileggio dell’essere umano nei valori più sacri ( sicuramente involontario da parte della docente, che intende prediligere l’aspetto museale ).  Tutt’al più dovrebbe essere Lombroso, l’offender, il massacratore, l’assassino seriale parafiliaco e dovere ringraziare la sua vittima per averlo reso immortale. Solo l’ Italia ha potuto dare retta ad un folle simile, precursore ideologico del nazismo,  in considerazione del fatto che all’estero ridono e sbeffeggiano su tali teorie lombrosiane.
Se così fosse, ci si può ricondurre alla teoria che giustifica il male ponendolo come legge, come Ius imperii per definizione naturale: il diritto criminale, che in questo caso, in forma ovvia, si tramuta in diritto criminale di eugenetica.
Senza offesa per nessuno, sono disamine forti, oggettive, che si ritiene possano mettere d’accordo mondo cristiano e mondo ateo con valori etici.
A parere di molti, appaiono altrettanto lacunose e che potrebbero provocare sincero imbarazzo fra gli addetti ai lavori, le ulteriori dichiarazioni della Prof. Milicia, rilasciate al sito Approdonew, quando sostiene che il Lombroso non aveva catalogato i calabresi come criminali o delinquenti per natura, in virtù degli scritti contenuti nel saggio ‘ In Calabria’.
A comprova ulteriore della sua particolare attenzione morbosa nei riguardi della conformazione cranica dei calabresi, al fine di ricavare i lineamenti de ‘ L’uomo Delinquente’, vi è la sua ‘missione di pace’ come Ufficiale medico dell’esercito savoiardo, in cui lo psicopatico millantatore, da buon mercenario al servizio dei criminali sabaudi, ha avuto tutto il tempo per misurare crani, squartare teste consegnate dopo la macelleria degli antesignani dei nazisti. La terra di conquista delle razze inferiori semitiche, non ha scampo.
Si rispetta il diritto di opinione della docente, ma in tutta franchezza, probabilmente nell’ambito dell’ analisi del testo, a parere di molti, sembra le sia sfuggito il capitolo in cui lo stesso Lombroso descriveva in forma chiara, la conformazione cranica dei calabresi, facendo confluire la logica del proprio discorso, in un contesto di soggetti arretrati ed inferiori su scala umana e sociale, stereotipati per via razziale.
E’ anche, riguardo al Museo che l’autrice del libro, utilizza parole di apprezzamento e che lo esclude dall’essere un Museo razzista.
Per  molti , non solo è razzista, ma è di più: è sottilmente veteronazista, attraverso messaggi a volte diretti o indiretti, alle volte sottesi, alle volte subliminali, che evocano all’ignaro visitatore, l’elenco di razze inferiori, superiori.
I passaggi diabolici verso il visitatore si possono riscontrare attraverso descrizioni apposte sui resti umani : ‘omo quadrumàno” delle specie inferiori’, rimarcando nella guida del Museo a pagina 75 che: “L’indagine lombrosiana tesa a scoprire quale grande monstrum si celi dietro il ladruncolo o il brigante. Derivando una propensione innata a delinquere dalla struttura anatomica dell’individuo o più semplicemente dall’appartenere a una determinata razza si profila la nuova figura del delinquente nato “.
A questi deliri, il Direttore del Museo ha risposto che l’ente, comunque, informa il visitatore dell’infondatezza scientifica di tali teorie ed a questo punto la domanda è sempre quella: attestata l’infondatezza, che motivo c’e’ di esibire resti umani, cavie da laboratorio ?
E’ come se, ad oggi, in Germania si istituisse un Museo che rielaborerebbe le nefandezze del Dott. Mengele ed esposti i poveri cadaveri dei lager nazisti.
In un’ Europa che è uscita con le ossa rotta da due Guerre Mondiali, siamo all’assurdo, alla profanazione dei valori più sacri ed inviolabili, all’apologia del protonazismo.
Il nazismo, di fatti, non è da considerarsi come l’inventore dell’antisemitismo, ma l’organizzatore perfetto di quelle pratiche, convogliate nel famoso diritto criminale, che hanno portato alla deportazione ed esibizione di uomini perché classificati come esseri inferiori, sulla base della pretesa della massa, in sinergia con l’ideologia: una simbiosi inscindibile.
E queste idee, morte il nazismo, si sono svestite della croce uncinata, ma si sono riciclate nei Governi del mondo, nella scienza, nella medicina deviata, nella biologia mistificata, nelle ideologie segregazioniste di cui Mandela fu un alfiere combattente.
L’ultima frontiera, in Italia, è rappresentata da questa ignobile esposizione di crani, teschi, e quant’altro. Che Dio ci perdoni.
La vicenda Lombroso-Villella, in un ottica di osservazione sociale, è divenuta anche una moda da parte di molti, di blaterare di criminologia, di scrivere di argomenti pertinenti alla scienza criminologica, senza che molti degli interessati abbiano una carta che attesti una minima competenza in questa materia.
Questa moda del Lombroso , non è altro che una prosecuzione della moda lanciata dai telefilm Criminal Mind, da cui molti traggono spunti ‘romanzati’ e lontani dalla scienza investigativa reale, in cui tutti diventano criminologi, tutti trovano l’assassino, tutti sanno andare sulla crime scene.
Qualcosa che rimanda ad un fantastico articolo prodotto dal Prof. Marco Strano ( criminologo di rango internazionale), denominato ‘ I criminologi e il circo mediatico’. Si raccomanda  assolutamente la lettura.
Per connessione automatica a questa vicenda, si richiama al gusto del buon senso da parte di molti: non basta leggere la corrispondenza fra Lombroso e Villella, non basta leggere gli scritti di Lombroso, tantomeno recarsi in vacanza nei Comuni calabresi per esaminare atti, per essere conoscitori reali delle origini dell’antropologia criminale. E’ ciò che si legge in alcuni scritti in generale, è di un sincero imbarazzo da non riuscire nemmeno a controbattere.
E’ vero anche che vi sono persone che, al di fuori del mondo criminologico, essendo storici di primo taglio nel panorama nazionale, sono ottimi conoscitori dei  contenuti di Lombroso ( come il Dott. Iannantuoni e Dott. Cefalì, tanto di cappello), ma l’appello che si rivolge non a loro, ma a terze, eventuali persone è quello di non sentirsi padroni della materia in forma compiuta, non solo senza avere certificazioni di competenza criminologiche, ma senza avere fatto affondi in ambito investigativo, su: fisiognomica, identificazione preventiva e segnalamento fotodattiloscopico, frenologia, criminologia clinica ed applicata, e tutto quello che riguarda la concettualizzazione dell’antropologia criminale.
Per fare un esempio assolutamente fuori da riferimenti a cose e/o persone,  un conto è essere degli ottimi docenti di storia, letteratura, psicologia, matematica, antropologia, altro è avere certificazioni di competenza sull’antropologia criminale, quindi di autentica criminologia; un conto è sapere parlare bene di calcio ed intendersi sugli schemi a zona, altro è fare l’allenatore o il calciatore; un conto è sapere distinguere le varie tipologie d’uccelli, altro è saper volare. Qui libet in arte sua perito est credendum, sostenevano i latini.
Siamo figli di una Costituzione democratica, repubblicana, nata dal bagno di sangue versato dai nostri nonni per liberarci dall’oppressore e dall’oppressione del pregiudizio scientifico e morale.
Non abbiamo bisogno di re, regine o stemmi di casati fasulli.
Abbiamo bisogno del giusto buon senso che faccia rinsavire gli italiani tutti di questa nazione, facendoli sentire legati dal sentimento di nazione e di civiltà dell’etica morale.
Ma affinché arrivi questo, appare necessario svegliare le coscienze ed ergerci a portatori e difensori della civiltà della scienza ed avere il coraggio di abbattere qualsiasi contaminazione o servilismo intellettuale.

L’intervento completo.


01
Apr 14

“È agli elementi africani ed orientali (meno i Greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia)”

Chi ha pronunciato la frase di cui sopra? Lo scoprirete leggendo il resto

Riporto l’estratto di un interessante  intervento del professore Gennaro de Crescenzo, a proposito dell’ultimo libro uscito che nega una certa propensione razzista dello stesso Lombroso:

[…]E così Lombroso “non si era accanito contro i meridionali”, “non avallava teorie antimeridionali e neanche il museo”… Eppure lo scienziato veneto-piemontese passò diversi mesi in Calabria per studiare le razze locali al seguito dell’esercito schierato contro il “brigantaggio”. Eppure fu lui ad elaborare la ridicola teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione” (la prima portata naturalmente a delinquere). Eppure fu proprio lui a scrivere “È  agli  elementi  africani  ed  orientali  (meno  i  Greci),  che  l’Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”. Eppure per Lombroso il calabrese presentava il carattere della tribù e costituiva un attentato continuo alla sicurezza degli altri. Eppure sempre lui, perito di parte del soldato (calabrese) Salvatore Misdea che aveva ucciso diversi commilitoni nel 1884, ancora sosteneva l’importanza della “barbarie del paese d’origine e della famiglia”. Eppure è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa). Eppure fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della razza maledetta… In questo senso, allora, la studiosa “nativa” autrice di quest’ultimo libro, tra gli estimatori (anche meridionali) del Lombroso, è in buona compagnia e non ci sorprende più di tanto la scelta di pubblicare questo libro con quel curatore e con quelle dichiarazioni rese a mezzo stampa… Eppure quelle “suggestioni lombrosiane” arrivano direttamente fino alle teorie antisemite del nazismo… Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte (v. i tanti e recenti libri che vorrebbero dimostrare che “è tutta colpa del Sud”). Del resto furono i Colajanni, i Salvemini o i Gramsci stessi a denunciare quest’uso che di quelle teorie veniva fatto (v. nota). “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Dicevano di Lombroso:

Napoleone Colajanni (1898) si indignò contro “le stolte teorie dei superuomini e delle super-razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione…  nessuno ha fatto tanto uso e abuso di questa forza misteriosa e l’ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale… La teoria della ‘razza maledetta’ fu un romanzo antropologico che pure influenzò l’opinione pubblica del Nord”.

“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale” (Antonio Gramsci, 1926).

“Nel Lombroso si riscontra la sostanziale equiparazione tra brigantaggio meridionale ed una primordiale ferocia animale” (D. Palano, Il potere della moltitudine)

“Sergi, Rossi e Niceforo, riprendendo e sviluppando le argomentazioni di Cesare Lombroso e della scuola di antropologia criminale fondata da quest’ultimo, ripropongono l’alternativa dei meridionali criminali, barboni, oziosi di questa razza inferiore” (V. Teti, La razza maledetta);

Per Ettore Ciccotti quel pregiudizio antimeridionale era una sorta di “antisemitismo italiano” (1898).

Fonti:

Pierluigi Baima Bollone, 1992, Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità, S.E.I., Torino
Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885
Congresso ed esposizione d’Antropologia criminale, dalla Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885
Catalogo Lombroso strumenti di tortura, 1874, a cura di G.B. Piani
Rivista di discipline carcerarie del 1897, sezione Varietà, p. 559
Circolare n. 272 del 25 gennaio 1932, diretta ai Direttori degli Stabilimenti di Prevenzione e di Pena del Regno
Roberto Vozzi, Tipografia delle Mantellate, 1943
Roberto Vozzi, Autorità di polizia, autorità giudiziarie, militari, coloniali, musei storici nazionali o regionali, archivi d Stato, 1943
Catalogo di G. Colombo (2000), La scienza infelice, con prefazione di Ferruccio Giacanelli, Bollati Boringhieri
Lombroso, 1894, Bulferetti, 1975
Bulferetti L. 1975. Cesare Lombroso. Unione Tipografico-Editrice Torinese. UTET, Torino.
Ciani I., Campioni G. (1986) La scienza infelice di Cesare Lombroso. In: I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (Giorgio Antonucci Ed.) Coordinamento Editoriale di Alessio
Colajanni N., Per la razza maledetta, Roma, 1898
Colajanni C., Settentrionali e Meridionali, Roma, 1908
Coppola Cooperativa Apache srl – Roma  
Colombo, Giorgio – La scienza infelice : il Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso / Giorgio Colombo ; introduzione di Ferruccio Giacanelli – Torino – 2000
Gramsci A., La questione meridionale, Roma, 1926
Lombroso C. L’uomo delinquente. Torino: Bocca; 1878.
Lombroso C. L’uomo di genio. Torino: Bocca; 1894.
Lombroso C. 1873. Studi clinici ed antropometrici sulla microcefalia ed il cretinismo con applicazione alla medicina legale e all’antropologia. Tipi Fava e Gragnani. Bologna.
Lombroso C. 1872. Sulla statura degli italiani in rapporto all’antropologia ed all’igiene.
Lombroso C. 1880. La pellagra in Italia in rapporto alla pretesa insufficienza alimentare. Torino.
Lombroso C., Ferrero G. 1893. La donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Torino. L. Roux.
Mazzarello P. 1998. Il genio e l’alienista: la visita di Lombroso a Tolstoj. Ed. Bibliopolis. Napoli.
Miraglia B.G., 1847, Cenno di una nuova classificazione e di una nuova statistica delle alienazioni mentali, Aversa.
Palano D., Il potere della moltitudine, milano, 2002
Rondini A. 2001. Cose da pazzi. Cesare Lombroso e la letteratura. Ist. Edit. E Poligr. Internazionali. Pisa.
Vito Teti, “La razza maledetta. Alle origini del pregiudizio antimeridionale”,  Manifestolibri, Roma, 1993


29
Mar 14

Pitaro: Lombroso e Villella, ci sarà un giudice a Berlino

Sulla diatriba di questi giorni a proposito del Museo Lombroso è intervenuto Romano Pitaro, caporedattore della rivista del consiglio regionale calabrese. Così scrive Pitaro:

Oggi 28 MARZO su “Repubblica” (pag 31) viene servita una paginata per buttare fango sul “brigante” Villella, SCREDITARE la campagna volta a seppellire il suo cranio ed esaltare (ma dai!) l’ineffabile Museo Cesare Lombroso di Torino.
Una “controinformazione” la cui regia è scontata. Finalizzata ad impedire sia la chiusura del Museo degli orrori di Torino che la sepoltura di un cranio assurdamente trattenuto per far ridere i i polli (dato che parliamo di un ladro di polli) . E giustificare l’utilizzo di risorse pubbliche?
Ricordare che c’è una sentenza di un tribunale secondo cui il cranio di Villella va riportato in Calabria, “perché ingiustamente sequestrato”, certo impugnata dal Museo (vedremo come evolverà), sarà pure superfluo, ma tant’è… La sentenza esiste, vogliamo renderne conto?, il secondo round è in corso…
Il sillogismo praticato dall’articolista, in breve, è il seguente: i neoborbonici sono puzzoni (sarà pure vero, ma non sarebbe stato simpatico – lasciamo perdere la deontologia che è diventata una brutta parola – sentire anche l’opinione del presidente del Comitato “No Lombroso”: tanto per fornire un’informazione credibile, no?); tra chi contesta il Museo ci sono molte associazioni neoborboniche, ergo: il Museo è specchio di civiltà e virtù.
Peccato che la cosa non funzioni.
Io – tanto per intenderci – come tanti altri, sono non tanto per la chiusura di quel Museo (ci sono tante porcherie “culturali” in circolazione!) ma assolutamente convinto dell’urgenza, per un Paese dignitoso, di restituire il cranio di Villella al suo paese d’origine: Motta Santa Lucia.
Ma il bello di quest’operazione, evidentemente studiata a tavolino in vista del secondo grado di giudizio, è che si intenderebbe dimostrare di aver ragione non soltanto sulla “marmaglia” neoborbonica, ma sull’intera vicenda Lombroso/Villella, in quanto a scrivere di Lombroso genio incompreso (in realtà bocciato dalla scienza mondiale), di Villella “non brigante ma poveraccio ladro di polli” (quindi, se capiamo bene, uno il cui cranio, appunto perché poveraccio?, può impunemente essere trattenuto per far ridere i polli) e che in Calabria di questa storia se n’è fatta un’epopea (ma quando mai? Se in Calabria ci fosse stata un po’ di consapevolezza con tanto di adesioni a quest’ora quel cranio sarebbe già seppellito! Manu militari…) è un’antropologa calabrese. Beh!, allora sì. I conti tornano. Se persino “una stimata docente di antropologia culturale all’Università di Padova”, “calabrese”, asserisce che la testa mozzata di Villella può continuare ad essere esposta al pubblico, cosa volete di più?
Il punto è che da un pezzo alla logica è stata dato l’ostracismo, anche nei luoghi meno sospetti, motivo per cui cresce la disaffezione verso i giornali e crolla l’acquisto dei libri (se ne scrivono troppi, se ne leggono pochi e si sparano puttanate!)
Dunque,a proposito di logica: se Villella non era un brigante (ma questo è strarisaputo; nell’Italia appena unita, a colpi di fucilate nel Mezzogiorno, tutti quelli che disapprovavano erano definiti briganti e presi a calci in culo; eppoi, guardate che è stato proprio il Comitato “No Lombroso” a chiarire lo status di Villella; bastava che l’estensore dell’eccelso pezzo sentisse l’ingegnere Iannantuoni, 338 4146300, per evitare di accreditare stupidaggini) non vi pare che l’unica domanda da farsi è la seguente: che ci fa ancora il suo cranio (il cranio di un poverocristo nullatenente finito, suo malgrado, nelle grinfie di Lombroso) nel museo Lombroso di Torino?
C’è bisogno che un’alta istituzione culturale aspetti altre sentenze, perche si consenta di seppellire il cranio di una persona umana esposto bellamente in un Museo? All’autrice del libro in questione, o a chi per l’occasione ne ha sintetizzato il contenuto, che mette all’indice “una crociata antilombroso in Calabria” (tra l’altro il comitato antilombroso ha sede a Milano) ci sarebbe da consigliare un buon oculista. Perché di crociate simili, PURTROPPO, in una regione che ha già tanti affanni di cui occuparsi, non c’è assolutamente traccia. (La Basilicata ce l’ha fatta, dopo anni, a seppellire, grazie all’impegno della sua classe dirigente, del cinema e della cultura, Passannante: ma questa è un’altra storia…)
Viene da sorridere, infine, quando si lascia intendere che “i media hanno trasformato Villella in totem contro il razzismo meridionale” (quest’amenità, invero, l’ha scritta l’altro giorno La Stampa torinese). Non perché sia falsa (fermo restando che a scrivere con ragionevolezza su/di Villella sono stati pochissimi giornali), ma perché chi la scrive non l’ha proprio capita. Gli sfugge il senso, la portata storica del tema, non comprende proprio l’animus del Mezzogiorno di ieri e di oggi, che ha poco da spartire con il Borbone o i velleitari slogan secessionisti. … E spiegargliela è difficile. Falso assolutamente è che i resti di Villella non siano stati reclamati dai suoi eredi (anche questa cosa è risaputa); ma anche qui, occorrerebbe spiegare che il punto non è più il brigantaggio (valore o disvalore comunque lo s’intenda considerare) o il parentado, ma l’interesse di un Paese (di cui facciamo tutti parte ed a tutti noi caro) a rimediare ad errori ed orrori compiuti quando s’è fatta l’Unità, bene ormai imprescindibile quanto il progetto europeo.
Ecco: seppellire il cranio di un poveraccio meridionale, tra l’altro scambiato per brigante, ed esposto in un museo incentrato su teorie balorde, è la giusta cosa da fare. La giusta cosa da farsi che l’Università di Torino, nonostante dalla sua non vi sia uno straccio di ragione giuridica, etica, civile e religiosa (la Bibbia parla chiaro sul seppellimento dei morti, anche di quelli uccisi nel nome di Dio!) , non consente ancora di fare. Ma, come ricorda Bertold Brecht, in riferimento al famoso mugnaio che si scontra con l’imperatore a causa di un torto maldigerito, per fortuna “ c’è un giudice a Berlino”. Saluti!

Ps: ma a voi piace visitare un luogo con teste mozzate che vi guardano con le espressioni della foto di cui sopra?


28
Mar 14

E frulla, frulla la macchina del fango

Che da un pò di tempo fosse in atto una mirata campagna contro il meridionalismo e chi ne diffonde la voce era ampiamente dimostrato anche su queste pagine.

Dopo gli attacchi a Pino Aprile, Gigi di FIore, Gennaro de Crescenzo, Marco Esposito ad enti ed associazioni varie, è la volta del Comitato No Lombroso e del Comune di Motta Santa Lucia, che da anni si battono per la chiusura del Museo Lombroso.

L’antefatto: una scrittrice e ricercatrice, realizza un testo per smentire la vulgata di quei fetenti dei meridionalisti bobbonici sul razzismo di Lombroso. Il libro viene edito dalla casa editrice Salerno, in una collana diretta dal professor Barbero. Un libro che non mancherò di acquistare, perchè non si finisce mai di imparare e soprattutto perchè mi infastidiscono tutte le censure preventive, e le forme di inquisizione in generale.

Bene. Oggi il quotidiano La Repubblica titola:

Minacce alla studiosa che difende Lombroso.

Chi ha letto l’articolo parla di presunte minacce (meridionaliste??,sic!) alla studiosa che non ha potuto tenere la presentazione del libro a Motta Santa Lucia, il paese del presunto brigante Villella che da anni è impegnato per la restituzione del cranio del contadino custodito (ed esibito) dal Museo Lombroso.

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Sbigottito, cerco di contattare il sindaco di Motta Santa Lucia, il dottor Amedeo Colacino che, da quanto si deduce dalla lettura del pezzo, non sarebbe stato in grado di garantire la sicurezza della scrittrice. Insomma siamo arrivati a questo? Davvero è così in pericolo la libertà di manifestazione del pensiero? Che uno possa attendersi critiche a quello che scrive, mi sembra sia normale e fisiologico, ma..minacce?? In fondo si riescono a tenere presentazioni di libri di magistrati antimafia, tipo Grattieri, e non si è in grado di garantire la sicurezza di una studiosa che parla di Lombroso?

Purtroppo sono diventato diffidente, soprattutto perchè conosco l’universo meridionalista che per strada potete sì trovarlo a manifestare, ma da qui ad elaborare minacce per la pubblica incolumità mi sembra quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ed infatti il sindaco di Motta Santa Lucia scrive:

Vergogna !! Nonostante le mie precisazioni a Repubblica , sullo stesso quotidiano , di oggi , venerdì 28 Marzo , si scrive a caratteri cubitali che la presentazione del libro sul Lombroso e il brigante Villella , e’ stata rinviata per motivi di ordine pubblico. Basta fango alla Calabria e al mio paese Motta Santa Lucia. Basta falsità !!! La presentazione, come già da ieri dichiarato a Repubblica , al giornalista Massimo Novelli, e’ stata fatta semplicemente per presentare un altro libro sul brigante Villella, scritto dal prof. Cefali , in contraddittorio tra le parti. Visto le divergenti posizioni dei due libri. Niente di più . Ma nonostante ciò il giornalista di Repubblica ne ha fatto un caso. Se la presentazione del libro fosse stata rinviata a Torino, sede dello stesso giornalista, per gli stessi motivi, di trasparenza, non avrebbe trovato spazio neanche su una piccola testata locale.

Vergogna !!!

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In parole povere la presentazione sarebbe stata rimandata soltanto per dare modo di organizzare una contraddittorio, con due tesi differenti, tra due autori diversi.Nessuna ragione d’ordine pubblico.

Secondo quanto riferito dal sindaco, dunque, il caso sembra chiuso e a me sembra che si sia attivata una consapevole macchina del fango….

PS: piccola nota a margine: si continua a voler parlare con saccenza e supponenza del fenomeno meridionalista, senza alcuna cognizione di causa, riducendolo ad una esperienza esclusivamente reazionaria (anche in questo caso se si avesse cura di intervistare il presidente dei neoborbonici si scoprirebbe che tanti assunti sono erronei) conservatore e, come scrive il giornalista di cui sopra, legittimista e violento. Questo è giornalismo superficiale. Se proprio si vuole indagare questo fenomeno ed esprimere un giudizio di valore nel merito, lo si faccia con cura ed attenzione. Si scoprirà che esso è complesso e molteplice e ,proprio per la sua molteplicità e per le attuali condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno, al contrario dei fenomeni leghisti, tutt’altro che reazionario. Basta ascoltare, giusto per farsi una idea, la new wave dell’hip hop partenopeo.


27
Mar 14

Giuseppe Villella: con quale diritto?

Nacqui a Motta Santa Lucia il 17 Febbraio del 1795. Fui battezzato. Vissi da giovinetto la seconda invasione francese, quella nel 1806, che portò tragedia epocale nella mia Calabria diventata l’ultimo baluardo armato della Terza Coalizione contro la sanguinaria Grand Armèe di Napoleone. Non fu meno triste lo stato d’assedio imposto dai piemontesi nel 1861. La mia fu un’onesta vita di bracciante fino a 69 anni ma ho sempre avversato i conquistatori della mia terra nei modi in cui potei farlo. Mi dissero brigante e ormai vecchio, strappandomi ai miei cari, mi deportarono nel Nord Italia, nel carcere di Vigevano. Poco dopo il mio arrivo mi ammalai gravemente per freddo e per fame e fui trasportato morente a Pavia dove resi l’anima a Dio il 16 Agosto del 1864. La mia testa fu espiantata da Cesare Lombroso, senza permesso alcuno, per diventare il portaoggetti della sua scrivania. Dopo alcuni anni, scrutando il mio cranio, Cesare Lombroso immaginò di trovare una fossetta nel mio occipite quale causa della mia presunta attitudine a delinquere e mi pose ad esempio mondiale quale delinquente atavico. Io però, non ho mai rubato in vita mia nè ammazzato alcuno. Il mio cranio è ancora oggi esposto a Torino nel Museo intitolato a Cesare Lombroso. Così mi trovo in un posto sbagliato da oltre un secolo, scrutato da occhi paganti e indiscreti. Perché? Non dovrei forse essere nella mia Motta Santa Lucia…con la mia gente, con i miei morti? Con quale diritto mi si infligge questa pena?

Giuseppe Villella

 


14
Feb 14

Vogliamo la verità sul risorgimento! Nasce il premio letterario “Giuseppe Villella”

I meridionali cominciano a prendere coscienza delle loro radici storiche e la cosa fa un po’ paura e fa riflettere. E’ per questo che la sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme, coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì, ha deliberato di bandire un concorso letterario intitolato a Giuseppe Villella, presunto brigante vittima del Risorgimento, aperto ai neomaggiorenni dell’ultima classe delle scuole superiori.
Fortemente voluto dall’Ing. Cefalì che ne è l’ideatore, il concorso ha come obiettivo la presa di coscienza delle nostre giovani generazioni rispetto a ciò che raccontano i libri della storia scritta dai vincitori di quel tempo. I ragazzi che vorranno cimentarsi nella ricerca storica relativa a quegli anni terribili  che vanno dal 1859 al 1871 dovranno attenersi al regolamento del concorso che potrà essere richiesto anche alla mail [email protected] .
Il tema del concorso è “LA STORIA DEL  RISORGIMENTO ITALIANO VISTA OGGI”.
Il plico con gli elaborati dovrà essere spedito (farà fede il timbro postale) o consegnata pro manibus al coordinatore di sezione di Lamezia Terme entro e non oltre le ore 12 del giorno 15/04/2014. 
 Ormai è acclarato, l’esercito  piemontese, con il pretesto di unire l’Italia, massacrò la popolazione inerme, incendiò centinaia di villaggi e causò il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II e portati a morire di stenti a Fenestrelle. Per non parlare della famigerata legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, che da sola produsse nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo e forse 1 milione di morti, come sostengono alcuni.
Il risorgimento secondo i revisionisti fu una rapina a mano armata posta in essere a danno del Regno delle Due Sicilie  che aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte.
Vale dunque la pena di approfondire quel periodo storico affinchè i nostri giovani sappiano chi siamo e da dove veniamo, per riscoprire “l’orgoglio di chi siamo e di chi fummo” come recita la splendida canzone Gloria interpretata da Mimmo Cavallo e da Albano.
Per informazioni rivolgersi a: Cefalì Francesco Antonio (Coordinatore  Partito del Sud Lamezia Terme) e-mail [email protected]
Il link col regolamento

27
Mar 13

” A Torino sto bene, passano un sacco di paesani a salutarmi”: l’irritante provocazione di un consigliere torinese

Museo Lombroso, una foto su facebook riaccende la lite sul cranio conteso

Alcuni consiglieri comunali della città di Torino, ieri,sono stati in visita al Museo di Lombroso, ove, lo ricordiamo, sono esposti col marchio di criminali abituali, decine di crani mozzati, a bocca spalancata, di presunti briganti meridionali.

Secondo il Comitato NoLombroso, che da anni propone di chiuderlo, e secondo anche molti sottoscrittori dell’appelo del Comitato, tra cui il consigliere comunale di Torino, Mimmo Mangone, e alcuni consigli comunali italiani, quel museo non ha fatto altro che contribuire a tramandare il topos del meridionale “criminale abituale”. Teorie scientifiche che si sono rivelate false ed inattendibili.

Lo stesso consigliere Mangone così si esprime a tal proposito:  “Il museo dedicato a Lombroso è lì a ricordare a tutti che i popoli meridionalisono inferiori ai popoli del nord”. Il consigliere l’ha definito “il museo delle caz.. te”, che “per rispetto di tutti i meridionali che hanno contribuito a far grande il nord dev’essere chiuso. E i resti umani, con nome e cognome, restituiti ai richiedenti”. Il cranio di Villella lo rivorrebbero in quel di Motta Santa Lucia: il Tribunale di Lamezia ha dato ragione al comune calabrese; la Corte di appello di Catanzaro ha sospeso la decisione in attesa di pronunciarsi. La decisione è attesa il 2 dicembre 2014. (Repubblica)

E ieri, proprio a dimostrazione della scarsa sensibilità che si dimostra verso la questione, come se il politicamente corretto riguardasse solo alcune forme di razzismo e non altre, come se,ancora, avesse valore solo nei confronti di tematiche più esotiche che “domestiche”, una frase davvero di cattivo gusto del presidente della commissione Cultura del Comune di Torino, Luca Cassiani, che su facebook ha pubblicato una foto del cranio di Villella con una didascalia, rivolta al consigliere Mimmo Mangone: “Caro Mimmo, sono Giuseppe Villella. Qui a Torino non sto così male nel Museo Lombroso. Ci sono un sacco di nostri paesani che tutti i giorni passano a salutarmi. Ti prego, lasciami qui a riposare, con affetto, Giuseppe” (il riferimento è a Giuseppe Villella).

Ci perdoni consigliere, questo è davvero cattivo gusto che calpesta la dignità e la memoria, oltre che la sensibilità, di una Storia mai veramente condivisa. Stuprata e travisata a seconda degli usi e delle circostanze.

A volte pare che ci sia una profonda distanza umana, che si dissolve tra le nebbie di una nazione inventata venti o trena anni fa. Una pietas umiliata che parte da Fenestrelle ed arriva fino al Museo Lombroso.


23
Feb 13

Torino : “Il cranio del brigante ritorni in Calabria”

Creato il 15 gennaio 2013 da Ilazzaro

 

Torino : “Il cranio del brigante ritorni in Calabria”

 
Dal dì che nozze, tribunali ed are, diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.

Così scriveva Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri per evidenziare quanto la pietas umana, sottraesse alla luce i feretri dei propri simili, dopo la morte, destinandoli,  alla devozione sepolcrale, sin dalla notte dei tempi.

Non così la pensano al Museo Lombroso di Torino, dove da anni il Comitato No Lombroso, chiede vengano restituiti alla terra i resti dei briganti meridionali, condotti dall’esercito sabaudo al cospetto di Cesare Lombroso che, sezionatili, ne trasse poi le errate convinzioni sul delinquente abituale. E brandelli di razzismo meridionale che, a quei tempi, giustificò una guerra di invasione indicando in campani, calabresi, lucani, pugliesi, siciliani ed abruzzesi, soggetti dediti a delinquere e dotati di minorità fisiche. Tanto che ci fu qualche ministro, all’indomani dell’Unità, che pensò addirittura di spedire i meridionali nel Borneo, suscitando la preoccupazione (uno scatto d’etica?) della diplomazia d’oltremanica.

Così, avevamo partecipato anche noi all’iniziativa del Comitato No Lombroso, inviando email  ai consiglieri comunali di Torino , invitandoli ad appoggiare  la mozione del consigliere Mangone (Pd): esortare il Museo Lombroso a restituire i resti del (presunto) brigante Villella al proprio paese Motta San, ed al sindaco, discendente proprio dal Villella. Forti anche di una sentenza del Tribunale di Lamezia Terme che impone al Museo la restituzione delle spoglie.

Acceso il dibattito in aula, ieri, così La Stampa, quotidiano di Torino, scrive: Ma alla fine quella mozione che in pochi giorni ha fatto il giro d’Italia – ed è pure rimbalzata su parecchi siti stranieri – presentata dal consigliere Domenico Mangone (Pd), è stata approvata da un Consiglio comunale che per metà si è astenuto, sindaco Fassino in testa. Ciò che importa però è che siano bastati sedici voti favorevoli perché passasse un documento unico nel suo genere che impegna «La Città a promuovere ogni iniziativa affinché si giunga alla sepoltura dei resti, anche attraverso la restituzione delle spoglie ai discendenti o alle amministrazioni comunali, trattenute nel museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso di Torino».

Un atto di umanità e l’invito a sostituire i resti con dei calchi e delle riproduzioni. E l’auspicio, da parte di alcuni consiglieri, al Sindaco, di creare a Torino un museo dell’immigrazione.

Una nota di colore: ci ha stupito l’opposizione di alcuni consiglieri del Movimento 5 Stelle, soprattutto dopo che il loro leader, Grillo, proprio nei comizi tenuti al Sud, non aveva certo indugiato su una revisione di taluni aspetti del Risorgimento.

Possa essere questo l’inizio di una storia realmente condivisa.

Così, Pino Aprile commenta dal proprio profilo Facebook:  cari prof dell’università: quell’osso è un segno di una dignità offesa e di un’offesa che non è più accettata. Lo rivogliamo, per rimettere a posto qualcosa che ci fa ancora male e che la vostra resistenza spinge a ritenere incredibilmente viva dopo un secolo e mezzo. Non penso sia così (a parte uno due casi… noti), ma il vostro comportamento autorizza a ritenerlo. Serve solo a ritardare qualcosa che avverrà, che si potrebbe far bene prima, invece che male e a forza, dopo.


23
Feb 13

Ancora polemiche sul teschio di Villella studiato da Lombroso

 

Creato il 10 novembre 2012 da Ilazzaro

Ancora polemiche sul teschio di Villella studiato da Lombroso

Altri dubbi sul famoso teschio di Villella, studiato da Lombroso e (ancora) “ostaggio” del Museo di Antropologia criminale «Cesare Lombroso» di Torino

Il teschio, che il tribunale  di Lamezia Terme ha stabilito venga consegnato al comune d’origine dell’interessato, Motta Santa Lucia (Cz), non apparterrebbe a Giuseppe Villella condannato per furto nel 1844.

Secondo il comitato “No Lombroso” il cranio sarebbe di un altro Giuseppe Villella,nato costui nel 1795, a carico del quale non risultano carichi penali. Un anziano, cioè, sospettato di brigantaggio.

Se la tesi fosse vera, ancora una volta verrebbe smentita la già obsoleta teoria del delinquente per nascita, che rese celebre Lombroso.


23
Feb 13

Tribunale di Lamezia Terme: no alle macabre esposizioni del museo di Lombroso

 

Creato il 06 ottobre 2012 da Ilazzaro

Tribunale di Lamezia Terme: no alle macabre esposizioni del museo di Lombroso

Una sentenza storica quella di ieri. Una sentenza storica del Tribunale di Lamezia Terme.

Una vittoria fondamentale del comitato No Lombroso e di tutti coloro che da anni si battono pechè venga chiuso il museo degli orrori di Cesare Lombroso. Perchè trovino pace, e non siano soggetti al pubblico ludibrio ed alla pruriginosa curiosità, i resti di contadini meridionali sezionati ed oggetto di esperimenti privi di alcuna valenza scientifica.

I resti del contadino Giuseppe Vilella, calabrese di Motta S. Lucia, esibito come falsa prova lombrosiana dell’esistenza del delinquente atavico, dovranno essere restituiti alla famiglia ed essere sepolti a spese dello stato.

Possa essere questo il primo passo di una presa di coscienza collettiva contro teorie fondative di azioni chiaramente xenofobe e razziste, prive di alcun risvolto scientifico.

Ricordiamo che molti contadini meridionali e legittimisti borbonici, infamati col marchio di Briganti, furono uccisi (dal macellaio Cialdini) e vivisezionati per provare le teorie lombrosiane.

Il dispositivo della sentenza:

 il Tribunale, sul ricorso ex art.702 c.p.c. definitivamente pronunciando, così dispone: 1) accoglie l’eccezione di difetto di legittimazione passiva del Comune di Torino e del MIUR; 2) Nel merito accoglie la domanda e , per l’effetto, condanna l’Università degli studi di Torino alla restituzione al Comune di Motta S. Lucia del cranio di Giuseppe Villella detenuto nel museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, sito a Torino, presso il Palazzo degli Istituti Anatomici, nonchè al pagamento delle spese di trasporto e di tumulazione; 3) Condanna, altresì, l’Università degli Studi di Torino al pagamento in favore del Comune di Motta S. Lucia ricorrente, e del Comitato Scientifico No Lombroso interveniente, delle spese e competenze del presente giudizio, con distrazione ex art.93 c.p.c. per il primo, che si liquidano in € 2.500,00, cadauno di cui € 1.000,00 pe rdiritti ed € 1.500,00 per onorari di causa, oltre al contributo unificato versato, IVA, CPA e rimborso forfettario spese come per legge

Così ha commentato la notizia Pino Aprile dal suo profilo Facebook: è importante che dei resti umani abbiano degna sepoltura, e non siano esposti alla curiosità del pubblico, persino a scopo denigratorio (“ecco come sono fatti i delinquenti nati”!). Importante è che chi si occupa, a qualsiasi titolo, della storia, della gente del sud, sappia che deve farlo con l’attenzione, il rispetto che si devono a chiunque.