BASTA RETORICA / Cipputi, a Pomigliano è morto da anni

“Cipputi non esiste più”.

“Eh?!”

“Cipputi (lo storico operaio delle vignette di Altan, ndr) non esiste più, neanche la fabbrica esiste più a Pomigliano, basta con questa retorica radical chic!”.

Mi scrive su Whatsapp Antonio, un amico che fa l’operaio specializzato a Pomigliano d’Arco, la nuova Betlemme della politica italiana.

Ad Antonio, non frega nulla dell’esito delle consultazioni elettorali, cui pure ha contribuito, ma proprio non ce la fa a continuare a leggere i soliti pipponi di chi inizia a tirare Pomigliano da una parte o dall’altra a seconda delle convenienze, per portare avanti la narrazione migliore al cliente da compiacere. O per indorare la pillola a chi è stato vittima di una cocente sconfitta elettorale.

Proprio non sopporta la sociologia del lavoro, quella spicciola, di chi dava ragione al padrone dell’automobile quando, a Pomigliano, licenziava e delocalizzava.

Non ho votato il M5S, ma non ha importanza. Ha importanza però il mio legame con Pomigliano, cittadina dove lavoro, dove ho amicizie, non solo lavorative, dato che sono tanti anni che la frequento. Leggere articoli pieni zeppi di luoghi comuni,  dove si banalizza tutto, mi ha fatto sorridere, amaramente. Gli analisti da talk show non vivono a Pomigliano. Continuano a parlare e scrivere di fabbrica, ma la fabbrica non esiste più neanche nella testa di chi, all’interno ci lavora. Non è più la catena di montaggio, il grigio ambiente che sfornava autovetture. E, a Pomigliano, da anni, non esiste neanche più l’operaio che votava comunista o socialista.

Il che è vero. Pomigliano, come gran parte dei rari piccoli distretti industriali del Sud dove il Movimento 5 stelle ha vinto, ha seguito il destino dei vecchi templi rossi della politica settentrionale dove l’operaio, da qualche decennio, ha scelto di votare per la Lega di Bossi prima e Salvini poi. Meridionali emigrati inclusi.

Cipputi  è morto, non esiste più e la FCA, la nuova Fiat, non è l’unica realtà di Pomigliano dove, al contrario, il settore aeronautico costituisce una eccellenza dove operano decine di operai specializzati. Non fabbriche, ma aziende.

Antonio ci tiene ad usare questo sostantivo, perché è lo stesso che usano tutti gli altri suoi colleghi per scrollarsi di dosso la puzza della vecchia fabbrica insieme al retaggio ideologico che non gli appartiene più.

 Lo so che per i vecchi politici e per gli intellettuali “di sinistra” è difficile da accettare, ma quelli che loro pensano siano ancora fermi agli anni 70 oggi sono diversi. Gli operai non timbrano più il cartellino col borsello di pelle e l’Unità o  Il Manifesto sotto al braccio. Dove io lavoro abbiamo smesso di credere che uno o più partiti possano rappresentarci. E siamo consapevoli che neppure il sindacato può farlo, pronto a compravendite che abbia lo stesso operaio come merce di scambio. Gli “operai” che hanno votato per Di Maio a Pomigliano  sono disillusi, oltre ogni forma retorica che giornalisti e politici vogliono incollare loro addosso.

L’operaio di Pomigliano, così come quello dei quartieri operai di Barra o Ponticelli ormai ha seguito la metamorfosi post ideologica anticipata dall’omologo del Nord che, negli anni 90, si affidò a Bossi.

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