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17
Nov 15

Che fine ha fatto la Benevento alluvionata? #Savesannio

Nell’era della comunicazione liquida ed umorale si fa presto a dimenticare un dramma, perchè schiacciato e scacciato da uno maggiore, nell’attesa del successivo.

E allora: che fine ha fato la Benevento alluvionata? Fino a quando andava di moda l’hashtag #savesannio #saverummo, la moda del momento teneva acceso un faro sul problema, ma poi?

Oggi Pino Aprile, ad esempio, cittadino sannita ad honorem, prende spunto da una lettera ricevuta per “riaffrontare” il problema:

Lettera agli onesti che non si nascondono dietro la latitudine, a proposito dell’immane disastro dell’alluvione che ha devastato il Sannio, messo in ginocchio l’economia e tanta gente che non può tornare al lavoro o in casa, perché il fango ha distrutto tutto. Pare che per trovare un diluvio della portata che ha sconvolto il Beneventano si debba andare indietro di più di un secolo.

Sapete che il governo ha abbandonato a se stessi centinaia di migliaia di italiani? Che ci sono ancora strade non percorribili, perché invase dal fango, ponti e palazzi pericolanti, comunicazioni interrotte? Che la gente sta provvedendo da sola, aiutandosi a vicenda? Che il punto di riferimento, per coordinare le iniziative di soccorso, solidarietà, rinascita è un prete, don Alfonso Calvano?

Sapete che il governo che più di qualunque altro sta passando alla storia (forse del crimine) per aver sottratto più fondi destinati al Sud (Tremonti è distrutto, per aver perso il primato), ha destinato solo 38 milioni di euro, dopo le proteste, aumentati a 50, per il Sannio? Non basteranno, a momenti, manco per comprare le pale: non è un aiuto, è un insulto.

C’è da dire che è già molto più di quanto si fece per gli alluvionati di Giampilieri, nel Messinese: 37 morti, nemmeno un euro di aiuti; mentre, per le inondazioni di Genova e della Toscana (mezza dozzina di vittime), subito dopo, furono messe nuove accise sul prezzo dei carburanti: ma solo per i disastrati del Nord.

Quindi, di fronte a questo genere di attenzioni strabiche dello Stato, per chi è colpito da disastri nello stesso Paese (sicuri che sia lo stesso?), ai beneventani si dovrebbe persino dire “bacia la mano che ruppe il tuo naso” (De André). I rappresentanti coloniali della zona, del partito unico della Nazione e persino molti d’opposizione osservano un sei mesi di silenzio, in omaggio al dolore dei loro elettori e per pararsi il culo, perché guai a chi obietta. Magari qualcuno di loro tace perché sta pensando a quanto fa in tangenti quella somma?

Insomma, a voi sembra giusto che ci sia alluvionato e alluvionato? Se il fango ha diverso valore a seconda di dove invada e distrugga, al Sud resta fango e al Nord diventa oro e nulla cambia al mutar dei governi, non ci rimane che l’alchimia: se la latitudine muta natura e valore della melma, allora bisogna organizzarsi, raccogliere ognuno un secchio, un bidone, una cisterna di fango sannita e portarlo oltre la latitudine che fa scattare l’attenzione e gli aiuti del Paese.

Perso per perso, schifati da un governo che non ha avuto vergogna di rubare i soldi stanziati per il Sud e i suoi disoccupati, per incrementare le assunzioni al Nord, perché non provare pure questa?

Se poi l’alchimia, anche quella, si dimostrasse di pasta renziana e cristianamente delria, beh, qualche altra idea sull’uso del fango può ancora esserci. Chi pensa che sarebbe difficile, in tal caso, distinguere il fango da certa melma, sbaglia: il fango puzza meno.
Perché scrivo questo? Perché avevo chiesto qualche notizia a un mio amico di Ponte, Peppe Mazza, giovane e coraggioso imprenditore, che dal giorno dell’alluvione si alza prima dell’alba per aiutare i suoi compaesani, poi deve lavorare per salvare i suoi laboratori.

E lui mi ha risposto come potete leggere qui sotto. Vi assicuro, sarebbe la stessa cosa se non conoscessi Peppe e tanta altra brava gente di Ponte e della vicina e non meno sconquassata Casalduni (sono cittadino onorario di entrambi i Comuni). Un Paese che discrimina fra i suoi abitanti, persino nella disgrazia, è un Paese nemico, retto da un governo nemico.

La somma di queste carognate non può che portare alla divisione. E forse è quello che vogliono e non sanno più come farcelo capire. Nel frattempo, rubano l’argenteria e le merendine ai bambini dell’asilo (ops… questo non è possibile, perché i soldi per gli asili, il razzismo renziano li ha destinati solo alle città del Nord, che li hanno già; forse pensando che se al Sud non ci sono, è perché non servono).

Ecco la risposta di Peppe:
“Scusami Pino, ma stamattina sto molto polemico. Quindi scrivo comunicati politici e non cronache. Però, la cronaca la conosci bene e l’hai scritta innumerevoli volte. Basta che cambi qualche avverbio nei tuoi scritti storici e ottieni la cronaca di oggi, al posto di Cialdini ci metti qualcun altro e hai il risultato.

Emergenza è stata a tutti gli effetti, la nostra: più emergenza di 380 mm di pioggia su un territorio come quello del Sannio? I dati sono della Protezione Civile (vuol dire che siamo al doppio di quanto ufficialmente comunicato all’inizio; n. d. r.); alcuni pluviometri hanno addirittura superato il 400 mm, che è il limite massimo di misura eppure, il governo, dopo 20 giorni, ha sì riconosciuto lo stato di emergenza, ma ha dato solo un contributo di 38 milioni di euro, che non bastano neppure a risolvere l’emergenza, vale a dire la rimozione del fango e il ripristino delle strade.

E la messa in sicurezza? E la ripresa economica del territorio? Sta come al solito alla forza dei soliti soggetti che hanno solo quella dei propri nervi e del proprio cuore; quei nervi che continuano a tenerli abbarbicati e radicati al proprio territorio. La forza dello spirito di quei greci che arrivarono sulle coste del Sud d’Italia.

Quella forza che non ci fa reagire, perché ci tiene legati alle nostre attività e al superamento delle difficoltà quotidiane. Lo sanno bene i nostri governanti e le lobby che ci tengono legati.
Il mio non è un piagnisteo, lo testimonia il fatto stesso che da stamattina alle 4,30 ho già fatto più di una giornata di lavoro, però, se mi fermo un attimo e ci penso, mi viene la rabbia e mi rimetto in attività. E la rabbia si trasforma in azione quotidiana, in quella forza che sostiene la mia attività economica e professionale”.


03
Nov 15

Ma all’Arena, è Salvini che ospita Giletti?

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Un simpatico post di Pino Aprile sul “Giletti&Salvini file”:

Uh…, com’è andato in puzza Giletti, quando gli è stato detto che la Rai i veri problemi di Napoli non li può trattare e non li vuole trattare! È scattato come una molla ed è riuscito a non far dire quali sono, proprio urlando: «Replichi a Salvini, replichi a Salvini!». Era quello che il suo interlocutore, l’avvocato Antonio Crocetta, voleva fare (sia pure con snobissima “erre moscia” caprese o del Vomero, nevero…), cominciando a parlare degli investimenti che il governo sottrae al Sud.

Ma ci pensate sentir dire, domenica pomeriggio, alla Rai, che il governo si fotte i soldi per il Mezzogiorno e li spende al Nord? Progetti europei, ferrovie, scuole terremotate, salute, asili, interventi a favore di alluvionati e… Tutto e solo al Nord, salvo a volte, per distrazione, qualche zero virgola. E persino i soldi per il Sud rubati e spesi per incentivare le assunzioni al Nord: ovvero, togliere ai disoccupati per dare più lavoro a chi ne ha già di più. Ve lo immaginate se L’Arena toccasse uno qualsiasi dei temi appena elencati?

Giletti preferisce occuparsi della monnezza vicino alla stazione di Napoli e i biglietti omaggio ad amministratori locali (scusate: del vice presidente della Lombardia in galera e l’assessore al Bilancio sotto inchiesta s’è detto nulla? Sono andato a letto resto, ultimamente e mi sono perso qualcosa).

Se è ormai diffusa l’idea che lui si trovi bene con i Salvini, i Crosetto che va a dire che non mette piede in Calabria, perché non sai a chi stringi la mano, si chieda perché. Crosetto era nello stesso partito di Dell’Utri e Cosentino, e sottosegretario nel governo presieduto da uno che aveva più inchieste giudiziarie a suo carico che capelli in testa (no, questa è sbagliata… diciamo: che ospiti alle cene eleganti). Forse Crosetto non voleva correre il rischio di stringere la mano a un calabrese onesto? Io così l’ho capita. Sbaglio? Mi scuso. Ma Giletti non urlò contro Crosetto, anzi! (Conosco Massimo da molti anni e avevo stima per lui, ora, non da ora, da un po’, non più; si dichiari leghista e ne riacquisterà una parte, almeno per la sincerità).

E di cosa si parlava? Di Salerno-Reggio Calabria che costa tantissimo e non va avanti. E con chi se ne parlava? L’onnipresente Salvini (secondo me è Salvini che ospita Giletti in trasmissione, non il contrario). E tutti a dire della mafia calabrese, come se l’autostrada la facesse la ‘ndrangheta e non aziende solo del Nord, al più del Centro; meridionali, manco una, salvo subappalti col pizzo (come lezione di antimafia non è granché).

Giletti ripeteva indignato le cifre di spesa della Salerno-Reggio; ma quei soldi non sono rubati dai calabresi: vanno ad aziende del Nord. La Brescia-Bergamo-Milano è costata a chilometro molto di più, è il più lungo monumento all’inutilità e allo spreco e non ci passa nessuno (infatti, non mi risulta sia mai arrivata a L’Arena; se baglio, mi scuso). Perché non fa scandalo?

E dell’alta velocità ferroviaria Torino-Milano, la più costosa del pianeta (gareggia con qualche altro tratto italiano), progettata e pagata per 300 treni al giorno e percorsa da 40? È solo una mia supposizione, quindi Giletti non c’entra niente: se fosse al Sud, sai che puntatone a L’Arena! E se una città e una Regione del Sud avessero i bilanci di Torino e Piemonte, e la Regione chiedesse al governo (che ci ha provato, ma è stato beccato) di fare una leggina per non essere costretti a portare i libri in tribunale, Giletti ci farebbe su una puntata de L’Arena o no? (Magari l’ha fatta, ma mi dev’essere sfuggita; nel qual caso, correggetemi e mi scuso).

E non ho dimenticato l’indignazione che colava dai muri degli studi de L’Arena e devastava il volto di Giletti quando uno a Napoli gonfiò un ragazzo con un compressore d’aria, procurandogli lacerazioni interne orribili. Si scatenò la stampa italiana per descrivere non l’autore del crimine, ma Napoli quale landa selvaggia e incivile. Il male di uno trasformato nella prova inconfutabile di una tara collettiva, etnica, antropologica.

Qualche giorno dopo, la stessa cosa accadde in Piemonte e la cosa passò in pochi righi, più il silenzio di Giletti, come tragico esito di uno stupido scherzo. Non si scoprì che i piemontesi sono selvaggi e incivili (non lo sono, infatti Giletti è piemontese: vedete com’è facile giocare con queste cose?), ma solo che ce n’era uno da cui era meglio star lontani. Ed è giusto così, perché ognuno risponde solo delle sue azioni. Se un inglese uccide qualcuno, lui è un omicida, e gli inglesi non sono tutti assassini. Già. E allora com’è che se succede a Napoli, i napoletani, i meridionali…?

Parrebbe tanto ovvio, nella mente di Giletti, che Napoli è degrado, che gli è scappata una boiata grossa, ma proprio grossa, sulla metropolitana. L’avvocato Crocetta ha avuto gioco facile nel replicare che quella di Napoli «è la migliore del mondo». Del mondo non so, ma d’Europa sì, e lo hanno detto i londinesi che sono andati a studiarla e i responsabili dell’Unione europea, secondo i quali i fondi stanziati per quell’opera sono fra i meglio spesi di sempre.

Ma Giletti non aveva più tempo… «Risolvete i problemi della vostra città!». Ed è proprio quello che vorrebbero fare, a Napoli, per esempio, con il problema più grosso, l’area di Bagnoli, che Renzi ha espropriato ai napoletani, per affidarla a un uomo di sua fiducia, che gestirà le ingenti risorse del progetto di bonifica (conoscendo l’accoppiata Renzi-Delrio, quei soldi rimbalzeranno altrove. Non si può? Sottovalutate le capacità, la rapacità della coppia e le innumerevoli prove fornite finora).

Capisco che bisogna trovare il modo di sopravvivere, in una Rai a cui il capo di governo mai eletto (e nominato da quel Giorgio Napolitano che ha meritato il premio Kissinger, il tizio che diede il via alla mattanza sudamericana dei Pinochet e dei Videla) ha fatto capire che chi non è renziano può cominciare a far le valige. Giletti può legittimamente garantire che non si fa condizionare da questo, ma l’avvocato Crocetta forse non ci crede, perché gli urlava: «Lei sta facendo campagna elettorale!», ed è chiaro a favore di chi: perché, avendo Renzi corretto le elezioni a sindaco di Roma (erroneamente vinte da Marino, che non è renziano), mentre stanno per arrivare 500 milioni per il Giubileo, adesso deve correggere quelle di Napoli, non essendo de Magistris, il sindaco scelto dai napoletani, manco del Pd.

Intantoi questa mattina sempre sulle reti rai, a proposito dell’alluvione in Calabria. Il giornalista ad un amministratore locale: “Ma la strada che è crollata, era una strada abusiva?”  e l’intervistato “No. Veramente era la strada statale 106!”

Il problema non è raccontare dei problemi di una città ma il farlo lasciando seguire giudizi di valore ed analisi dal gusto etnico ed antropologico che finiscono per addurre un amaro retrogusto razzista.


27
Ott 15

La dieta mediterranea campa cent’anni 

Un interessante post sull’inventore della dieta mediterranea all’indomani dell’avvertimento dell’OMS sulla pericolosa delle carni rosse, di Pino Aprile:

«Io voglio campare cent’anni», mi disse Ancel Keys, lo scopritore della dieta mediterranea, quando andai a intervistarlo (non sapevo di essere il primo) nel suo rifugio in Cilento. Il professore, grande medico, a cui le forze armate statunitensi avevano chiesto di inventare, per i militari un cibo energetico, non deperibile, facilmente trasportabile (la “razione K”, da Keys), dopo aver analizzato la dieta di 15 milioni di persone, dai lapponi ai giapponesi, concluse che quella più adatta alla salute umana era quella dei contadini e pescatori del Cilento e della Puglia/Molise. A quel punto, Keys, simpaticissimo, vero gastronomo, decise di lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi in Cilento, coltivare un orto, imparare a rendere la tavola e il palato ricchi delle meraviglie alimentari terroniche (mi dette anche l’indirizzo per acquistare le migliori mozzarelle di bufala).
Aveva un’ottantina di anni, portati bene. Ma cento sono cento… Quello che oggi gli oncologi ci hanno spiegato, era già nel suo menu della buona salute, copiato da quello dei contadini e pescatori del Sud Italia: carni rosse, poche, quasi niente; insaccati (soppressata e poco altro a parte), pure; carne comunque rara, una volta a settimana, e di animali piccoli (specie pollo, agnello, coniglio).
Naturalmente, la dieta meridionale non è nata per evitare i rischi del cancro, ma per una serie di circostanze economiche, storiche e climatiche che sconsigliano un’alimentazione ricca di carni rosse o elaborate. E, comunque, anche in questo campo, c’è da ritenere che l’evoluzione selezioni “il più adatto” (il cibo), che si rivela più conveniente e produttivo.
Questa nostra dieta è patrimonio immateriale dell’umanità, grazie ad Angelo Vassallo, sindaco di Pollica e fondatore del Centro Studi per la Dieta mediterranea di Pioppi (una frazione marina, nel territorio in cui Keys si stabilì). Fu Angelo che avviò la richiesta di tale riconoscimento all’Unesco; osteggiato dall’Italia, allora governato dalla banda leghista con Berlusconi, ne fece a meno: la domanda fu ufficialmente presentata dalla Spagna, “in cooperazione” (!) con l’Italia, la Grecia e il Marocco. Angelo non fece in tempo a vedere l’esito della sua opera, perché fu ucciso, ancora non si sa bene da chi, con 9 colpi di pistola (c’erano mire potenti sul porto che lui aveva fatto rimettere in senso e un tentativo di infiltrazione criminale per spaccio di droga, che lui avrebbe scoperto).
Due mesi dopo, l’Unesco dichiarava la Dieta mediterranea patrimonio immateriale dell’umanità, in onore di un grande uomo.

Che facesse bene, lo abbiamo sempre saputo. Ora ne abbiamo un’altra conferma. Buon appetito.
P. S.: brindate in onore di Angelo. Col rosso, mi raccomando (aiuta la prevenzione di alcune forme tumorali, è anticostipazione, favorisce la digestione, è ringiovanente per la sua azione contro i radicali liberi e molto altro).

Ah, dimenticavo: Ancel Keys morì a 101 anni.


23
Ott 15

Vuoi chiudere il Museo Lombroso? Fatti curare da uno bravo

Sull’inserto cultura del Sole 24 Ore si legge: “A voler essere perfidi si potrebbe dire che chi chiede la chiusura del Museo Cesare Lombroso di Torino, e firma la petizione online che continua una demenziale campagna avviata nel 2010, andrebbe studiato da un punto di vista psichiatrico. Cesare Lombroso non era un ciarlatano né la caricatura che immagina chi lo chiama in causa nelle chiacchiere da salotto. Ha sostenuto teorie sbagliate, come molti negli anni in cui è vissuto, e anche per questo è oggetto di studi storici. Sarebbe criminale chiudere il Museo Cesare Lombroso, che conserva un patrimonio culturale di inestimabile valore per la storia dell’antropologia, della psichiatria e della scienza forense in Italia. Chi vuole difendere da questi nuovi barbari il Museo Lomborso può sottoscrivere una petizione in rete perché non sia chiuso”.

Interessante la risposta di Pino Aprile:

Questo delicato esempio di polemica culturale è apparso (senza vergogna per il giornale, né per l’autore reso coraggioso dall’anonimato) nell’inserto culturale del Sole24ore. A voler essere perfidi, si potrebbe dire che se questi sono gli estimatori, i danni di Cesare Lombroso sono più grandi di quel che si pensava. Da noi si dice che chi si somiglia si piglia.
Il cotale anonimo non vuole che vada disperso l’“inestimabile valore”. E se le teste lì esposte fossero di sua madre e suo fratello (temo che, della sua, manco Lombroso…)? Quale perdita sarebbe per la storia dell’antropologia, della psichiatrica e della scienza forense (ha dimenticato la glottologia, la vulcanologia e nonsopiùcosologia), se al posto di resti umani ci fossero i calchi?

Resti umani, del resto, sulla cui regolare acquisizione, da parte del Lombroso, non sembra tutto lineare, anzi. Con una antipatica distinzione fra il valore umano di certi resti umani e di altri: perché quelli di Giovanni Passannante, sempre di memoria lombrosiana, sono stati restituiti al suo paese natale per debita sepoltura, e gli effetti personali di Davide Lazzaretti anche, al Comune di Arcidosso (GR): i primi dal museo Criminologico di Roma ed i secondi proprio dal museo Cesare Lombroso; mentre i resti del terrone Giuseppe Villella devono restare esposti per salvare la cultura occidentale.
Che a volte, ti dici, non dev’essere granché, se produce un testo come quello appena segnalato, ritenuto degno della pagine culturali di un giornale come il sole24ore. E che “andrebbe studiato da un punto di vista psichiatrico”. Ma forse l’ho fatta lunga. A Roma, a certi inviti, essendo pratici e sbrigativi, rispondono: “Mannace tu’ sorella”. Ma la poverina non c’entra nulla. Ognuno risponde di sé. Anche allo psichiatra…


18
Ott 15

Non lasciamo solo il Sannio!

La rete diffonde notizie delle aree colpite dall’alluvione nel Sannio davvero drammatiche. Non fosse stato per i social manco avremmo saputo della dei danni riportati dal pastificio Rummo.

Anche Pino Aprile interviene raccontando la propria percezione di quella parte di Campania non molto conosciuta:

Sono cittadino onorario di due paesi alluvionati del Beneventano: Casalduni e Ponte. Ho parlato con alcuni miei “compaesani”. Temo che governo e pubblica opinione non abbiano bene l’idea della dimensione del disastro. Quella è una zona molto attiva, sia per l’agricoltura di qualità (nella parte occidentale, accarezzata dai venti tiepidi di ponente, vini di nota eccellenza: dalla Falanghina all’Aglianico, ma anche il Fiano e l’insospettabile Sciascinoso che comincia a decollare; nella parte orientale, spazzata da venti gelidi di levante, olio d’oliva buonissimo di cultivar che resistono ai grandi freddi, come lo strepitoso Ortice, e grani duri, dove si sconfina verso la Daunia); sia per le imprese industriali di trasformazione dei prodotti agricoli e no. Non è una zona molto abitata, ma si dà molto da fare, gente tosta, sanniti e irpini. Anche politicamente hanno sempre dato tanto, su fronti opposti, pure quelli influenzati dalla geografia.

Lì la Catena Appenninica si interrompe per qualche decina di chilometri, per questo i venti da est e da ovest possono scorrere da costa adriatica a costa tirrenica, senza impedimenti (Bene-vento). Al centro di quella valle che cuce due pezzi di Penisola, un poderoso affioramento calcareo, venuto su al ritrarsi del mare: il massiccio del Taburno (sembra una donna che dorme). Il versante Nord, ostacolando i venti freschi settentrionali, è piovoso, verde, fertilissimo, quindi zona di orticoltura, vigneti, frutteti, (relativamente) piccola proprietà per produzioni agricole ad alto reddito; il che significa una distribuzione di risorse non accentrata su pochi, ma una classe sociale media ben solida, spinta al confronto (dai metodi di coltivazione a quello delle idee). Quel versante ha generato politici e intellettuali liberal e liberali (non nel senso stretto di partito).

Il versante meridionale, esposto a insolazione forte e più scarse precipitazioni ha favorito una maggior diffusione del latifondo, quindi molto a pochi, poco a molti; il che ha comportato un arroccamento agli estremi, fra padroni di destra e braccianti di sinistra. Ma, anche lì, un livello alto.
Insomma, gente di valore, comunque la pensi; capace di fare cose importanti, e bene, molto bene (ma se parli con loro, li senti quasi sempre insoddisfatti, indispettiti perché avrebbero voluto far di meglio, di più… Vero sempre. Ma è il tipico atteggiamento di chi si pone obiettivi alti).

Su questa gente si è abbattuta un’orda di demoni; vi riporto frasi sparse di miei amici lì: «Ho cercato di raggiungere Casalduni. Non c’è modo. Son dovuti intervenire i pompieri per liberarmi». «Sai il torrentello vicino casa, quel pisciaturino? Ha trascinato tonnellate di fango e massi giù in paese». «La fabbrica di Libero è sott’acqua. Il fango ha invaso e riempito i forni. Stiamo spalando tutti insieme. Siamo soli. Computer, registri… tutto distrutto». «L’ondata ha svuotato le fondamenta di palazzi ancora non si sa come in piedi, ma ormai persi». «Un anno di amministrazione a lavorare sulla viabilità; mi mancavano solo altri due brevi tratti, poi, finalmente, avremmo completato il programma per rendere Casalduni più facilmente raggiungibile, collegata. La piena ci ha portato via 90 chilometri di strade!» (è il neo-sindaco, Pasquale Jacoviella, a parlare. Dignitoso, forte…, ma la sua voce è a pezzi almeno quanto le sue strade). «Non puoi immaginare: il ruscello ha abbassato il suo letto di sei metri, in quel tratto, la sponda ha ceduto e la spalletta della collina, imbevuta com’è, prima o poi la vedi venire giù». Sono vigneti («Per fortuna, quasi tutti avevano già vendemmiato»), uliveti, orti. Acqua e fango hanno invaso la zincheria (ci fanno i guard-rail, per tutt’Italia), sono centinaia di posti di lavoro, solo lì.

Questi strumenti di comunicazione, “la Rete”, ci permettono di far sapere di più a tanti. Così, per dire, è scattata l’azione di solidarietà per il pastificio Rummo, devastato dalla inondazione.


16
Ott 15

Cambiare il contenuto dei testi scolastici?

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Pino Aprile risponde a questa domanda con un interessante post:

Libri di scuola contestati, perché riportano sul Sud, pre e post unitario, informazioni scorrette, magari frutto di una storiografia e una pubblicistica consolidata, ma dimostrate del tutto o in parte infondate, da una serie nutrita di ricerche fatte da università, centri studi, autori accademici e no.

Nel caso di uno di questi volumi, pubblicato da La Scuola, la dirigenza della casa editrice ha accettato il dialogo, ha verificato l’esattezza delle obiezioni e ha ritirato il libro, mettendone in cantiere uno che tenesse conto degli aggiornamenti resi possibili dai più recenti studi. Tanto di cappello.

Altri editori, come la Mondadori-scuola, per il volume Spazio-storia, di Vittoria Calvani, hanno ritenuto di regolarsi diversamente. Continueremo a ricordare (lo abbiamo fatto per tutto lo scorso anno scolastico) che la descrizione lì riportata del Sud di miseria assoluta, senza manco un cencio per coprire un neonato (la paglia l’avevano prestata a Cristo bambino o se l’erano mangiata il bue e l’asinello), opposta alla condizione “dura ma non miserabile” del Nord, si commenta da sé. E si commenta malissimo.

Analoghe critiche vengono rivolte a “Chiedi alla storia”, di Franco Almerighi e Roberto Roveda. La prima scuola in cui gli studenti si rifiutarono di studiare su libri che continuano a raccontare il Sud e la sua storia in termini che ormai sfiorano la caricatura (il bimbo ignudo, il papà morente o già morto… di miseria terronica grave e atavica e soprattutto irrecuperabile, si capisce!), fu il liceo linguistico “de Bottis” di Torre del Greco, nel 2013; poi fecero lo stesso gli studenti della media “Alfonso Gatto” di Battipaglia; altrettanto è ora accaduto in una scuola in Abruzzo.

Cinque anni fa (lo raccontai in Giù al Sud), il primo esame di Stato in cui uno studente si presentò alla Commissione con la pila dei libri su cui aveva dovuto studiare, in quegli anni, e cominciò a demolire, con documenti, slide proiettate, testi di altri autori italiani e stranieri, molte verità storiche mummificate, palesemente non più sostenibili. La madre era disperata: ora me lo bocciano.

Specie quando il presidente della Commissione obiettò che lui non condivideva quello che il ragazzo stava dicendo. «Se ha documenti che smentiscono i miei, sono pronto a discuterne», replicò, parola più, parola meno, il giovanotto. Fu promosso con il massimo dei voti. E ormai non le conto più le tesine della maturità, le tesi universitarie in cui la storia viene ridisegnata più correttamente.

Parliamoci chiaro: nessuno potrà mai scrivere “la verità”, ma più ne cercheremo (senza dare per vera quella che più ci fa comodo), più ne troveremo; il che significa essere pronti a rivedere quel che sappiamo, se non regge dinanzi a nuovi documenti. E non basta: la storia non si può cambiare, solo tentare di capirne un po’ di più; il che significa che non ha senso (ed è pure infame) lardellare strade e piazze con i nomi di conquistatori e massacratori fatti passare per fratelli idealisti (ma chi? Cialdini e gli altri boia come lui?); ma non ha nemmeno senso pensare che “avremo vinto” quando al posto di quelli ci saranno i nomi di Carmine Crocco, Ninco Nanco e Francesco II.

Quello che è stato non puoi cancellarlo, solo imparare a riconoscerlo, accettarlo e condividerlo, che ti piaccia o no. Uso dire che avremo fatto pace con la nostra storia e noi stessi, quando potremo darci appuntamento in via Garibaldi, angolo via Sergente Romano; a piazza Cavour, imbocco corso Beneventano del Bosco; al bivio fra viale Regina Margherita e viale Regina Sofia.

Siamo lontani? Anche dalle contestazioni dei libri di storia da parte degli studenti ci pensavamo distantissimi; e le stiamo vedendo. Tanto che circa un anno fa, il professor Ernesto Galli della Loggia scrisse, sul Corriere del Mezzogiorno, che la percezione che la storia di com’è stata unita l’Italia sia altra da quella insegnata finora, è ormai maggioritaria nelle nostre scuole.

Non stiamo giocando una partita, non c’è niente da vincere, se non la decenza di ridiscutere come sono andate davvero le cose e smetterla di insozzare la scuola con testi che rappresentano una parte del Paese e dei suoi abitanti come trogloditi condotti alla civiltà da una eletta razza di armati che scese ad abbracciarla per condurla alla civiltà.

Incivili erano quelli che saccheggiarono, stuprarono, fucilarono in massa, distrussero fabbriche, rubarono l’oro delle banche, fecero guerra senza manco dichiararla.

Tutto passato, vero; ma che pesa sull’oggi, solo se si cerca di nasconderlo. Sono nati così anche altri Paesi; la differenza è che nelle loro scuole, si dice come.


04
Ott 15

Chi ha ucciso gli ulivi pugliesi?

Così prova a rispondere Pino Aprile con un proprio pezzo:

La risposta ufficiale è: il killer è la Xylella fastidiosa. Ma troppe incongruenze accompagnano questa soluzione del giallo; tante, da renderla almeno dubbia, se non falsa.

Per uscire dalle ambiguità, dirlo chiaro: non mi piace come è stata condotta la cosa; non mi convince quello che è stato detto sulla Xylella; e dal momento che siamo troppi ad avere questi dubbi (assicuro di non avere alcuna idea preconcetta: sono pronto a dire che ho torto, se mi si mostreranno ragioni chiare), la responsabilità forse non è di chi dubita, ma di chi non è convincente; il che fa pensare che possa non avere argomenti solidi per esserlo.

Se avessimo dato ascolto alle cose che sono state dette sin dall’inizio, senza cercare di capirne qualcosa di più, non avremmo probabilmente mai saputo che ai milioni o decine di migliaia di ulivi da abbattere ne corrispondevano solo 612 positivi alla Xylella. La quale, a detta del Centro di ricerca per l’agricoltura, presso l’apposito Ministero, non risulta letale per gli ulivi, secondo l’unica indagine scientifica condotta sull’infestante.

Si può discutere se un ceppo del batterio sia più o meno aggressivo, ma perché vengono trascurate o sottovalutate (non è così? Non ce ne siamo accorti) le esperienze di buone pratiche agricole ripristinate da alcuni coltivatori?

Non mi fido, e non sono il solo, di medici che non curano ma sopprimono. Sono disposto a ricredermi; ma tutto quello che accade, nella gestione di questa tragedia, mi induce a dubitare sempre di più, su come si procede e persino sul perché.

E il fatto che lo Stato preferisca mostrare la forza, invece della ragione, suscita cose tutte negative che vanno dal rifiuto al sospetto. Ripeto: sarebbe un errore pensare che questi sentimenti siano dovuti a malanimo e pregiudizio; abbraccerò chi, dopo avermi dimostrato che sono un cretino, salverà gli ulivi. Felice di essere un pugliese cretino confesso, ma con ancora gli ulivi. Alla fine, meglio cretino (manifestazione di insufficienza, quindi incolpevole), che farabutto (manifestazione di volontà, quindi colpevole).

Se, poi, i dettagli sono davvero rivelatori, allora questi sono proprio brutti: l’abbattimento prevede indennizzi di 100-200 euro, per un essere vegetale che può vivere millenni, lascito di generazioni. Non è un albero, è una storia che viene distrutta. E quella storia è la nostra. Con quei soldi non ci paghi manco il legno dell’ulivo (ne compro per le stufe di casa, so quanto costa).

Non so quanto sia possibile incremenare gli sforzi in questa direzione, ma credo che serva della disobbedienza civile ben fatta, che rafforzi il lavoro di contro-documentazione, ricerca scientifica, appello ad altre istituzioni, coinvolgimento di amici di altri Paesi mediterranei.

 


21
Set 15

Pino Aprile : Michele di gomma contro il Jobs Act di Renzi

  
Giusto un anno fa riportavo quanto andava scrivendo il giornalista e scrittore Marco Esposito dalle colonne de Il Mattino: il Jobs Act di Renzi lo finanzia il Sud. Silenzio dei politici meridionali fino a quando proprio oggi, se ne è accorto anche Michele Emiliano, governatore pugliese.
Cosi commenta la notizia Pino Aprile:

Michele Emiliano dice che, per ora, «tiene la palla bassa»; ma tira in porta! Dai e dai, alla fine comincia a dire al governo quello che un presidente di Regione meridionale deve dire. Per carità, cose che in altro Paese e in regime democratico, sarebbero normalissime. Ma qui, la normalità è sovversiva. 
Nientemeno, il presidente della Puglia dice che il governo fotte i soldi ai disoccupati meridionali, per incrementare l’occupazione al Nord, dove è già massima. E arriva (oddio!!! La terra tremò, gli angeli piansero), arriva a dire che, riducendo il cofinanziamento dei progetti europei al Sud, il governo esclude il Sud dai progetti europei. Nooo!! Chiamate la Protezione civile. 
Queste osservazioni sarebbero più che ovvie in un Paese normale (esistono: e lì, pensate un po’, il capo del governo lo votano gli elettori e non lo nomina un presidente della Repubblica, dopo aver buttato nel cesso la Costituzione). Ma qui, di normale non c’è niente. 
Non è ovvio che i presidenti di Regioni meridionali con gli stessi problemi (infrastrutture, collegamenti, sanità…) si riuniscano per cercare soluzioni comuni? E allora, perché il capo del governo teme come la morte che questo avvenga, sino al punto di minacciare quelli che accettassero di recarsi alla Fiera del Levante, dove deve già andare lui? (Salvo non andarci, dopo aver ottenuto l’assenza dei presidenti meridionali). 
Il Sud serve perdente e diviso, diviso e perdente e ricattabile; ma i presidenti di Regione che non devono la loro elezione al partito e al suo capo, ma alla gente che li vota, sono poco ricattabili da quel punto di vista (e sì che ci avevano pure provato Renzi e i suoi a piciernizzare le candidature).
Questa uscita di Emiliano sui soldi rubati al Sud da Graziano Renzi e Matteo Delrio, per creare più lavoro al Nord e sui progetti europei solo per il Nord, sembra l’irruzione della parata del gay-pride alla processione del santo patrono. Eppure, per un presidente meridionale, dovrebbe essere il minimo sindacale. Se appare così provocatorio, è perché la regola vuole il terrone muto, mentre gliene fanno di tutti i colori. 
E adesso, vediamo cosa succederà. È chiaro che Emiliano sta misurando la capacità di reazione dell’avversario e quella di coesione dei suoi naturali, ma riluttanti alleati (i suoi colleghi delle Regioni del Sud). E calibrerà su queste le prossime mosse. 
Se dovessi usare una metafora per raccontare il rapporto fra Matteo Renzi (ma meglio dire: la coppia Renzi/Delrio) e Michele Emiliano, ricorrerei a un ring. Nelle prime riprese, Emiliano le ha prese di brutto, sin dallo schifosissimo modo in cui la banda rottamatrice (dell’Italia) lo escluse dalla presidenza dell’Associazione dei Comuni italiani: l’allora sindaco di Bari era candidato unico del Pd; al momento del voto, si fece avanti Delrio, con i sindaci della Lega Nord pronti a votare per lui, in caso di confronto con il terrone. 
Così, ancora una volta, pure quella rappresentanza fu negata (come accade da più di un secolo, salvo tre eccezioni) ai meridionali e l’Associazione rimase dei Comuni del Nord, con quelli del Sud a portare il caffè e scuotere la tovaglia a banchetto finito, per litigare sulle briciole.
Emiliano è grande e grosso, e se mena fa male; però la sua qualità maggiore, mi vado convincendo, non è darle, ma prenderle: ogni volta che sembra gli abbiano dato il colpo del kappaò, lui va nell’angolino, sputa nel secchio, si fa spremere una spugna bagnata in faccia e torna a centro del ring (l’ex capitano della squadra di basket in cui giocava è uno dei miei e dei suoi migliori amici. Mi conferma che ci ho azzeccato. «Non lo scrivere», mi dice, «ma è proprio così: incassava, non reagiva, alla fine la spuntava. Lo chiamavamo “Michele di gomma”». E ora speriamo che Egidio mi perdoni per averlo scritto). 
Avevi voglia a dirgli: Miche’, sono dei farabutti, vogliono solo distruggerti, perché non sei Michele Picierno. Lui andava lì a parlare come se niente fosse. Quelli lo invitavano a centro-ring: ti facciamo ministro. E stunk!, mazzata che lo stende. Sputtanata nazionale galattica, escluso. 
E allora sottosegretario, ma importante, alla Coesione. Lui torna a centro-ring e stunk!, altra mazzata sul volto e stramazzata a terra: non è veeeero, non è veeeero. E lui, niente: si rialza, lo richiamano a centro: devi essere il nostro grande capolista del Pd alle europee. Gli fanno fare due mesi di campagna elettorale, poi stunk! Testata nell’occhio, gomitata nel fianco, senza che l’arbitro veda: no, non lui, ma Pina Picierno. Chi? Pina Picierno. Chi? Pina Picierno. E chi è? Pina Picierno! Ah…, Tina Ticierno. No, non “T”, “P”: Pina Picierno. 
E poi cercano di sabotargli la campagna elettorale per la presidenza della Regione, di far passare, ma senza esporsi troppo…, un altro candidato (la Picierno non ha cugine pugliesi, pare). Il capo del partito che stravince in Puglia ignora il campione del suo partito che ha stravinto in Puglia. Stunk!
Ma ora cominciano ad aver paura: se dai e dai, quello che le prende non va kappaò, il rischio è che vinca ai punti. E il senso della partita, ora, si è capovolto: al centro del ring c’è Emiliano e quello che scappa, intorno intorno, è Renzi: evita la Puglia, deve intervenire perché Emiliano non divenga punto di riferimento per gli altri; fugge dalla Fiera del Levante… 
È in difesa e si tiene a distanza. E adesso, deve stare anche attento, perché Emiliano allunga dei pugni di assaggio: più per far sapere che può tirarli veri, se vuole, che per fare già male. 
Diciamo la verità: quando lo facesse, ci sembrerebbe comunque troppo poco, troppo tardi. Ma è il solo che, per ora, dà l’idea di volerci provare. Il politico accorto è quello che combatte le battaglie vinte, per rischiare il meno possibile, magari niente, ricavandone il massimo, magari tutto. 
Il Pd, con Renzi, ha perso il Sud; il Nord già lo aveva perso. Se si andasse alle elezioni, il Pd sarebbe nei guai: l’unico che potrebbe far vincere il Pd a Sud è Emiliano, in cordata con gli altri governatori; l’unico che potrebbe (forse) recuperare De Magistris è Emiliano; l’unico che ha cercato di tenere la porta aperta ai 5stelle (nonostante gliela continuino a chiudere sulle dita) è Emiliano. 
Questo non garantisce niente, se non una possibilità che nessun altro può offrire. L’alternativa è un Pd che scompare sotto l’avanzata delle 5stelle e le sorprese De Magistris.
A me, con queste premesse, pare di capire che la partita che Emiliano sta giocando è nazionale (guida del partito, del governo: lui negherà, ma io continuo a pensarlo e lo dico. Lui negherà perché politico, io lo dico, perché giornalista). 
Una partita nazionale, ma da Sud: da quanto tempo non accadeva? È quasi voler andare a piedi sulla luna. Ma nel naufragio di un Pd berlusconiano-alfaniano-verdiniano, l’unica cosa che potrebbe contare sarebbe potersi aggrappare a un salvagente. 
Ed Emiliano, quanto a superficie d’appoggio…


03
Set 15

PD: il Sud è “centrale”…per prendere la mira

Le considerazioni di Pino Aprile sulle esternazioni di Deborah Serracchiani e la centralità del Sud:

«Il Sud è centrale per la crescita di tutto il Paese», assicura Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia e vice segretaria Pd. La conobbi un paio di anni fa, simpatica, ma l’ultima volta che ha parlato di “Sud centrale”, vado a memoria, il governo Renzi ha dato 4800 milioni per le ferrovie a chi le ha già e non sa come sprecare altri miliardi in linee alta velocità e finta alta capacità, ovvero da Firenze in su; e 60 milioni a chi, scendendo più giù di Firenze e di Napoli, non ha alta velocità, né capacità e a volte manco il carro bestiame. Quindi se sento dire “Sud centrale”, mi sa che stanno preparando un’altra fregatura: prendono la mira.

Il modo ferroviario di “spartire il pane” pare fotografi il senso di equità e coesione nazionale della Serracchiani,: il suo Friuli (Pd e 5stelle) ha varato un “reddito di cittadinanza” che non va chiamato così, ma “sussidio ai più poveri” (mentre il reddito di cittadinanza, com’è noto, andrebbe ai più ricchi): 550 euro al mese. Dov’è la più grande diffusione di povertà, in Italia? Chi ha detto: al Sud, ha vinto un orsacchiotto di peluche. Dove si vara il reddito di cittadinanza, ops, scusino lorsignori, sussidio ai più poveri? Al Nord. Anche la Lombardia lo progetta.

Cioè, dispiacerebbe alla Serracchiani del “Sud centrale” riassumere? Soldi per altri treni, dove li hanno già e reddito-sussidio alla cittadinanza più povera, nelle regioni più ricche. Se pensano che sia giusto, perché non in tutto il Paese? Non ci sono i soldi per tutti? E allora, si farà solo per i più ricchi.
E per far vedere che il “Sud è centrale” ti organizzano un bel seminario sul Sud a Milano (i giovani del nostro Mezzogiorno, record europeo per la disoccupazione, piangono commossi); e invitano

Alessandro Laterza, che porta la voce di Confindustria Sud e di cui, pur non condividendo molte idee, si può almeno dire che delle questioni vere, serie, le abbia sollevate, specie negli ultimi tempi;

Stefania Covello, responsabile Pd per il Mezzogiorno (il cui silenzio sulle scelte ferocemente antimeridionali del suo governo giustificherà la sorpresa di molti, nell’apprendere che nel Pd c’è qualcuno responsabile per il Mezzogiorno. Responsabile, in che senso?);

Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia (o parte della stessa), già Sviluppo Italia, già… Sull’operato e la storia di questa Agenzia, forse converrà sorvolare, per ora;

e Federico Pirro, professore dell’università di Bari: ma non c’è già Laterza, per Confindustria? Pirro è collaboratore dell’associazione degli imprenditori, componente dell’ufficio studi dell’Ilva, e su Eni e al petrolio, fecero molto scalpore le sue parole a proposito degli ambientalisti lucani contrari alla trivellazione selvaggia che sta uccidendo la loro regione (mentre le carpe del lago del Pertusillo in cui finiscono gli scarichi di lavorazione del petrolio muoiono di caldo). Pirro avvisò, con un suo scritto su Il Foglio, che un pezzo grosso dell’Eni gli aveva confidato che se gli ambientalisti tirassero troppo la corda, l’Eni potrebbe abbandonare la regione e “là dove Rocco Scotellaro celebrava l’uva puttanella, tornerebbero finalmente i pecorai e i morti di fame”.

Costoro parleranno di Sud, per “sistemarlo” (è il verbo che è stato usato; e le parole sono rivelatrici). Forse, questa parodia di sinistra (bip) ‘ndustriale soggialdemogradica (magari!) e petrolifera ha deciso di inchiodare il coperchio sulla bara.

Dov’è la voce del Sud disoccupato, disperato, emigrato, derubato (da Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Tremonti, Lega…), delle università meridionali condannate a morte dal decreto della ministra Pd Carrozza, degli asili nido sottrati, delle ferrovie fregate, di un reddito minimo di sopravvivenza negato, delle coppie che non fanno più figli e indici demografici negativi, per la prima volta, in un secolo e mezzo, senza una guerra mondiale e senza la peggiore epidemia della storia?

E se manca la voce di questi giovani, dei loro genitori, delle associazioni, dei comitati che dalla Terra dei Fuochi all’antimafia fanno, persino contro le complicità di Stato, quello che dovrebbe fare lo Stato, di cosa cazzo parlerete, facendo finta di parlare di Sud? Dei duemila posti di lavoro che l’aumento delle trivellazioni in Lucania porterebbero, come non si ebbe vergogna di scrivere, pur sapendo che l’Eni non assume lucani in Lucania e i geologi lucani fecero persino un convegno per lamentarsene?

Ci spiegherete perché Delrio vuole risparmiare sui treni veloci al Sud, mentre al Nord si regalano miliardi ai soliti noti, giustificando il dono con l’alta velocità che risulta essere la più costosa del pianeta e quasi sempre anche la più inutile (dei 300 treni al giorno sulla Milano-Torino, ne passano 40)?

Ma se nemmeno i vostri dirigenti politici locali del Sud vi hanno dato retta; se latitano persino i presidenti delle Regioni meridionali, tutti Pd (o, nel frattempo, sperate di riuscire a costringere qualcuno a venire?)…

Ma davvero credete che ci sia ancora chi sia disposto a prendervi sul serio? Non vi rendete conto di far parte di un club autoreferenziale, sempre più ristretto ed estraneo alla vita vera del Paese e al servizio di un nucleo di potere che non produce più niente, mentre spolpa il Paese?

Quando qualcuno, nel Pd, ha chiesto: «A proposito, e il Sud?», chi ha avuto l’idea: «Facciamo un seminario»? È già stato promosso?


02
Set 15

Lago Petrusillo: muoiono le carpe? E’ colpa del caldo

Se muoiono le carpe nell’invaso del Petrusillo, in Basilicata, specchio d’acqua che pare sia leggermente inquinato, pare sia colpa del gran caldo di questi giorni.

Così Pino Aprile commenta la bizzarra vicenda:

Secondo le analisi condotte dall’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) della Lucania, le carpe del lago del Pertusillo sono morte di caldo.
E Cristo di freddo.
Dice l’Arpa che le carpe sono morte di caldo.
La scoperta dell’acqua calda.
Dice l’Arpa che le carpe sono morte di caldo.
Per l’autocombustione degli scarti petroliferi sversati nel lago.
Dice l’Arpa che le carpe sono morte di caldo.
O di risate dopo aver letto la notizia.
Dice l’Arpa che le carpe sono morte di caldo.
E la capra sotto la panca.
Dice l’Arpa che le carpe sono morte di caldo.
E Ruby è nipote di Mubarak.
Dice la Carpa che l’Arpa ha avuto un colpo di caldo.
Ed è morta la capra.
E sotto l’Arpa la carpa crepa la capra o la c’Arpa crepa larpa della capra o carpe sì, ma diem…
Ma centinaia di migliaia di pugliesi e lucani che bevono?
Dice l’Arpa che se l’acqua è troppo calda, la bevano on the rock, due cubetti di ghiaccio.
Dopo aver tolto la carpa morta di caldo dal bicchiere.
Scusate, ma, appresa la notizia, è la cosa più seria che riesco a scrivere.
Per via del caldo.